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| 09 ottobre | 19:21

“Se il cane fa la cacca in un prato o in un bosco, devo davvero raccoglierla?”. Risponde il veterinario: “Sì, sempre. Ecco perché”

A intervenire sul tema, con un post sui social, è il medico veterinario della Val di Fiemme Giovanni Bucci: “Un proprietario responsabile e consapevole lo fa anche quando non c'è un marciapiede da tenere pulito”. E le ragioni sono diverse

Foto generata da Ia
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di Redazione

TRENTO. Negli ultimi giorni se ne è parlato molto, in particolare dopo gli episodi (Qui e Qui Articolo) segnalati sulle Tre Cime di Lavaredo, dove diversi proprietari maleducati hanno abbandonato gli escrementi dei loro cani, raccolti nei sacchetti plastica, chi lungo il sentiero, che in una “montagna” nascosta dietro una chiesetta.

 

A vedere l'ambiente nel quale gli animali l'hanno “mollata” infatti, il primo pensiero è naturalmente alla più nota delle “regole” della montagna: portarsi a casa i propri rifiuti. Ma in questa situazione in particolare un'altra domanda vien naturale: perché arrivare a raccogliere le feci per poi, comunque, ributtarle a terra ma confezionate in un sacchetto di plastica?

 

A prima vista infatti, si potrebbe obiettare che sarebbe ben meglio lasciare in natura ciò che, in fondo, è naturale. Ma cosa può comportare lasciare in montagna - o, più in generale, in contesti naturali - le feci del proprio cane? In altre parole, se il proprio amico a quattro zampe la fa in un prato o in un campo, è comunque necessario raccoglierla – senza però, naturalmente, abbandonarla in giro con tanto di sacchetto?

 

È proprio questa la domanda che si è posto il medico veterinario della Val di Fassa Giovanni Bucci, che in un intervento sui social fornisce una risposta chiara: “Sì. Sempre. E un proprietario responsabile e consapevole lo fa anche quando non c'è un marciapiede da tenere pulito”. Niente “natura alla natura” insomma, ma piuttosto un gesto di tutela importante verso contesti naturali che potrebbero risentire dei “regalini” lasciati dai cani che seguono i loro proprietari in camminate ed escursioni.

 

“In realtà – continua infatti Bucci – le feci non sono semplicemente qualcosa di organico destinato a scomparire nell'erba. Possono contere uova, oocisti e altre forme infettanti di parassiti capaci di persistere nell'ambiente e di raggiungere altri animali. Alcuni interessano soprattutto cani e altri carnivori; altri possono coinvolgere animali da allevamento o selvatici; alcuni hanno anche importanza per la salute dell'uomo”.

 

“Pensiamo per esempio – precisa il veterinario – a parassiti come Toxocara, Echinococcus o Neospora. Hanno cicli biologici molto diversi tra loro, ma ci ricordano tutti una cosa importante: ciò che il nostro cane lascia nell'ambiente non rimane necessariamente confinato al nostro cane. E oggi questo concetto è ancora più importante. I nostri cani viaggiano con noi, frequentano territori diversi, prati, pascoli, boschi e montagne. Negli stessi ambienti transitano animali da allevamento e fauna selvatica. Si creano così occasioni di incontro tra cicli parassitari domestici e silvestri, e questo può avvenire in entrambe le direzioni. Non occorre quindi trasformare ogni passeggiata in un'emergenza sanitaria. Basta adottare una regola semplice: il cane fa la cacca? La raccogliamo. Anche nel prato. Non è soltanto una questione di buona educazione. È un piccolo gesto di responsabilità sanitaria e ambientale, verso gli altri cani, gli animali allevati, la fauna selvatica e anche verso noi stessi”.

 

Con l'aggiunta, tra l'altro, di un dato non certo trascurabile: secondo la rilevazione Istat 2025 infatti, in Italia sono presenti oltre 10 milioni di cani nel nostro Paese. E se tutti quelli che portano i loro amici a quattro zampe in “natura” lasciassero un “naturalissimo” regalino, le escursioni di domani potrebbero diventare una vera m....

 

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