Contenuto sponsorizzato

"Ho rinunciato al lavoro e alla pensione per aiutare mia madre malata. Mi sono fidata della Comunità di Valle e ora mi chiedono indietro quasi 100 mila euro"

Avevamo raccontato la storia di Paolo Bailoni, il papà di Tania che dopo un tuffo in piscina era rimasta paralizzata. Lui, come altre 180 famiglie, è stato vittima della truffa di Paolo Pedergnana, l'impiegato della Comunità Alta Valsugana che per anni ha elargito contributi "non dovuti". Ecco la storia di M.G.V. di Levico. Anche lei ha cambiato la sua vita in funzione di quell'assegno: "Ci chiedeva sempre e solo il Cud e mai l'Icef. Ricevevamo controlli e visite. Eravamo certi di essere in regola" 

Di Luca Pianesi - 13 marzo 2017 - 07:41

CALDONAZZO. Ci sono anziani affetti da parkinson, da alzheimer e da cecità completa in queste storie. Ci sono piaghe da decupito, disabilità al 100%, occhi che piangono per rispondere alle domande, sonde intestinali per la nutrizione. Ci sono assistenti sociali che hanno consigliato l'assegno di mantenimento, commissioni mediche e infermieri che ciclicamente andavano nelle case di queste persone per fare controlli e stilare verbali, c'è una Comunità di Valle che, per mezzo di un suo funzionario, ha ritenuto per sei, sette anni di erogare un assegno di cura. E poi? E poi più nulla. Un giorno, era il 2012, è arrivata la raccomandata a casa delle famiglie che accudivano questi anziani con scritto "gentilmente potrebbe portarci il suo Icef". E da quel momento è cominciato un calvario. Una spirale degna del miglior (o peggior) Kafka che li ha risucchiati tra le maglie della burocrazia e della giustizia conducendoli verso una difficilissima restituzione di quanto avevano ricevuto in anni di assistenza ai loro familiari. 

 

A qualcuno, leggendo queste righe, parrà di vivere un déjà-vu. La vicenda, infatti, è quella che avevamo raccontato qualche mese fa partendo dalla storia di Paolo Bailoni lo splendido papà di una ragazza di Vigolo Vattaro rimasta tetraplegica a 14 anni dopo un incidente in piscina, che dal 2005 ottiene dalla Comunità di Valle dell'Alta Valsugana un assegno di cura che gli permette di stare vicino, il più possibile, alla figlia, cambiando vita, rinunciando a un contratto a tempo indeterminato. Nel 2012 la scoperta della stessa Comunità che il contributo gli era stato indebitamente assegnato perché, se era vero che la ragazza aveva una disabilità del 100%, il suo Icef era leggermente più alto del dovuto. La pratica di Bailoni come quelle delle altre famiglie che stiamo incontrando in questi giorni (e che a distanza di anni stanno trovando il coraggio di parlare) era passata tra le mani di Paolo Pedergnana. Quel Pedergnana che nel 2014 viene condannato in primo grado a 5 anni e 2 mesi di reclusione (oltre a un risarcimento alla stessa Comunità di valle di 265 mila euro) per truffa e che a novembre 2016 viene ricondannato in appello con pena ridotta 4 anni e 8 mesi (sono caduti in prescrizione gli illeciti commessi fino al maggio 2009). La sua truffa era far ricevere contributi anche a chi, da Icef, non ne aveva diritto trattenendo, in molti casi, parte di quel plus o degli assegni che le famiglie restituivano.

 

L'Icef, appunto. "E' proprio quello che non c'hanno mai chiesto per anni - spiega M.G.V. di Levico - a me ogni anno veniva chiesto solo il Cud, la dichiarazione dei redditi. Io lavoravo, avevo un'attività di vendita di formaggi. Mia mamma era malata di parkinson e gradualmente la malattia è peggiorata sempre di più anche perché nel 2000 era morto mio padre e questo era stato un duro colpo per tutti. Gradualmente la sua invalidità è arrivata ad essere del 100% e le serviva assistenza giorno e notte, costantemente. Nel 2004 sono quindi andata alla Comunità di Valle perché mi avevano detto che in questi casi si aveva diritto a un assegno di cura per l'assistenza. Così ho incontrato il signor Pedergnana. Ci ha chiesto il Cud e una commissione ha esaminato le condizioni di mia madre. Insomma abbiamo fatto tutto quello che c'è stato detto di fare". A quel punto M.G. riesce a permettersi una badante che però dura poco. I problemi erano tanti e allora decide lei stessa di farsi carico totalmente della madre.

 

"Alla fine mia mamma non riusciva più a fare niente. La mia presenza era diventata fondamentale e allora ho rinunciato completamente alla mia attività - continua M.G. che chiede di rimanere anonima. Molte di queste signore infatti sono combattute tra sentimenti di vergogna e rabbia per quel che gli è accaduto -. Avevamo 1.000 euro lordi di assegno di cura che, garantisco, se ne andavano via tutti tra medicine e assistenza. Io non ho più fatto una vacanza, non mi sono più assentata un giorno. Ricevevamo visite di assistenti sociali e ovviamente di medici che certificavano la disabilità di mia mamma e verificavano come procedeva l'assistenza. Insomma, controllavano che l'accudissimo al massimo delle nostre possibilità. E ogni anno ci veniva rinnovato l'assegno sempre e solo chiedendoci il Cud. Poi nel 2012 la richiesta di portargli anche l'Icef perché avevano avuto dei problemi, dicevano loro, con l'impiegato che seguiva le pratiche. Glielo abbiamo portato. E all'inizio sembravamo non rientrare nei parametri. Poi sembrava dovessimo starci e alla fine eravamo fuori di 2 punti perché avevamo una casa di proprietà. Un piccolo immobile sul quale stavamo pagando anche il muto".

 

Insomma l'assegno viene sospeso a M.G. e lei si ritrova senza più un lavoro, senza la possibilità di aiutare sua mamma e senza pensione. "Io negli anni che ho dovuto accudirla non avevo più un lavoro e quindi non ho potuto mettere via niente per la pensione. Ho provato ad aprire una piccola attività, dopo - conclude - che ho chiuso per disperazione e adesso mi chiedono anche la restituzione di tutto quello che c'hanno erogato. Sono un po' meno di 100 mila euro. Quei soldi per noi sono stati davvero maledetti. Ci saremmo organizzati diversamente con i miei fratelli se ci avessero detto che non ne avevamo diritto. Io adesso ho una vita distrutta. E tutto perché mi sono fidata di un dipendente pubblico".

 

Come lei tante altre famiglie. Si dice siano almeno 180 per un ammanco totale alle casse pubbliche di oltre 1 milione di euro. Ma forse sono anche di più. La stessa Comunità di Valle non sa quante sono state le persone rimaste vittime di questa truffa. Noi vogliamo tenere l'attenzione alta sulla vicenda per non lasciare sole queste persone che dopo anni di sofferenza passati a fianco di cari malati, in difficoltà, disabili ora si trovano nel dramma di dover restituire cifre ingentissime. Spesso avendo cambiato la loro vita in funzione di quel "patto" con l'ente pubblico, purtroppo firmato, per la Comunità di Valle, dalla persona sbagliata. E la domanda che tutti si fanno (e che ritroveremo nelle prossime storie) è proprio com'è possibile che non ci fossero controlli da parte di un mega ente come la Comunità?

Contenuto sponsorizzato
Ultima edizione
Edizione del 2 dicembre 2021
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
05 dicembre - 19:35
Questa la situazione rispetto ai parametri nazionali per la zona gialla: l'occupazione delle terapie intensive è al 9% (il tetto fissato per [...]
Politica
05 dicembre - 19:01
Sui social il presidente della Provincia con tanto di logo della Pat ha comunicato di aver ottenuto una qualche deroga al super (mai stato in [...]
Cronaca
05 dicembre - 18:17
Sull'Altopiano dei Sette Comuni la neve sta cadendo abbondante in queste ore e sulle strade sono già diversi i veicoli in difficoltà a causa [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato