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La Tribù delle Fratte invade il cantiere del vallotomo. In tanti alla manifestazione contro "il muro dell'arroganza"

Alla manifestazione anche Riccardo Fraccaro dei 5 Stelle e i consiglieri provinciali Degasperi e Kaswalder. Abbattute le recinzioni dell'accesso all'area dei lavori

Di Donatello Baldo - 13 febbraio 2017 - 07:23

MORI. "Sono tutti terrorizzati, non verrà nessuno", dicono quelli che si sono presentati puntuali all'appuntamento per la manifestazione contro "il muro dell'arroganza". Ma alla fine si presentano in tanti, quattrocento, cinquecento, difficile contarli. Il timore di disordini, di chissà quali violenze, non ha scoraggiato i manifestanti. Le voci diffuse nei giorni scorsi non sono state tenute in considerazione.

 

Ci sono persone anche da fuori, perché la battaglia contro il vallotomo ha scavalcato i confini comunali. “Perché questa è una situazione paradigmatica - spiegano gli organizzatori - dove le istituzioni, invece che difenderli, devastano i territori, mentre la polizia presidia militarmente un paese intero”.

 

C’è il deputato del 5 Stelle Riccardo Fraccaro con il consigliere provinciale Filippo Degasperi, il suo collega Walter Kaswalder circondato dalla truppa dai consiglieri comunali del Patt e dagli altri militanti della sezione “ribelle” delle Stelle alpine mariane. C’è Paolo Primon con gli Schützen  senza divisa, solo con il cappello piumato. “Ma soprattutto c’è la zen de Mori - sottolineano alcuni - perché qui vanno in giro a dire che ci siano solo foresti”.

E infatti ci sono famiglie, semplici cittadini. Uno di loro prende la parola, la sua voce amplificata dagli altoparlanti: “Buongiorno, mi chiamo Claudio Dalrì, sono di Mori e ho seguito da vicino la vicenda del valutomo, un’opera inutile”. Poi prosegue: “Siamo in una situazione dove la giustizia deve chiedere permesso alla politica. Dove la maggioranza di governo e la Protezione civile impongono con la forza le loro decisioni irrevocabili senza ascoltare i cittadini”.

 

Il corteo, quando inizia a sfilare su via Garibaldi, porta alla sua testa uno striscione con scritto: “Fissare il diedro subito. Resistere all’arroganza”. Della polizia non c’è traccia, nemmeno alla testa della manifestazione, solo qualche vigile urbano che devia il traffico. Il serpentone di manifestanti imbocca via Teatro, percorrendola tutta per salire poi dal sentiero del Zochel verso Montalbano.

 

Ma dopo pochi metri, all’altezza delle prime fratte, lo sbarramento che delimita il cantiere viene abbattuto. In molti entrano sui terreni espropriati ai residenti. Chi per la curiosità di vedere a che punto sono arrivati i lavori, chi per disobbedire al divieto di ingresso, che perché spinti dalla folla.

 

L’intenzione quella di attraversare il cantiere, per segnalare simbolicamente “la volontà di riabbracciare la nostra terra”. Ma alcuni non ci stanno, non sono pronti o non vogliono “passare dalla parte del torto”. Si apre allora una discussione, un sincero scambio di opinioni. “Torniamo indietro - decidono e comunicano con i megafoni - abbiamo aperto i varchi come gesto simbolico, ma è giusto rimanere uniti, torniamo indietro e riprendiamo la manifestazione”.

La manifestazione si conclude lì dov’era partita. “Ma non finisce qui”, affermano gli organizzatori al microfono. E spiegano il gesto di poco prima, quel tentativo di forzare il divieto, quel desiderio che in tenti sentono, quello di riprendersi le fratte, di bloccare ancora una volta i lavori. “E’ pericoloso disobbedire - dice un’attivista della Tribù delle Fratte citando l’Antigone di Sofocle - ma è molto più pericoloso non farlo mai”.

 

Quelli di Mori ascoltano. “In fondo ci sono tante teste - ammette qualcuno - tanti modi di opporsi a questo scempio. E’ giusto decidere assieme ma anche forzare qualche volta. Perché con questa esperienza abbiamo imparato una cosa importante, a non lasciar perdere, a resistere”.

 

 

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