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''Ho conosciuto il razzismo e cosa provocano le armi. Un intellettuale deve battersi contro l’appiattimento delle equazioni facili''

A Levico arriva il poeta di origine albanese Julian Zhara. A ilDolomiti spiega cosa vuol dire impegno civile in un'epoca che ha sempre più bisogno di dialogo e ascolto

Pubblicato il - 30 agosto 2018 - 13:47

LEVICO. Julian Zhara sabato 1 settembre a partire dalle 21 sarà a Levico alla Piccola Libreria per la rassegna Levico incontra gli autori - rassegna di montagna, vita e poesia. Zhara sarà accolto dalla poetessa Laura Liberale. Questa una sua lettera per il Dolomiti che riassume il senso dell'impegno civile di cui tanto in queste settimane si sente parlare.

 

Quando Saviano ha chiesto a tutti gli intellettuali di esporsi contro la barbarie linguistica e ideologica del razzismo dilagante, sostenuto da questo governo, ho pensato che l’esposizione per un poeta come me, il gesto politico più forte, fosse nella radice stessa del mio fare: poesia; in italiano, cercando di manipolare, guidare, la lingua adottiva, in territori prosodici poco frequentati, in versi che risuonano (ancora) “barbari”. Sono Julian Zhara, nato a Durazzo, in Albania, nel 1986, 5 anni prima della caduta ufficiale del regime comunista. Dal 1999 in Italia, oggi, quasi vent’anni dopo, non riesco più a scrivere poesie in albanese e ho scelto l’italiano, o l’italiano mi ha scelto, come lingua di espressione: intellettuale, poetica e quotidiana.

 

Mentre qua, in Veneto, imperversava la retorica del dialetto da parlare ai figli, il dialetto come opposizione al centralismo linguistico televisivo, più che letterario, trovando i poeti dialettali (il grande Zanzotto, in primis) contrari alla banalizzazione del dialetto, alla sua veste politica spicciola, mi sono occupato, per l’antologia di poesia dialettale “L’Italia a Pezzi”, dei più grandi poeti dialettali veneti, oggi: Fabio Franzin e Luciano Cecchinel. Un albanese, pensavo allora, che non aveva ancora la cittadinanza, che si occupa dei poeti dialettali veneti. Questo è uno schiaffo alla retorica retrograda, mi dicevo.

 

E questa modalità, filtrata attraverso la poesia, seguirà il mio impegno politico “pubblico”, incanalato verso l’apertura a mondi, fino a oggi sconosciuti. Sono nato in un porto di mare e quel porto sono Io. Ho conosciuto il razzismo, ancor prima ho conosciuto cosa provocano le armi. Ma so che un intellettuale, oggi, non può farsi portavoce di una retorica scaduta nel reparto delle grandi opportunità. Un intellettuale deve innestare la crisi e battersi contro l’appiattimento delle equazioni facili, privatamente e pubblicamente; battersi per la civiltà è non concentrarsi sulla propria battaglia. Una guerra è una guerra e un uomo di merda è un uomo di merda quando rimane un uomo di merda, non un negro di merda, un frocio di merda, un albanese di merda. Basta questo per tracciare una linea e fare un passo successivo al razzismo.

 

Poi passare alla cassa e pagare. Come hanno fatto e fanno i maestri, un esempio tra i tanti: Aldo Busi. La poesia mi ha insegnato la pazienza del duro lavoro e l’apertura forzata verso qualsiasi fenomeno. Ho girato tutta l’Italia con un progetto di poesia con musica, senza aver la necessità di un libro: portavo voce e corpo. Sono andato a parlare in due università della mia ricerca, come nei bar o nei circoli culturali. Ho organizzato dei festival di poesia perché sto a Venezia, e Venezia è una bellissima vetrina ma a un autore giovane servono le officine e non riuscendo ad accedervi, le ho invitate qua.

 

Quando l’unico maestro che ritengo tale, Franco Buffoni, mi ha chiesto un libro, ho sviluppato una cartella che stava nel pc da un po’. È nata “Vera deve morire”. Volevo fare il mio canzoniere, registrare in versi la frizione tra parola e musica, lingua dell’inconscio e lingua adottiva, verità e fiction, caratteri tipografici e voce. Come ogni canzoniere della tradizione, l’argomento è l’amore, vecchio, inattuale, per questo da anni e anni, non c’è un libro di un poeta eterosessuale, che ne tratti. Come David Lynch in “Blue Velvet” riprende il noir francese anni ’40, un corpo morto, per rivoluzionarne la grammatica dell’immagine, io ho deciso di lavorare con un altro corpo morto: la poesia d’amore, dimostrando a me stesso che l’argomento non conta poi così tanto.

 

Quando parlo di corpo morto, intendo la sua ricezione letteraria, non parlo del mercato dell’editoria, sponsor ufficiale del pullulare dei #poeti, che scrivono #poesied’amore, simili a zanzare e buone solo e provocare qualche prurito adolescenziale. Il libro è uscito a Maggio.

 

Questa, a Levico Terme, è la tredicesima data, con una pausa lunga luglio-agosto. Ho deciso di portare il libro in giro il più possibile per farmi trovatore e perché l’ascolto è abitare la distanza che ci separa dall’altro, ed è lì dove voglio sostare, in questo viaggio travalicato che è la vita. Un porto in movimento. Farmi un porto riesumato.

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