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Trento
07 luglio | 06:00

In Trentino via libera alla caccia ai cinghiali con arco e frecce. Cosa pensa Ispra? Può essere più efficace e precisa, il parere è positivo e si valuta la sperimentazione

La decisione di poter controllare il cinghiale armati di arco e frecce è stata avallata da Ispra, che incoraggia il Trentino a intensificare gli sforzi per ridurre la specie sul territorio provinciale. In Veneto si è già partiti qualche anno fa e all'estero questo metodo di caccia è più diffuso di quanto noto. Da Roma, insomma, luce verde alla sperimentazione

TRENTO. L'idea di rispolverare arco e frecce per arginare i cinghiali è curiosa ma non così poco comune come si possa pensare. In Veneto sono già partiti qualche anno fa e si ricorrerebbe (molto e soprattutto) a questa arma all'estero. Perché? Sembra possa essere in alcuni casi più efficace e più sicuro.

 

"L'impiego dell'arco nel prelievo di ungulati può rappresentare un valido mezzo alternativo all'impiego delle armi da fuoco se utilizzato in base a corretti principi e prassi adeguata. Infatti, oltre all'efficacia terminale, questo strumento permette una maggior certezza dell'identificazione dell'animale oggetto di prelievo (il tiro si realizza a distanze inferiori ai 25 metri), privo di invasività ambientale e offre un'adeguata sicurezza passiva". A dirlo è Ispra.

 

Quello dei cinghiali è un problema condiviso con il resto d'Italia e il Trentino non fa eccezione. C'è la criticità legata alla Peste suina africana ("Continua a persistere nel nord-ovest italiano e si sta estendendo – seppur lentamente – in nuove aree di Liguria, Emilia e Toscana) e c'è quella che riguarda una popolazione estremamente prolifica e che si espande velocemente. A questo si aggiungono inevitabilmente i danni.

 

Già dal 2022 i cinghiali sono oggetto di un piano di gestione deliberato dalla Giunta e sono state intraprese diverse azioni nell'ottica di un contenimento. L'estensione degli orari di intervento fino a mezzanotte con utilizzo dei visori notturni sul fronte operativo, monitoraggi e raccolta dati per quanto riguarda il controllo. C'è stato, più recentemente, anche una modifica sugli indennizzi: la  soglia minima di spesa ammissibile per i danni è stata ridotta a 500 euro, il rimborso è stato aumentato al 90% del danno accertato e per i privati cittadini che subiscono incidenti stradali, la responsabilità di gestione della fauna selvatica è in capo all'ente pubblico, che può essere chiamato a risarcire i danni al veicolo.

 

Adesso c'è anche questa sperimentazione. Si può discutere del provvedimento e si può non essere d'accordo, tuttavia bisogna (forse) anche mettere dei paletti. Non è un'apertura liberalizzata alla caccia in modalità "Robin Hood" (o almeno non nel senso stretto) e non ci si deve immaginare che da domani i cacciatori imbraccino arco e faretra liberamente per inoltrarsi nei boschi e scoccare frecce in ogni direzione. L'obiettivo del provvedimento firmato dall'assessore Roberto Failoni rientra nelle precedenti azioni di controllare la diffusione dei cinghiali e di contenere i danni alle coltivazioni agricole (Qui articolo). Certo, con un'arma in più.

 

Si può? Sì perché in Italia la normativa consente l'uso dell'arco (non della balestra) nell'attività venatoria. Naturalmente serve una formazione specifica: preparazione tecnica sull'attrezzatura, abilitazione e percorsi per usare l'arco. Per quest'ultimo aspetto Ispra suggerisce di adottare distanze di tiro di 15-20 metri per arco ricurvo e 25-30 metri per arco compound. Si indica come possibile criterio la centratura di un'area vitale della sagoma di un cinghiale nell''80% dei casi su serie di almeno 5 tiri consecutivi. 

 

La sperimentazione trentina inizierà il prossimo anno proprio perché ci si deve attrezzare. Serve un'abilitazione che si ottiene attraverso un corso (subordinato al pregresso possesso della qualifica di controllore del cinghiale) che viene attivato a livello provinciale e c'è un regolamento d'ingaggio, sostanzialmente quello già in essere ma aggiornato alla novità.

 

"Il tiro efficace deve avvenire a una distanza ravvicinata", per questo è necessario "che gli arcieri abbiano un’ottima conoscenza del territorio, dei capi presenti e delle loro abitudini stagionali. In questo senso, il prelievo da appostamento (su punti d’acqua, su punti di foraggiamento o su passaggi in entrata/uscita da aree coltivate) rappresenta una condizione ideale in cui utilizzare l’arco".

    L’arco può offrire, sempre per Ispra, un metodo alternativo di prelievo in zone caratterizzate da particolare criticità, cioè dove l’utilizzo di un’arma da fuoco può risultare non agevole o sicuro, così come non in linea a leggi e regolamenti, come per esempio in prossimità di centri abitati o in aree protette.

     

    E' per il braccio operativo del ministero "un’alternativa accettabile laddove l’utilizzo di un’arma da fuoco può risultare inopportuno per via del disturbo che può arrecare in stagioni delicate per specie non target, come durante la stagione riproduttiva".

     

    C'è stato quindi un avallo nazionale. Difficilmente si sarebbe altrimenti arrivati a questo punto con il via libera alla sperimentazione. Anzi c'è una specie di incoraggiamento a intensificare gli sforzi per ridurre il numero dei cinghiali in Trentino e raccogliere dati di dettaglio sullo sforzo profuso e i risultati conseguiti perché c'è "particolare interesse" a questa metodologia.

     

    Ecco perché Ispra esprime "parere favorevole", purché gli arcieri coinvolti abbiano conseguito la necessaria abilitazione, abbiano superato prove di tiro, e rimane in attesa, ogni anno, di dati e di risultati.

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