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Belluno
08 luglio | 06:52

“Alberi abbattuti in ogni quartiere, la città è diventata una gigantesca segheria che fa solo rumore: è in atto una vera macelleria arboricola senza alcuna visione di futuro”

Non si placano gli attacchi sulla gestione del verde urbano da parte dell’amministrazione comunale di Belluno. Dopo via Feltre (e non solo), si continua infatti a discutere del recente taglio degli alberi lungo viale Fantuzzi. A intervenire è il già assessore Fabio Bristot, che spiega la differenza tra gestione del bosco e gestione dell’albero “cittadino”, criticando poi la mancanza di dialogo con la popolazione e di una visione a lungo termine 

BELLUNO. “Belluno è diventata una gigantesca segheria. Si sono abbattuti alberi in ogni quartiere e aperti vuoti nel paesaggio urbano, ma nella quasi totalità dei casi non è seguita alcuna opera concreta a ridare equilibrio al sistema. Si è tolto molto, senza restituire nulla”.

 

Tiene banco nella discussione bellunese l’ennesimo taglio alberi lungo le vie del centro cittadino. Dopo via Feltre (ma non solo), l’amministrazione comunale ha deciso di eliminare le alberature lungo viale Fantuzzi suscitando da subito perplessità (qui la lettera). E mentre il senatore Luca De Carlo (FdI) plaude al progetto e minimizza il poco coinvolgimento dei cittadini sostenendo che “volendo trovare una pecca, si può forse evidenziare una comunicazione pubblica non abbastanza tempestiva e approfondita che ha lasciato spazio a polemiche più strumentali che concrete”, a intervenire con una riflessione più argomentata è ora Fabio “Rufus” Bristot, già assessore all’ambiente del Comune di Belluno.

 

Citando la ‘Festa all'albero’ e non ‘dell'albero’ da lui organizzata in questa veste, spiega come l'obiettivo fosse spiegare ai ragazzi che il bosco non è qualcosa di statico e immodificabile, ma vive, si ammala, invecchia e va curato. “Curare un bosco - afferma - significa anche abbattere le piante vecchie, instabili o malate, favorendo lo sviluppo di quelle più giovani o provvedendo alla loro sostituzione. È questa la regola aurea della selvicoltura e non riesco a comprendere come si possa continuare a confondere il bosco con il patrimonio arboreo di parchi, giardini, viali e strade cittadine”.

 

Una riflessione non nuova per Il Dolomiti e L’Altra montagna, dove anche recentemente Luigi Torreggiani che ha sottolineato come "gestione del verde urbano e gestione forestale sono due ambiti tecnicamente diversi, anche se si tende ad accomunarli. Il fatto che il bosco si stia espandendo nelle aree rurali non significa che stia accadendo anche in città. Una cosa, però, li accomuna: la gestione è necessaria e indica l'insieme di scelte consapevoli che devono tendere al mantenimento e/o all'incremento della risorsa per noi e le generazioni future" (qui l’articolo).

 

Fa ora eco a queste riflessioni anche Bristot. “In vaste aree della provincia - scrive - il bosco ha invaso prati, pascoli e lambito le abitazioni, perdendo biodiversità, valore ecologico e qualità forestale e un bosco abbandonato non è più naturale: è spesso più povero, fragile e vulnerabile. Ben altra cosa è il patrimonio arboreo urbano, i cui alberi appartengono a una realtà diversa, svolgono funzioni paesaggistiche, ambientali, storiche, culturali, sociali e, spesso, affettive. Sono parte integrante dell'identità di una città e della memoria collettiva di una comunità”.

 

Anche dal punto di vista scientifico c’è differenza. “Un bosco è una comunità vegetale complessa, dinamica e sostanzialmente autosufficiente - aggiunge - mentre l'albero urbano vive quasi sempre isolato o in piccoli gruppi, in condizioni artificiali e spesso ostili: suoli compattati e poveri di ossigeno, limitato volume radicale, inquinamento atmosferico, isole di calore, sali disgelanti, traumi meccanici e conflitti con infrastrutture e attività umane. È quindi sottoposto a stress fisiologici diversi, perciò richiede criteri gestionali specifici e interventi fondati sull'arboricoltura ornamentale moderna, non sulla selvicoltura”.

 

Una premessa che apre la riflessione sul capoluogo bellunese, dove parla senza mezzi termini di “macelleria arboricola” nella gestione del verde urbano. “Basta osservare la pratica della capitozzatura - nota - vietata dalle Linee guida ministeriali del 2020, salvo casi eccezionali. Eppure abbattimenti, mutilazioni e interventi privi di reale osservazione e controllo si sono susseguiti con regolarità, portando a un ulteriore indebolimento delle piante e a conseguenze dirette come movimento anomalo delle radici che ha ulteriormente ammalorato i marciapiedi, crescita spropositata di succhioni e polloni che impediscono alle volte di passare in sicurezza e crescita di rami fragili che si spezzano al primo temporale”.

 

Da qui l’immagine della segheria e la critica alla mancanza di metodo e di una visione di città. Da un lato, infatti, si rimprovera la totale assenza di comunicazione preventiva da parte dell'amministrazione - una critica non nuova, e decisamente fondata (qui). “Sul secondo aspetto - prosegue - sindaco e giunta dimostrano ancora di avere il fiato corto. Non emerge alcun disegno strategico di medio e lungo periodo né un progetto complessivo della città del futuro, tanto che l’intervento di via Feltre è l’unica opera di un certo rilievo che non sia stata frutto di iniziative delle giunte passate. Si continua invece a procedere a interventi episodici, privi di una regia autentica e spesso della necessaria competenza tecnica”.

 

“Quest'anno, nel mio bosco e nelle siepi contermini ai campi di mais - conclude Bristot - ho tagliato quasi duecento quintali di legna. Era necessario farlo, ma nello stesso tempo ho messo a dimora nuovi carpini e piante ornamentali, come ogni anno, sostituendo soltanto quelle realmente compromesse o che possono danneggiare edifici. Perché amministrare il verde significa programmare, accompagnare il tempo, immaginare quel luogo tra vent'anni. È questa la differenza tra gestire e devastare, tra cultura del verde e cultura della motosega. Ed è, purtroppo, la differenza tra ciò che una città dovrebbe essere e ciò che Belluno è diventata: una segheria che fa tanto e solo rumore”.

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