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I migranti a lezione di videomaking con l'etiope Dagmawi Yimer per imparare a raccontarsi

Dopo due anni in Libia è riuscito a partire per l'Italia e a Roma ha partecipato, a sua volta, a un corso da documentarista: "Quando sono arrivato non parlavo l’italiano ma potevo comunicare con le immagini, questa è la mia voce”. Intervista al regista a Riva per ''Mamanera"

Di Tiziano Grottolo - 13 luglio 2018 - 19:32

RIVA DEL GARDA. Un corso di videomaking sull'autonarrazione delle storie dei migranti. Un modo per dare ai richiedenti asilo una possibilità di esprimersi in più magari aiutandoci a capire da dove arrivano, cosa cercano e come si sentono accolti. Il regista etiope, oggi residente in Italia, Dagmawi Yimer si trova a Riva del Garda per portare avanti questo breve corso inserito nel contesto del festival “Viva Mamanera!” organizzato dall’associazione Anta Luma-Casa delle Arti e dalla Cooperativa Arcobaleno che sul territorio si occupa dell’accoglienza dei richiedenti asilo.

 

I ragazzi che partecipano al corso si occuperanno delle riprese audio-video al festival offrendo il loro particolare punto di vista sull’iniziativa. E a raccontarci del progetto è proprio Yimer. Lo abbiamo raggiunto all'interno della chiesetta sconsacrata dell’ex-colonia Miralago mentre è intento a presentarsi ai suoi “alunni”: cinque ragazzi richiedenti asilo che avranno sì e no vent’anni provenienti da quattro paesi diversi: Gambia, Guinea, Mali e Senegal. Tutti sono passati dai centri di detenzione libici e per arrivare in Italia hanno attraversato il Mediterraneo con un’imbarcazione, tutti sono in attesa di una risposta da parte del governo italiano per il rilascio dei documenti.

 

 

“Io sono un regista, racconto le storie, non solo le mie ma anche quelle delle altre persone – spiega ai ragazzi –. Quando sono arrivato non parlavo l’italiano ma potevo comunicare con le immagini, questa è la mia voce”. Yimer insiste molto sull’importanza della lingua: “La lingua, quando non la conosci, può essere una barriera, ma se impari a padroneggiarla ti si apriranno molte possibilità. Impari però che la lingua può anche ferire perché ne comprendi le sfumature, comprendi la differenza tra il “Lei” e il “Tu” e inizi a comprendere meglio come vieni percepito dalla società. Attraverso la lingua impari a comprendere la tua posizione sociale”.

 

Dagmawi Yimer ha trascorso due anni in Libia prima di riuscire ad imbarcarsi per l’Italia, questo viaggio è raccontato nel documentario “Come un uomo sulla terra” che lo ha visto collaborare alla regia con gli italiani Andrea Segre e Riccardo Biadene. Dal giorno del suo sbarco a Lampedusa ha vissuto in Italia dove ha ottenuto la protezione e lo status di rifugiato. Oggi lavora a tempo pieno come documentarista (al suo attivo ha anche altre due opere: “Soltanto il mare” e “Va’ Pensiero, storie ambulanti”), è inoltre attivo in diversi progetti tra i quali “L'Archivio delle memorie migranti” spazio che raccoglie autonarrazioni e dialoghi di chi ha vissuto l’esperienza della migrazione.

 

Yimer si avvicinò a questa professione quasi per caso, quando risiedeva a Roma l’associazione ZaLab organizzò un corso di videomaking, l’intento non era quello di formare dei professionisti ma per lui le cose sono andate diversamente: “Vedi – dice sorridendo – io forse ho capito male e ho preso questo corso sul serio e mi sono fregato da solo, mi definisco un documentarista per caso”. Nel frattempo la lezione è iniziata con la proiezione di un documentario del famoso regista italiano Vittorio De Seta: “Lu tempu di li pisci spata”. Mentre Yimer è intento a spiegare il funzionamento delle videocamere viene interrotto dall’ingresso di un uomo che ostenta un distintivo legato al collo, “Ci sono problemi qui?” domanda. Il regista etiope risponde con il sorriso: “Sì, in effetti manca la corrente”. L’uomo, in borghese, con una smorfia replica: “Non sono un volontario, sono della polizia”, e torna sui suoi passi lasciando il regista a finire la spiegazione.

 

Quando i ragazzi escono per svolgere gli esercizi loro assegnati chiediamo a Yimer cosa lo ha spinto ad intraprendere questo percorso: “Ho scelto di fare documentari perché c’è una mancanza di punti di vista. Molto spesso c’è solo l’immigrazione al centro del dibattito, il migrante viene interpellato solo nel momento in cui deve parlare della sua esperienza ma non si parla mai di quello che pensano queste persone, e la gente non vede che una vittima. Io cerco di raccontare le storie delle persone, non il fenomeno di per sé, il migrante non deve essere lo strumento per raccontare un concetto più ampio come quello dell’immigrazione. Per me sono le storie delle persone a fare le differenza. È arrivato il momento per i migranti di raccontare a tutti le loro storie affinché le future generazioni non dimentichino quanto sta accadendo”.

 

Chi volesse incontrare di persona Dagmawi Yimer e rivolgergli qualche domanda lo potrà fare al festival “Viva Mamanera!” sabato 14 luglio alle 18:30 alla conferenza “Sguardi e lotte dei migranti in Italia”.

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