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Il Rojava e le donne curde dove la storia dell'umanità si interpreta da un punto di vista femminile, Davide Grasso a Trento

Giornalista e scrittore ma anche guerrigliero in Siria per combattere i terroristi dell’Isis. Arriva a Trento Davide Grasso che sabato presenterà il suo ultimo libro "Il fiore del deserto" presso il Centro sociale Bruno

Di Tiziano Grottolo - 03 maggio 2019 - 12:25

TRENTO. Davide Grasso reporter indipendente nonché uno dei combattenti internazionalisti ad aver militato nelle fila delle Ypg, le Unità di protezione popolare e costola delle Forze Siriane Democratiche, sarà a Trento ospite del Centro sociale Bruno per presentare il suo secondo libro sulla Siria: ‘Il fiore del deserto – La rivoluzione delle donne e delle comuni tra l'Iraq e la Siria del nord’.

 

Lo scenario descritto nel libro è quello della guerra civile siriana scoppiata nel lontano 2011 dove: “Resistente e rara come un fiore del deserto – si legge nell’introduzione al libro – è nata la rivoluzione del Rojava, un progetto dove hanno luogo le più avanzate sperimentazioni sociali e politiche del nostro tempo: autonomia delle donne, cooperazione comunalistica, autogoverno”. Se il primo libro di Grasso: ‘Hevalen – Perché sono andato a combattere l'Isis in Siria’ si è trattato di un lavoro autobiografico in cui sono riportare le esperienze vissute durante il suo anno di permanenza in Medio Oriente, inclusi i fatti di guerra che lo hanno visto coinvolto, con la seconda pubblicazione si è voluto indagare la rivoluzione curda nel suo complesso. “Un saggio giornalistico completamente diverso dal primo – assicura il suo autore – nel quale sono riportare interviste realizzate sul posto, dove si cerca di analizzare le riforme sociali e istituzionali che hanno investito questi territori”.

 

Secondo Grasso per districarsi nel mosaico Siriano è necessario liberarsi di alcuni stereotipi a cui i mezzi d’informazione ci hanno abituato: “Lo scenario siriano è più semplice di quel che sembra – spiega Grasso – se da un lato è vero che ci sono centinaia di gruppuscoli con sigle diverse in lotta fra loro, in fin dei conti, le ideologie e i progetti politici sono riassumibili in tre grandi categorie. Ci sono i lealisti che sostengono il regime dittatoriale di Assad, poi ci sono i fondamentalisti islamici che vorrebbero trasformare la Siria in uno stato teocratico, infine c’è la terza fazione quella confederale. Questa fazione nata attorno ai movimenti di sinistra curdi a Kobane, negli anni successivi ha accolto moltissimi movimenti e battaglioni arabi, cristiani, assiri, ecc. andando poi a formare l’esercito popolare siriano, e proponendo una nuova idea di democrazia e uguaglianza”.

 

Un nuovo modello democratico quello proposto in Rojava che non può prescindere dalle donne: “Sicuramente le combattenti curde hanno fortemente influenzato il progetto politico del Rojava, basti pensare che per ogni figura istituzionale esiste la controparte femminile, c’è sempre un co-presidente uomo e una co-presidente donna”. Il ruolo delle donne curde non si limita però alla rappresentanza, infatti è stata perfino creata una scienza delle donne, ci racconta Grasso, la ‘Jineoloji’ è un modo di interpretare tutta la storia dell’umanità da un punto di vista femminile. “Il Rojava è l’unico luogo al mondo dove se c’è una violenza domestica intervengono sempre delle guardie armate donne e dove se c’è un procedimento penale che vede una donna come accusata, o come accusatrice, le comuni femminile, le assemblee delle donne, hanno una loro rappresentante che partecipa per tutta la durata del processo”.

 

Probabilmente è anche per l’aver messo in discussione il modello di società in sé che molti stati, arabi e non, osteggiano il confederalismo democratico del Rojava, a partire dal presidente siriano Bashar al-Assad che vorrebbe riportare sotto il suo controllo le zone dell’autonomia curda. Senza dimenticare quello che al momento rappresenta il pericolo maggiore per i curdi: la Turchia che ha già colpito più volte con azioni militari zone sotto il controllo curdo. Ma anche per chi ha deposto le armi ed è rientrato in Italia i problemi non sono finiti. Il ritorno nel paese per Grasso e altri cinque combattenti italiani è stato amaro, sono finiti infatti sotto la lente d’ingrandimento della magistratura italiana.

 

“La Digos di Torino ha raccolto elementi su tutte le iniziative culturali che sono state fatte - ha affermato Grasso – quindi analizzando manifesti, status di Facebook ha costruito un’indagine sulle parole utilizzate fino a proporre, con il consenso della Procura di Torino, una misura di retaggio fascista e che pochi conoscono che si chiama sorveglianza speciale”. Se questa misura fosse convalidata per Grasso e altri cinque ex-combattenti significherebbe subire delle limitazioni anche molto pesanti delle proprie libertà personali, come espulsione dal proprio comune di residenza, sequestro del passaporto, obbligo di rientrare a casa entro le 19 di sera, ma anche il divieto a riunirsi in gruppi di più di due persone o di partecipare ad eventi pubblici o a iniziative politiche.

 

Per la procura di Torino le nostre parole, messe in relazione al fatto che abbiamo avuto un addestramento militare, ci renderebbero pericolosi per la società”. Per giustificare queste richieste sono stati citati anche alcuni passi del libro ‘Hevalen’ che secondo l’accusa sarebbero la dimostrazione di questa pericolosità. “Il fatto – ha replicato Grasso – è che questo libro racconta il mio impegno, seppur molto limitato e modesto, contro l’Isis in Siria quindi nessuno ha ancora capito perché un impegno del genere qualificherebbe una persona come pericolosa per la società”.

 

In merito a questa accusa il tribunale di Torino dovrebbe esprimersi entro il 24 giugno prossimo, certo sarebbe quantomeno bizzarro veder condannare delle persone per aver preso parte ai combattimenti in Siria, dal momento che anche l’Italia fa parte della coalizione internazionale a guida statunitense e che opera a sostegno delle forze curde impiegate sul campo contro l’Isis. “Nel momento in cui lo stato italiano eccepisce sul nostro comportamento è un po’ come se condannasse se stesso – conclude Grasso – in questo caso prendere cinque persone e accusarle di essere socialmente pericolose è il massimo dell’ipocrisia possibile”.

 

Per chi volesse saperne di più e incontrare Grasso l’appuntamento è alle 19 di sabato 4 maggio, in via Lungadige, presso il Centro sociale Bruno.

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