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Luttini, danze macabre e reliquiari. Una mostra sulla morte nello scrigno prezioso dell'Hortus Artieri

L'associazione culturale di vicolo dei Birri propone una raffinata collezione di opere sul tema della morte. Importante la collezione di "luttini" provenienti da tutto il Trentino. 

Di Donatello Baldo - 10 dicembre 2016 - 18:37

TRENTO. E' fin troppo facile svicolare dalle strade del centro storico pieno zeppo di gente rumorosa e infilarsi in vicolo dei Birri. Si tira un respiro di sollievo quando alle spalle si lasciano le grida di bambini e imbonitori, le musichette del Natale e gli echi di mercati e mercatini, la claustrofobia della folla.
 

Alla porta si suona, l'insegna è appesa perpendicolare come nelle botteghe di un tempo. E quel tempo lo racchiude tutto in sé quel gioiellino dell'arte e della cultura che si chiama Hortus Artieri: dentro c'è un salotto, un piccolo e raffinato atelier, uno spazio a parte, fuori luogo e fuori tempo. Quel luogo dell'anima che tutti dovremmo scoprire dentro di noi e dentro le strade della nostra città.
 

L’associazione Hortus Artieri nasce nel 2012 come spazio di confronto culturale nel cuore di Trento, nell'edificio che fu presidio vescovile, caserma di birri con tanto di inferriate e stanze degli interrogatori. Ora nella sede dell'associazione c'è una mostra.


E proprio nel tempo in cui si celebra la Natività (anche le provocazioni possono essere raffinate), la mostra parla di morte. “Care Memorie, una collezione tra passato e presente" (si potrà visitare fino al 31 dicembre) raccoglie infatti un centinaio di luttini o ricordini o memorie o pie memorie, provenienti da una collezione privata che ne comprende circa 800. Luttini, pie memorie e annunci mortuari trentini, realizzati tra il 1830 e il 1900.

 

Ce ne sono di incredibili: raccontano storie passate, le liturgie funebri, l'iconografia che si modifica nel tempo. Dai simboli pagani a quelli cristiani, da Caronte il vecchio nocchiero a Cristo che anch'esso trasporta le anime nel trapasso. C'è l'àncora, ovvero la speranza, su cui è appeso il velo della Veronica. Ci sono anche i luttini di Alcide Degasperi e quelli della poetessa Nedda Falzolgher.

 

Accanto ai luttini, che realizzano una continuità ideale tra il defunto e la sua comunità, tra la morte e la vita, tra la morte e l’altra più bella vita secondo l’insegnamento del cristianesimo, sono esposte alcune opere d’arte inedite di Camillo Rasmo, Dario Wolf, Remo Wolf, Fortunato Depero e oggetti preziosi, come antichi reliquiari e piccole sculture, incisioni e litografie, particolarmente selezionati per il percorso espositivo.

 

Di Rasmo un piccolo quadro, pastello e china su carta, titolato “Notte di lavoro”. Sul manto bianco della neve e le chiazze di sangue di corpi umani trascinati via. Il lavoro di chi in guerra recupera cadaveri, si immagina. Di Dario Wolf, "Superstizione" con al posto degli occhi conchiglie rotte, di Remo Wolf "La danza della morte".


Di Depero le pagine dal libro “A passo romano”, con dedica vergata dal futurista: “Con fede d'artista, di legionario e di camicia nera”. Poi reliquiari con reliquia annessa: anche quella del bambino mai esistito martirizzato dagli ebrei e fatto santo (non il Simonino, lui non era santo ma bambino lo è stato veramente), si tratta di Andreas von Rinn. Dentro la piccola teca chissà che cosa c'è, visto che mai è esistito in carne e ossa, ma il lavoro di intreccio di fili d'oro e perle fatto dalle suore è notevole e degno di esser visto da vicino.

 

Poi c'è l'opera di Vincenzo Raffaetà, un incisore che insegnava a Trento all'inizio del secolo. Gli avevano commissionato quelli degli uffici di promozione turistica di un tempo l'immagine delle Torri del Vaiolet. Le fece con un teschio messo lì vicino con la scritta “Ascende culmina sed cave mortem”. All'Hortus c'è sia l'originale sia la pubblicità ufficiale a cui è stato tolto il macabro riferimento.
 

Ma ci sono anche opere contemporanee, quelle di Maurizio Corradi, tra le tante un “Miracolo sotto osservazione”, un'emorragia oftalmica in soggetto in sedicesimo con lente d'ingrandimento già posizionata. Poi quelle di Alda Failoni, un “Reliquiario” che contiene tondissimi batuffoli di pelo disposti con cura dentro l'urna un poco aperta: opera del 2005, anno della morte della cagnolina dell'autrice. Il pelo è suo.

 

Un viaggio importante nel vocativo “Memento mori!”, dove la morte è raccontata attraverso l'arte, dentro una cornice – quella dell'Hortus – che riesce a dire sottovoce che tutti i giovani e belli devono mettersi il cuore in pace, ché il tema del corpo transeunte prima o poi dev'essere affrontato.

 

 

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