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"Spes contra spem", il film sul carcere presentato a Trento: "Un manifesto contro la criminalità scritto da criminali" . L'intervista a Sergio d'Elia di Nessuno tocchi Caino

La conferenza e la proiezione del film si terranno venerdì 24 alle ore 16.30 presso il Teatro San Marco 

Di Donatello Baldo - 22 marzo 2017 - 13:41

TRENTO. Il promotore dell'iniziativa è Fabio Valcanover, l'avvocato radicale che sul tema del carcere si è sempre speso in prima persona. L'iniziativa è quella della proiezione del film “Spes contra Spem”, la speranza contro ogni speranza, anche dove non ha ragione di esistere, tra gli ergastolani, quelli del “fine pena: mai”.

 

La presentazione dell'evento, subito condiviso dalla Camera penale e dall'Ordine degli avvocati di Trento, e patrocinato dallo stesso Comune, è avvenuta nella sede di palazzo Geremia. “Non a caso qui, nella Casa comunale – ha osservato il presidente dell'Ordine Andrea de Bertolini – perché di carcere non si deve parlare solo in tribunale. I detenuti sono parte della nostra società ed è quindi giusto che delle loro condizioni di vita se ne faccia carico la società stessa”.

 

Stefano Daldoss, presidente della Camera penale, ha parlato di sofferenza, “di quella che vivono le persone recluse”. Ha ricordato Cesare Beccaria, l'illuminista dimenticato, “perché oggi a lui si intitolano le vie, addirittura gli istituti penitenziari, ma spesso i principi di umanità, e quello che prevede la rieducazione per reintegrare il detenuto nella società, sono principi dimenticati”.
 

“Se il carcere rimane soltanto un luogo chiuso e impermeabile alla società io credo che sia un danno non solo per il carcere ma anche per la stessa società”, afferma invece Sergio d'Elia, presidente dell'associazione Nessuno Tocchi Caino, che venerdì prossimo sarà presente al Teatro San Marco, assieme a Elisabetta Zamparutti, componente italiana del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa.

 

Sergio d'Elia, l'avvocato de Bertolini osservava che se una volta del carcere di Trento c'era percezione perché posto al centro della città, ora che è stato costruito in periferia sembra ancora più inaccessibile, nascosto agli occhi della società.

Espulso dalla vita sociale, dal centro, dalla città, oltre le mura cittadine. Spesso, quando si discute di carceri fatiscenti, io dico: attenzione, preferisco un carcere che non rispetti gli standard ma che rimanga dentro le città piuttosto che una struttura perfetta, con attrezzature all'avanguardia ma in periferia, fuori dal centro, lontano dagli occhi...
 

Per evitare l'oblio, per non dimenticare che dentro c'è un pezzo di società.

I problemi vanno visti, affrontati, non nascosti. Per questo è un bene che la società dei liberi entri in carcere, tra la società dei reclusi. Se i detenuti sono considerati estranei diventano nemici.

 

Ma nel carcere non ci sono solo detenuti. L'avvocato Valcanover ha affermato che le stesse guardie carcerarie sono esse stesse in qualche modo detenute. Lei, d'Elia, cosa ne pensa?

Marco Pannella si riferiva agli agenti di custodia chiamandoli detenenti. I detenuti e i detenenti. Loro sono vittime di una condizione, di una situazione di illegalità strutturale.
 

Guardie spesso accusate di violenza, di mancanza di umanità.

Non ci sono le persone cattive. Se agiscono illegalmente è perché sono rese cattive dalle condizioni in cui vivono e lavorano, sono dei semiliberi, prigionieri di logiche, di condizioni strutturali che non corrispondono al dettato costituzionale.
 

Quello della finalità rieducativa, del reintegro del detenuto nella società.

Le carceri italiane non solo non godono di bontà ma nemmeno di quelle che sono le regole universalmente riconosciuti, i valori, i principi, i diritti sanciti dalla Costituzione, dalle convenzioni internazionali. Questi principi non sono affermati nei nostri istituti penitenziari.

 

Per la rieducazione dovrebbero occuparsi gli operatori, gli educatori.

Ma sono loro, gli agenti, quelli in prima linea del trattamento penitenziarie. E' vero che ci sono le figure preposte al trattamento come gli educatori, che sono però in carenza cronica di organico. Se sono sottodimensionati gli agenti penitenziari lo sono ancora di più gli educatori. Sono in media uno ogni 150 detenuti.

 

Il ruolo delle guardie diventa dunque fondamentale.

Di fatto sono loro ad avere i contatti più frequenti, più intensi con i detenuti. Suppliscono al ruolo degli educatori, diventano in qualche modo i confidenti, anche le figure di sostegno psicologico, le persone più prossime al detenuto. Io mi sento vicino a loro...
 

Agli agenti di custodia?

Svolgono questo lavoro di supplenza, un lavoro che non dovrebbe essere affidato esclusivamente a loro. La grande maggioranza lavora bene, fanno un lavoro malpagato, obbligati a svolgere ore e ore di straordinario pagato niente.
 

I loro sindacati sono però combattivi, sempre sulla difensiva. Non accettano critiche sulla conduzione dei penitenziari.

Spesso i sindacati della polizia penitenziaria sono più legati a logiche corporative, di difesa della categoria, di uso strumentale del disagio con cui hanno a che fare. Però sono una minoranza, la maggiornaqza degli agenti non è nemmeno sindacalizzata.
 

Ma così non può funzionare, se la rieducazione è importante dovrebbero essere le figure professionali adatte a svolgere questo compito.

Un carcere funziona se è ben attrezzato, anche e soprattutto di risorse umane in grado di operare per far sì che le persone che sono detenute, una volta espiata la propria pena, non siano più le stesse persone di quando sono entrate in carcere.
 

Se invece non funziona...

Se non funziona è perché ci sono deficit molto gravi, carenze, mancanze strutturali. Ad esempio, quanti lavorano in carcere? Pochissimi. E quei pochi lavori non sono certo professionalizzanti, non ci sono corsi formativi, per imparare un mestiere da far valere anche dopo l'espiazione.

 

Anche attraverso il lavoro c'è la possibilità di educare alla reintegrazione nella società.

Se il carcere allena al lavoro, all'impegno, all'esercizio, alla ricerca di professionalità utile per quando si esce dal carcere è un conto, se invece il carcere riduce all'inattività, all'ozio, alla disperazione, è chiaro che in tal modo non si creano le condizione perché una persona possa cambiare, capace di rientrare in società con un modo di essere e pensare diverso da quando è entrato.

 

Questo servirebbe a limitare le recidive, a spezzare quel cortocircuito che è una declinazione del “fine pena: mai”. Si entra e si esce dal carcere se non c'è reintegrazione.

Uno stato civile dovrebbe tenere al fatto che le sue carceri non siano criminogene, dovrebbe anzi pretendere che la detenzione sia in grado di ridurre i comportamenti criminali, per contrastare il fenomeno della recidiva, per la sicurezza sociale, per evitare che per evitare che un detenuto torni nuovamente a delinquere.

 

“Spes contra spem”, il motto di Paolo di Tarso, quella determinazione incredibile a osare oltre l'impossibile, oltre la stessa speranza, vale per tutti?

Vale per tutti, nei momenti che è buio, che nulla muta, in quel momento la speranza che gli altri non possono darti devi essere tu a farla sgorgare. La speranza sostantivo, soggetto, quella che hai tu.

 

Un motto mutuato fatto proprio anche da Marco Pannella.

Marco, quante vite ha soccorso Marco Pannella? Sempre con lo spirito del non dare speranza, convinto ma che la spes dovesse arrivare da ognuno di noi, soprattutto dal cuore dei disperati,la speranza che non è conforto ma è chiave del cambiamento.

 

E la storia di questo film è la storia di un cambiamento.

Persone che sono mutate nonostante le condizioni al limite in cui hanno vissuto che a loro volta hanno potuto mutare la percezione che gli agenti, gli operatori, che gli educatori, che il direttore del carcere avevano di loro.
 

La “spes” è contagiosa.

Certo, perché modifica le persone, e le persone che cambiano fanno cambiare tutto quello che c'è attorno a loro. Alcuni dei protagonisti del film, per la prima volta, grazie al mutamento e alla speranza che hanno incarnato, sono usciti, chi per un giorno, chi per sole 10 ore, in permesso premio.
 

Sono stati premiati per il film?

No, ma perché nel film hanno espresso il loro modo di essere e questo ha inciso sulle persone che dovevano decidere sulle loro vite. Questa è la spes contra spem, la speranza soggetto, incarnata, che fa rinascere, che fa cambiare. 

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