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Un trentino in libreria, la prima fatica del filosofo Giulio Azzolini

L'autore, classe 1987, ha presentato la sua prima opera "Dopo le classi dirigenti. La metamorfosi delle oligarchie nell'età globale", edito Laterza. Il libro affronta il 'fatto oligarchico'

Di Luca Andreazza - 02 febbraio 2017 - 12:46

TRENTO. "Dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti - spiega l'autore Giulio Azzolini, che collabora anche alle pagine culturali di Repubblica - la diagnosi più gettonata racconta una nuova 'ribellione delle masse'. E l’opinione prevalente è che il miglior antidoto al dilagare dell’antipolitica sarebbe la formazione di una classe dirigente adeguata. Eppure la crescente rapidità con cui viene sfiduciato chiunque salga al potere, consiglia una riflessione più radicale".

 

Giovedì 2 febbraio segna il giorno d'esordio dell'autore Giulio Azzolini nelle librerie italiane. Il trentino, classe 1987, laureato in Filosofia politica all'Università La Sapienza di Roma presenta la sua prima fatica: "Dopo le classi dirigenti. La metamorfosi delle oligarchie nell'età globale", edito Laterza.

Giulio Azzolini
Giulio Azzolini

Da dieci anni non passa giorno senza che qualcuno invochi l'esigenza di una nuova classe dirigente: "Eppure - continua - quasi nessuno sembra accorgersi che, se tale espressione suona ormai logora all'orecchio dei più, non è per l'inettitudine o la disonestà dei singoli, ma anche e soprattutto perché l'età globale ha inesorabilmente compromesso le condizioni d'esistenza di una classe dirigente in senso proprio. Le oligarchie però non si sono sgretolate in quanto il nostro è il tempo opaco dei gruppi di interesse privato, che premono sui decisori pubblici in vista di un tornaconto particolare".

 

Raymond Aron e Norberto Bobbio, tra gli altri, definivano 'il fatto oligarchico' la costante per la quale ogni società, anche se retta in maniera formalmente democratica, è sempre e inevitabilmente scissa tra una minoranza di comando e una maggioranza subordinata. "Ciò che cambia - prosegue Azzolini - è la declinazione di questa 'regola': pochi comandano e molti obbediscano. Una fatalità, ma non è indifferente che questi pochi siano chiamati 'élite', 'casta', 'establishment', 'classe politica', 'classe dominante' o 'classe dirigente'".

 

Le pagine del libro evidenziano come negli ultimi decenni i vertici economici hanno smesso di concepirsi come la componente privata, complementare a quella pubblica, all’interno di classi dirigenti nazionali. Coloro che tengono sotto controllo corporations, istituzioni finanziarie e fondi di investimento, pensano sempre di più la propria identità nei termini di 'gruppi di pressione'. "E allorché - dice - sono emerse le condizioni politiche e tecnologiche per la globalizzazione del capitale, questi gruppi hanno acquisito un carattere dominante. Sul versante privato, dunque, oggi abbiamo a che fare essenzialmente con gruppi dominanti di interesse privato transnazionale".

 

"Sul versante pubblico - spiega - sono invece due le nuove figure dell’oligarchia: i capi e i tecnici. Ma se al limite è immaginabile una democrazia del leader, una democrazia dei tecnici è un controsenso. Dunque, chi ha a cuore le sorti della democrazia rappresentativa dovrebbe riabilitare il vituperato concetto di élite, che, propriamente inteso, indica non solo la parte eletta, ovvero 'scelta dal popolo', ma anche la parte selezionata, figlia di una deliberazione consapevole. E se la democrazia liberale ha sempre vissuto della distinzione tra rappresentanti e rappresentati, oggi proprio le élites politiche potrebbero rappresentare l’unica garanzia dell’interesse pubblico e generale contro lo strapotere dei gruppi di interesse privato e particolare".

 

"I partiti tradizionali - conclude Azzolini - specie a sinistra, dovevano combattere questa battaglia, invece sono stati subalterni alla retorica populista che prometteva di eliminare la dimensione verticale della politica. E quando si promette di abbattere, con le élites, il “fatto oligarchico”, è fisiologico che il potere economico - in mano a pochi grandi gruppi di interesse privato - soverchi il potere politico - slittato dai partiti ai movimenti, ossia ai loro capi". 

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