A Castel Belasi la prima personale della giovane artista trentina Paola Boscaini. Con ''(Co)abitando'' proseguono le iniziative della project room
Il secondo appuntamento della project room dedicata all’arte under 35 di Castel Belasi è la mostra della giovane artista Paola Boscaini, nata in Trentino che si sta formando a Firenze e Torino, qui alla sua prima personale. Un intenso e maturo percorso espositivo che guarda agli esempi della natura per un efficace vivere insieme, che oggi risulta sempre più problematico

CAMPODENNO. Ecco il secondo appuntamento dedicata all'arte under 35 con la prima mostra personale della giovane artista Paola Boscaini. Continua con la mostra “(Co)abitando” della trentina la programmazione della project room di Castel Belasi, nuovo spazio espositivo all’interno del maniero, che completa la proposta articolata in 3 mostre nel maniero da poco aperto al pubblico con splendidi affreschi del Quattro e Cinquecento e divenuto spazio permanente per la cultura. L'opening è previsto per le 18.30 di sabato 30 luglio a cura di Mariella Rossi.
Il castello comprende inoltre una sezione dedicata a mostre temporanee d’arte contemporanea di respiro internazionale – quest’anno una personale di Stefano Cagol a cura di Emanuele Quinz – e un percorso permanente consacrato alla fotografia con pezzi provenienti a rotazione dall’Archivio Fotografico Storico Provinciale – quest’anno Flavio Faganello e la rivoluzione del ’68. La project room ne rappresenta il cuore, situata al centro del castello nella sala a piano terra detta “delle decime”, e votata a una ricognizione degli artisti più giovani, quest’anno con una predilezione per il mezzo pittorico e per trentini formatisi fuori regione, già premiati da riconoscimenti e partecipazioni di rilievo.
L'artista Paola Boscaini, che nella project room di Castel Belasi presenta la sua sua prima mostra personale, dà vita un percorso espositivo composto da una quindicina di opere, strutturato e già maturo che usa il mezzo pittorico come strumento per una riflessione profonda sul momento che stiamo vivendo.
Si pone in osservazione del mondo naturale e cerca di coglierne gli equilibri, prova a comprenderli meglio attingendo ai concetti delle scienze e propone di applicarli al nostro rapporto tra esseri umani e con la natura stessa. Muove il proprio sguardo da focalizzazioni ravvicinate che si addentrano fin nei microorganismi a visioni d’insieme che ammirano le piante più vicine a noi. In questo prende ispirazione anche dal verde di Castel Belasi, dagli alberi secolari, dallo splendido tiglio che accoglie ancora chi arriva davanti alle mura, dalla foresta del lato nord che fa sentire il proprio spirito quando mossa dal frequente vento. Da qui nascono molteplici spunti tra loro coerenti, che prendono forma nei tre nuclei di opere esposti.
Il visitatore è accolto in mostra da tre serigrafie su carta di grandi dimensioni che dimostrano grande maestria con questa specifica tecnica di utilizzo del colore. Queste opere di nuova realizzazione rappresentano tre esempi di (co)abitazione in natura: l’associazione simbiotica tra un fungo e un albero, detta micorriza, tra certi tipi batteri (Rhizobium) e le leguminose, e tra una palma e un coleottero (Derelomus chamaeropsis). Anche se i singoli titoli ricalcano nomi scientifici, l’intento dell’artista non è una riproduzione della natura ma una riflessione concettuale che affonda nelle analisi di teorici internazionali di ieri e di oggi, a partire dal titolo scelto per la serie, “Il mutuo appoggio”, preso dal libro dell’inizio del secolo scorso dello scienziato e filosofo Peter Kropotkin, fino all’idea di con-divenire espressa da Donna Haraway e quella di intra-azione di cui parla un’altra pensatrice femminista americana contemporanea, Karen Barad, in “Performatività della natura”.
Nei dipinti ad acrilico composti sulle pareti come dei trittici, Paola Boscaini ritrae quelle che il botanico francese Gilles Clément ha chiamato “piante vagabonde”, specie che si spostano nello spazio in riferimento alle attività umane e noi oggi consideriamo infestanti, come l’acacia, l’alianto e l’ambrosia.
Segue una serie di tavole a tecnica mista che l’artista unisce sotto il titolo "Riddle of the Rotting Fruit" (L'enigma del frutto marcio), citando l'ecologo Dan Janzen riguardo la relazione tra le piante e gli animali che ne disperdono i semi in un legame indissolubile. Qui lo sguardo diventa tanto ravvicinato da soffermarsi sui fili d’erba e le spine di certe specie e arrivare in certi casi così nel dettaglio da assumere forme astratte, per noi non più riconoscibili. L’artista racconta così la complessità del mondo che ci circonda e la nostra inabilità e superficialità nel rapportarci ad esso.











