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| 30 lug 2022 | 18:13

La voce delle emozioni, echi ed eredità. Intervista alla scrittrice e filosofa Ilaria Gaspari a Vigolo Vattaro per l'Agosto degasperiano

L’incontro si svolgerà al Teatro parrocchiale alle 20.45 e, intrecciando filosofia e letteratura, promette di accompagnare il pubblico a riconoscere il nostro bisogno di emozioni, rivalutando quell’apparente vulnerabilità che è invece l’essenza del nostro essere umani.

VIGOLO VATTARO. Quante volte ci forziamo a reprimere un’emozione? Lo facciamo perché siamo influenzati dallo sguardo degli altri o perché siamo abituati a diffidare delle emozioni. Eppure, sono proprio queste a permetterci di conoscere il mondo: sono strumenti per dialogare con la realtà che ci circonda e con il prossimo, per capire e farci capire. Non ha dubbi su questo Ilaria Gaspari, scrittrice filosofa con una formazione maturata tra la Scuola Normale di Pisa e la Sorbona di Parigi, che domenica 31 luglio è attesa a Vigolo Vattaro per il quarto appuntamento dell’Agosto degasperiano 2022.

 

L’incontro “La voce delle emozioni. Echi ed eredità” si svolgerà al Teatro parrocchiale alle 20.45 e, intrecciando filosofia e letteratura, promette di accompagnare il pubblico a riconoscere il nostro bisogno di emozioni, rivalutando quell’apparente vulnerabilità che è invece l’essenza del nostro essere umani.

 

Viviamo un tempo in cui la “performance” ed il “risultato” sembrano essere i due poli tra cui oscilla il pendolo della nostra esistenza ed esternare le proprie emozioni rischia di divenire sinonimo di debolezza e fragilità. Perché è importante parlare, e scrivere, di emozioni?

 

È importante perché ci libera: ci libera dall’ossessione del “risultato”, ma anche da quella del “successo”. Quantomeno, ci costringe a chiederci cosa sia questo fantomatico successo, se ci deve costare la nostra interezza, se dobbiamo pagarlo al prezzo di costringerci a mostrarci invincibili, impermeabili alla vita, indistruttibili, quando invece non lo siamo - nessuno lo è, nessun essere vivente. Noi non proveremmo emozioni, se non fossimo intrinsecamente vulnerabili: le emozioni servono a proteggerci, e ci serve che ci proteggano, perché siamo deboli. Non c’è niente di male, né niente di speciale, ad ammetterlo: eppure, oggi, pare rivoluzionario.

 

Volta la carta, navighiamo in un mondo “social” che ci fornisce tantissimi strumenti per “raccontarci”, ma che ci impone numerosi “standard” da rispettare per risultare interessanti agli occhi di chi interagisce con noi. Quanto è alto il rischio trovarsi a fingere, e di tradire quindi, le nostre vere emozioni?

 

È molto alto, naturalmente, fintantoché viviamo anche queste possibilità narrative, che sono invece una miniera di bellissime chance creative, nell’ottica dell’approvazione da raccogliere. Purtroppo i social ci espongono a questo meccanismo rispetto al quale è abbastanza fisiologico sviluppare una forma di dipendenza: gli altri, i nostri “amici” o “follower”, ci seguono, ovvero ci osservano, e hanno la possibilità di mostrarci la loro approvazione. Se l’approvazione non ci arriva, restiamo delusi; se ci arriva, e capiamo come riuscire a suscitarla (e capirlo non è difficile, tutt’altro), siamo condizionati a far sì che continuino a rinnovarcela. Questo può portarci a prendere pose che qualche volta sono delle vere censure emotive…

 

Nostalgia, rimpianto e rimorso, ansia, compassione, antipatia, ira, invidia, gelosia, meraviglia, felicità e gratitudine: queste le emozioni raccontate, ed intrecciate all’auto narrazione, nel suo ultimo libro “Vita segreta delle emozioni”. Qual è il filo rosso che le accomuna?

 

Ho scelto delle emozioni che, nella loro storia, e nella storia delle parole e dei pensieri con cui sono state, volta a volta, raccontate, indagate, osteggiate o incoraggiate, mostrassero una doppia polarità, un’ambivalenza. La nostalgia, per dire, è uno stato morboso e allo stesso tempo una rassicurazione. La compassione è una nobile forma di pietà e, insieme, la pretesa narcisistica di sostituirsi all’altro. Persino felicità e gratitudine sono difficili da ricondurre a una bidimensionalità effettiva: la felicità nasce dall’ignorare le difficoltà della vita, è dunque un’ingenuità o, al contrario, una consapevolezza profonda? E la gratitudine, come mai non sembra mai commisurata ai benefici offerti e ricevuti? Quello che volevo mostrare è che le emozioni possono essere piacevoli o spiacevoli da provare, ma nessuna è, di per sé, “buona” o “cattiva”: semplicemente esistono, sono emozioni, dobbiamo prenderne atto.

 

Raccontare le emozioni. È più facile farlo con quelle positive o quelle negative?

 

È difficile in ogni caso: difficile, nel senso di intenso. Richiede di immergersi profondamente in sé stessi, di guardarsi senza schermi, senza protezioni. La sincerità non è mai facile, ma penso che spesso ci premi con un aumento di consapevolezza.

 

Contro il trionfo dell’individualismo, ed il rischio dell’analfabetismo emotivo, che ruolo può giocare oggi la filosofia?

 

Penso che il compito della filosofia, oggi, somigli molto a quello che le diede a suo tempo – in un altro momento di passaggio, e dunque di crisi – il filosofo greco Epicuro: evitare di renderci troppo facilmente ricattabili dalle nostre paure. Solo la conoscenza e la comprensione (di noi e degli altri, e del fatto che apparteniamo tutti alla stessa vita, noi e gli altri animali come noi) possono gettare la luce che ci aiuterà, spero, a non lasciarci atterrire dall’oscurità di un futuro prossimo che non riusciamo a immaginare.

 

Il suo lavoro sulle emozioni affonda le radici nel suo percorso accademico. C’è un motivo particolare che l’ha spinta, in questi anni particolari, a “condividerlo” con i suoi lettori?

 

Era da molto tempo che ci pensavo. Dopo aver scritto “Lezioni di felicità” e averlo portato in giro per l’Italia, prima fisicamente, poi online, da quando è arrivata la pandemia, mi ha fatto riflettere su quanto, in un momento in cui, appunto, le paure minacciano di amplificare le passioni tristi, potesse essere opportuno riprendere l’umanesimo cristallino del filosofo a cui avevo dedicato la mia tesi di dottorato, Spinoza, e provare a raccontarlo, proprio come un antidoto alla difficoltà e all’oscurantismo di un periodo così bizzarro. E allora ho provato a farlo, a modo mio.

 

“Tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco”. Da questa citazione di Gustav Mahler prende le mosse la rassegna Agosto degasperiano 2022, di cui sarà ospite. Qual è, per Ilaria Gaspari, il fuoco imprescindibile e che tutti noi dovremmo custodire?

 

Sono appena stata a Civitanova Marche, dove sono arrivata poco dopo che un uomo era stato ucciso per strada, in pieno giorno, a pugni e calci. Sono rimasta sgomenta apprendendo la notizia, e non so quando, né se, riuscirò a uscire dallo stato in cui questa notizia (e le immediate strumentalizzazioni politiche che se ne sono appropriate) mi ha gettata. Penso che il fuoco che dovremmo custodire, ma forse, prima, anche riaccendere, è quello della vicinanza, dell’apertura, della solidarietà vera. Delle tre parole della Rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Fraternità.

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