A Sanremo la ''chiamata alle armi'' dei giovani (altro che baci e provocazioni). Filippi: ''Dovrebbe farci paura non ciò che ci scandalizza, ma quel che ci sembra normale''
Mentre il Paese si azzuffa sul nulla e complotta sull'incomplottabile (come i dati dello share di questa edizione) una cosa davvero importante è passata in sordina: il via alla finale è stato dato dal capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare, Luca Goretti, il quale oltre a parlare di ''patria'' e ''onore'' ha anche fatto un appello ai giovani ad entrare nelle forze armate. Lo storico trentino: ''Schierare in pompa magna la virtù guerriera sull'attenti, con tanto di inno e invito alla "chiamata alle armi" ha un impatto dirompente su un pubblico che Benjamin definiva "esaminatore distratto". L'impatto di quel che non si nota, che passa sotto traccia''

TRENTO. C'è una parte di Paese che si sta stracciando le vesti per il bacio tra Fedez e Rosa Chemical, per simulato rapporto sessuale, per il vestito di Chiara Ferragni con disegnati due seni, per un dildo apparso a tutto schermo senza accorgersi che l'unico che ha dato davvero scandalo in questo senso non è stato certo un giovane scapestrato ma Gino Paoli che ha rivelato in mondovisione che la moglie di Little Tony lo tradiva il marito ripetutamente in casa sua.
C'è un'altra parte di Paese (che è quella del ''non cielo (sic!) dicono'') che ha delegato il ragionamento a pochi guru dell'irrazionalità, che è riuscita a compattarsi su un complotto complottoso anche per Sanremo. Lo avrete visto girare sui social (rilanciato anche da Diego Fusaro): i dati record di questa edizione non sarebbero record perché nel 1995 venivano fatti picchi di share più alti di oggi e quindi ''stanno mentendo'', ''ci manipolano'', ''non ci facciamo fregare'' senza pensare che nei primi 10 anni di Sanremo (fino al 1961 quando è nata Rai2) lo share era, udite udite, del 100% visto che esisteva solo un canale e nel 1995 la proposta mediatica non era certo l'attuale, che può contare su migliaia di canali, satelliti, televisioni private, piattaforme internet, proposte di ogni tipo. Quindi fare quelle percentuali oggi non è farle quando esistevano un pugno di canali. Ma va bene, stendiamo un velo pietoso.
E mentre il Paese si azzuffa sul nulla una cosa è passata in sordina come sottolinea in un suo post lo storico trentino Francesco Fillippi: ''La virtù della guerra schierata in pompa magna''. ''Che la serata finale del rito collettivo nazionale per eccellenza - ha scritto Filippi - si apra sui concetti di onore, forza e "vigile difesa", espressi da un sorridente plurimedagliato "guerriero-padre" ritengo sia un tratto narrativo ben più pesante dei giochi delle parti su chi bacia chi (che, tolti voyeur e scandalizzati di professione appassionano meno della eterna querelle "canditi vs uvetta")''.
Cosa è successo? La finale del Festival è iniziata con un discorso del capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare, Luca Goretti, intervenuto al termine dell'inno nazionale affidato alla banda della stessa forza armata. Il medagliatissimo militare ha parlato di ''difesa della patria'' di ''gloria'', ha ringraziato il ministero della difesa per essere lì e poi ha fatto un discorso da reclutatore dell'esercito tanto smaccato quanto diretto: ''Questo dicastero - ha detto - festeggia 100 anni ma guarda al futuro. Guarda al futuro e cerca i giovani. I giovani sono il nostro futuro. Quindi noi vogliamo far sì che i giovani entrino nelle forze armate con la loro passione, con la loro speranza, la loro dinamicità. (...) Mi auguro che questo centenario possa avvicinare i giovani nel nostro mondo, un mondo fatto di occasioni come tutta la difesa''. Applausi e il rilancio di Amadeus che non è stato da meno: ''Generale, tantissimi giovani ci seguono e sono sicuro, avranno accolto il vostro invito''. Applausissimi.
Noi ci sentiamo di condividere in pieno la riflessione di Francesco Filippi che pubblichiamo qui sotto, restando perplessi per quanto accaduto. Gli applausi li lasciamo a Mengoni che ha vinto e a tutti quelli che sul palco si sono esibiti, tra canzoni, baci, vestiti, fiori, dildo e provocazioni. Quello è spettacolo. Quanto visto all'inizio, invece, è spettacolarizzazione di qualcosa che rappresenta il più brutto spettacolo che l'essere umano sa mettere in scena: la guerra.
Rimango perplesso per il fatto che del molto accaduto ieri sera in TV la cosa meno "rumorosa" sia stata la presenza, con tanto di discorso galvanizzante alla patria gioventù, di un capo di stato maggiore di forza armata. Che la serata finale del rito collettivo nazionale per eccellenza si apra sui concetti di onore, forza e "vigile difesa", espressi da un sorridente plurimedagliato "guerriero-padre" ritengo sia un tratto narrativo ben più pesante dei giochi delle parti su chi bacia chi (che, tolti voyeur e scandalizzati di professione appassionano meno della eterna querelle "canditi vs uvetta").
Schierare in pompa magna la virtù guerriera sull'attenti, con tanto di inno e invito alla "chiamata alle armi" (pardon, nell'era post liberista del contratto selvaggio, a "professionalizzarsi" imparando tecniche di annientamento) ha un impatto dirompente su un pubblico che Benjamin definiva "esaminatore distratto". L'impatto di quel che non si nota, che passa sotto traccia.
Mentre il paese si trastulla con polemiche stucchevoli su vestiti, limoni e anche sulla guerra periferica fatta di video/pizzini/lettere lette o non lette ecc., la coscienza profonda degli spettatori accoglie assuefatta l'esibizione di gerarchie militari prima sconosciute che nemmeno troppo implicitamente raccontano se stesse come la "parte buona" dell'Italia. Un immaginario da Sudamerica anni Settanta che francamente mette i brividi, anche pensando alla martellante retorica bellica che da qualche anno inonda lo spazio e il linguaggio pubblico: dalla "guerra al covid" agli scontri tra politici che da avversari che diventano "nemici" fino ad arrivare alla ovvia, ma mai banalizzabile, retorica della "guerra europea" che popola i nostri giorni.
Il tutto nel paese che ha inventato molte delle tecniche di propaganda attraverso "tecnica e divisa" nel corso di un intero Ventennio e che ha appena smesso di celebrarsi per un'intera giornata, la giornata che in altri paesi ricorda la pace, come vittima imbelle di una tragedia del Novecento che la stessa Italia in divisa contribuì a innescare.
Di Sanremo, come di molto altro, dovrebbe farci paura non tanto quello che ci scandalizza, ma quello che ci sembra normale.













