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| 02 set 2025 | 19:24

L'indifferenza alla vita e alla morte, il ritorno del bianco e nero: Francois Ozon porta al cinema di Venezia "Lo straniero" di Camus

Tutto è essenziale, per certi versi scontato. Sempre lasciando alle immagini il fascino dell’inconscio, pure del dubbio. L'interpretazione del romanzo di Camus, "Lo straniero", di Francois Ozon

VENEZIA. Sarà il richiamo a citazioni cinefile d’altri tempi oppure la voglia di una giusta disconnessione con le produzioni più eclatanti - dopo il Mago del Cremlino e la mistica ‘visione’ legata al Testamento di Anne Lee, fondatrice (invasata?) a fine ‘700 di un movimento spirituale, proiezioni poi seguite da Smashing Machine, muscoloso Dwayne Jonson (tra le star più pagate) che sale sul ring, ma piange in casa, nonché del preciso Portobello, due dei 6 episodi proposti, regia di Marco Bellocchio, kafkiana vicenda giudiziaria che ha portato in carcere Enzo Tortora, a suo tempo star televisiva seguita da quasi 30milioni di telespettatori - l’attenzione s’è subito concentrata sulla versione cinematografica francese del romanzo di Camus, Lo straniero.

 

Opera nettamente contrapposta - per stile e potenza spettacolare - con A House of Dynamite, regia Katryn Bigelov, la Casa Bianca mobilitata per l’incombenza di un misterioso attacco atomico su Chicago, talmente improbabile quanto possibile, perché vede gli Usa praticamente impotenti. Così Lo straniero, diretto da Francois Ozon è davvero una chicca.

 

Anzitutto per una fotografia in bianconero come raramente capita di vedere. Ogni inquadratura - scarsa concessione agli effetti digitali, tutto rigorosamente da manuale di un cinema ‘vecchio stile’ - con il protagonista Benjamin Voisin ( notato lo scorso anno al Lido tra gli attori di Noi e loro ) nel ruolo del giovane Arthur Mersault, omicida per noia sulla spiaggia di Algeri, quanto la città era di dominio francese.

 

Liberamente - nella struttura narrativa - ispirato al celeberrimo romanzo di Albert Camus, una pagina suprema di letteratura internazionale, al centro di numerose pieces e pure di un film del 1967 di Luchino Visconti, con Marcello Mastroianni protagonista, a suo tempo stroncato dalla critica più autorevole.

 

Al Lido, Ozon si presenta con una versione nel solco della sua consuetudine cinematografica, tralasciando però richiami all’impegno sociopolitico dei lavori più eclatanti. Ricalca l’analogia strutturale del romanzo, senza troppo stravolgerlo.

 

Tutto è essenziale, per certi versi scontato. Sempre lasciando alle immagini il fascino dell’inconscio, pure del dubbio. Inquadrando (alla grande) un taciturno imputato di omicidio - ha sparato 5 colpi di pistola ad un ragazzo algerino, apparentemente senza motivo, forse solo per ‘un colpo di sole’- deciso ad accettare l’impellente invio alla ghigliottina. Nonostante l’avvincente storia d’amore con una coetanea - interpretata da Rebecca Mader - e un lavoro di certosina affidabilità.

 

I riferimenti al romanzo sono inconfondibili, anche se carenti di certi slanci emozionali che si vivono soltanto leggendo il libro.

 

Nel finale ogni spettatore potrà trarre intime considerazioni. Manca l’auspicato plateale tripudio della folla sul percorso che porta al patibolo - come Mersault sperava - sostituito dalla scenografica tomba della vittima, sepolta in riva al mare, con tanto di lapide e nome scolpito nel marmo. Ma il pathos filmico è comunque avvincente, forse lezioso, in sintonia con le atmosfere suggerite da Camus.

 

S’avverte - sempre con piani sequenza degne dei maestri della fotografia d’antan - il senso del vuoto, l’estraneità dalla vita concreta, il presente che non si basa sul concetto di razionalità, con scelte iper individualiste, l’inconsistenza del vivere, neppure in merito a forme di giustizia umana, ben distante pure dall’iter processuale. Algeri, la contrapposizione tra popolazione araba e il ruolo dei francesi, tra privilegi e altrettante incomprensioni.

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