Mario Cagol, la sfida (vinta) di Baricco inaugurerà "Forza Quattro" al Sociale
Il 25 ottobre torna in scena il lavoro che mostra l'intensità interpretativa del comicattore quando esce dall'area protetta con un monologo a tutta anima, qualità e pure autocoscienza. Ecco Novecento che torna in scena sul palco più prestigioso che vedrà poi protagonisti anche Castelli, Gardin e Cont

TRENTO. Palco prestigioso. Palco già “calcato” dai “nostri” con successo. Palco “alla trentina” – nel senso anagrafico dei protagonisti che hanno però l’ambizione (e certo anche la convinzione) di non rappresentarsi come esponenti del provincialismo artistico. Palco per “Forza Quattro”, la mini rassegna che il Centro Santa Chiara offre ad un pubblico che ha sempre mostrato gradimento (e pure affetto) per Andrea Castelli, Mario Cagol, Lorendana Cont e Lucio Gardin.
Si inizierà il 25 del mese corrente con “Novecento”, sfida da far tremare i polsi al comicattore trentino che sfidando sé stesso e soprattutto chi arriccia il naso se non si trova davanti a “Nonna Nunzia” porta in scena Baricco. Non certo una bazzeccola per un intrattenitore che tuttavia non è nuovo a quell’inconsueto e a quello spiazzamento che fa la differenza tra l’area fin troppo protetta delle battute e l’apparente salto nel vuoto della qualità interpretativa. Il monologo teatrale di Alessandro Baricco. Diretto da Mirko Corradini, e accompagnato con musica dal vivo da Michael Strom, Mario Cagol porta in scena la splendida e profonda storia del pianista sull’oceano Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, diventata nel 1998 anche un film di grande successo grazie a Giuseppe Tornatore. Una produzione Compagnia TeatroE, in collaborazione con Centro Servizi Culturali S. Chiara e Coordinamento Teatrale Trentino.
Dello spettacolo che debuttò a Villazzano nell’ottobre del 2024 “Il Dolomiti” scrisse dopo due prima da tutto esaurito. Ecco dunque riproposta quella recensione di Carmine Ragozzino con una semplice raccomandazione che vale anche oggi, dopo che “Novecento” ha girato il Trentino raccogliendo consensi meritati. La raccomandazione? Semplice: siateci.
A volte capita anche ai comici. Capita che si facciano seri, anzi serissimi. Capita che abbandonino la loro zona di conforto (Confort Zone è uno degli inglesismi di moda, troppo di moda, che però qui non attizza) della battuta facile che provoca risate altrettanto scontate. Non succede con frequenza ma se succede la scommessa vale doppio. Mostra un altro volto. Spiazza e stupisce (in positivo). Divertire non è facile perché senza anima la comicità fa rima con aridità e purtroppo di intrattenitori dalla vena rinsecchita, furbetta e ripetitiva ce ne sono in giro troppi. Ma se è un duro lavoro anche il far ridere, derogare all’ilarità per tuffarsi altrove con la voce, il corpo e, appunto, l’anima è una scalata di massimo grado.
Non è dato sapere se Mario Cagol arrampichi e quali vette riesca a raggiungere zaino in spalla. Da un paio di giorni – i giorni dopo il debutto con replica (entrambi sold out) del suo “Novecento” al teatro di Villazzano, si può indubitabilmente dire che le salite artistiche non lo spaventano. Non sono, insomma, ardite. Monologante ma non solo con la voce, Mario Cagol si è misurato con Alessandro Baricco e con una delle sue scritture più riuscite, fascinose ed ostiche. Una storia cinematografica, una storia per immagini ma tutta da immaginare (o che non limita l’immaginazione), motrice di diverse interpretazioni, anche prima che l’Oscar Tornatore la affidasse a Tim Roth (La leggenda del pianista nell’Oceano). Tornatore che cambiò il titolo a Baricco ma ne esaltò l’essenza. L’essenza intrigante di un racconto che sta sì tutto dentro una barca (anzi, una nave, il Virginian) ma che non imbarca mai acqua per come e per quanto la navigazione (letteraria) è segnata da un alto tasso di sentimento. Scena in ombra ma piena di luci.
Mario Cagol non s’è scomposto di fronte ad un testo che richiede un surplus di immedesimazione per rendere al meglio i pochi personaggi ma le tante, tantissime, sfaccettature, l’alta dose di interiorità ma anche di messaggio, che si portano appresso. Ed ecco allora Cagol assumere (ma l’abito non c’entra, è sempre quello) le sembianze di Tim Tooney, il trombettista/narratore e quelle sfuocate ma nitidissime di Danny Boodman Td Lemon Novecento, l’uomo chiamato tastiera, il pianista tentacolare e inarrivabile nato, vissuto e infine “volutamente” morto su un piroscafo-mondo. Il suo mondo, la nave e i suoi concerti, fatto di sicurezza aliena, dal rifiuto dalle insicurezze (ma anche delle gioie, ovviamente) del mondo “di fuori”, quello che sta sulla terra ferma.
Quasi impossibile non farsi “prendere” dalla storia tanto semplice quanto incredibile di Novecento. Possibile, anzi perfino facile, apprezzare ancora di più la storia nella versione teatrale che Cagol ha reso credibile (e godibile) scegliendo di non strafare, di non eccedere nel colore dei personaggi, provando (e riuscendo) a trasmettere la forza del protagonista recitandolo con una rispettosa e certamente ammirata normalità. Ne esce uno spettacolo da vivere tutto d’un fiato sul quale meditare soprattutto dopo lo spettacolo. Meditare sul fatto che la vita è immensa – come l’Oceano – complicata al punto che si può perfino scegliere di non viverla, di rassegnarsi a concentrarla tutta nell’emozione di due mani che ricamano su una tastiera. Per tutta la vita. Spettacolo colloquiale, anche se non c’è colloquio, quello in cui s’è buttato Cagol. Testo perfetto per il teatro ma infido come tutti i testi che sembrano adatti al teatro ma che se non ci metti del tuo rischiano di affondare nella banalità.
Il “metterci del tuo” di Cagol è certamente l’emozione, la commozione che cresce durante il monologo ed esplode (come la nave di Novecento) quando gli applausi (meritati) arrivano a scroscio. Il metterci dell’altro in aiuto all’interpretazione di Mario Cagol rimanda alla regia essenziale di Mirko Corradini. Regia apparentemente semplice nella scena spoglia e nelle luci che hanno decine di tagli ma che sembrano una sola: fissa sull’anima del racconto. Regia però dal guizzo importante quando il fascio giallo illumina le sole mani di Cagol che si muovono in sintonia con quelle del pianista che in ombra, in sagoma, regala dal vivo allo spettacolo la magia delle note di Morricone. Qualità alta quella di Michael Strom, ma qualità sussurrata, senza eccessi di virtuosismo, così come atmosfera comanda. L’atmosfera confidenziale del Novecento firmato Cagol/Corradini e dei bravi tecnici alla bisogna. Ci si fa l’idea che il progetto sia stato molto di più di un buon progetto di spettacolo teatrale. Si intuisce che la principale domanda lasciata inevasa da Novecento, cioè se sia lecito sfuggire alla vita per non viverla in modo gramo, sia stata per attore e regista una lunga e intensa occasione di autocoscienza. Mario Cagol non è nuovo – e per fortuna – alle parentesi. Non abdica, e fa bene, a Nonna Nunzia e al suo dialettando gigione ma spesso sferzante. Ma dopo il dramma del Cermis e la Nevicata storica di Trento, questa sua crociera solitaria in un Oceano di umanità alza l’asticella. Il salto riesce.












