Mistero e artifici, ricerca medica e fantascienza, il Frankenstein di Guillermo Del Toro esplode in una potente carica visionaria
Il regista Guillermo Del Toro prosegue sullo stile della Forza dell'acqua, il suo Frankenstein trova unanimi consensi e il film è tra i più quotati per i Leoni di Venezia

VENEZIA. Non si parla che del funambolico film del messicano Guillermo Del Toro, che con il suo gotico quanto grottesco Frankestein esplode in tutta la potente carica visionaria. Trama conosciuta, il ‘mostro’ reso popolare da tanta letteratura e cinematografia, addirittura creatura simbolica da amare. Di sicuro lo è per il regista da diversi anni indomito suggeritore d’immagini misteriose. Talmente deciso a proseguire lo stile della Forza dell’acqua da farne una specie di ‘seconda edizione’, sostituendo il mostro marino del film che lo ha candidato a ben 13 Oscar - vincendone quattro - con un mastodontico umanoide, assemblato da uno scienziato stravagante quanto narcisista nel suo faraonico, cupo e travolgente laboratorio.
Mistero e artifici, ricerca medica e fantascienza, il tutto mixato con una serie di sequenze mozzafiato, anche se nel finale la retorica spesso prende il sopravento, tralasciando di mettere in risalto il dubbio sul ruolo della natura, pure su come intendere il concetto di amore.
Da vedere sul grande schermo, anche se la produzione coinvolge Netflix, oramai piattaforma garantista, brand che consentirà a schiere di telespettatori di avventurarsi (in questo caso) nelle profondità della manipolazione genetica, l’Uomo che supera la Morte. E non riesce ad avere certezze.
A proposito di certezze e di prospettive del "vivere quotidiano".
Se Frankestein è opera di elaboratissime ‘post produzioni’ digitali, l’ipertecnologia digitale al servizio della narrazione, assolutamente imperdibile è invece il film francese, regia, fotografia, montaggio, pure scenografia e costumi curati da una compagine tutta femminile, con Valèrie Donzelli alla direzione. Che con ‘A pied d’oevre’, coinvolge senza mezzi termini, incanta per semplicità, mirate sequenze che nulla devono alla spettacolarizzazione.
Propone la storia (vera) di un fotografo francese che decide di mollare obiettivi e fotocamere per dedicarsi alla scrittura. Esordisce con grandi riscontri di critica, consensi unanimi, ma altrettanti scarsi introiti. Talmente parchi da renderlo drasticamente sul lastrico. Senza però mai scoraggiarsi, senza tralasciare la sua passione letteraria.
Tratto da un romanzo che d’Oltralpe ha riscosso clamore (anche economico) ora il film propone alcuni interrogativi sui valori che ognuno pensa di dare al suo vivere quotidiano. Denunciando il sottile equilibrio tra benessere e precarietà, quella che porta alla povertà.
Per sopravvivere l’ex fotografo usa piattaforme internet che segnalano lavori con riscontri miserrimi, stabiliti da una App che non transige alcuna forma d’umanità. Ma resiste, mettendo in risalto il lavoro povero e il suo lato oscuro, fatto di crudeli disuguaglianze e incessante precarietà. La regista ribadisce come ‘fare un testo non significa essere pubblicati, poi non è altrettanto sicuro che il testo venga letto, mentre il successo non garantisce alcuna fortuna’.
Il protagonista non deborda, mette in scena solo le contraddizioni del vivere ‘alla giornata’, senza dare certezze risolutive, rispettando l’interiorità delle scelte. Iter di una vivibilità che costringe schiere di giovani - e non solo - a fare i conti con una decrescita certamente non felice. Con scenari preoccupanti. Per tutti.
Un film che ha trovato unanimi consensi, e che mette la ‘squadra rosa Donzelli’ tra le più quotate per i Leoni di Venezia. Merito pure dell’interpretazione di Bastien Bouillon, giovane attore francese tra gli emergenti, non solo in campo europeo.












