Quando la ricerca si fa musica, un'identità internazionale e interdisciplinare. Grande partecipazione e interesse per il coro The Sound of silence al Centro Eurac Research
Si è tenuto il concerto annuale del coro The Sound of Science, realtà corale nata all’interno dell’istituto e formata da ricercatrici e ricercatori accomunati dalla passione per la musica. La guida della formazione è affidata al maestro Alessandro Arnoldo, già attivo in Italia, Austria, Germania, Spagna, Georgia, Croazia e Repubblica Ceca

BOLZANO. Il Centro Eurac Research ha ospitato il concerto annuale del coro The Sound of Science, realtà corale nata all’interno dell’istituto e formata da ricercatrici e ricercatori accomunati dalla passione per la musica. A guidarli è, ormai da alcuni anni, il maestro Alessandro Arnoldo, giovane e poliedrico professionista, già attivo in Italia, Austria, Germania, Spagna, Georgia, Croazia e Repubblica Ceca.
Il concerto di martedì 17 giugno ha proposto un programma ampio e articolato, che ha attraversato culture, lingue e stili diversi, accostando brani colti e popolari, tradizione orale e composizioni contemporanee, musica sacra e profana. Una vera e propria geografia musicale del mondo, interpretata con attenzione e cura da un coro che non è solo espressione di un luogo di lavoro, ma anche specchio dell’identità internazionale e interdisciplinare che caratterizza Eurac Research nel suo insieme.
L’apertura è stata affidata ad Arirang, canto popolare coreano la cui storia affonda le radici nel XIV secolo e che, ancora oggi, rappresenta per molti un simbolo di unità e resistenza. Un inno collettivo, carico di dignità, speranza e forza corale. Il coro lo ha interpretato con equilibrio, dando spazio alla linea melodica con naturalezza, lasciando che la semplicità formale emergesse
Il programma si è sviluppato come un viaggio tematico e simbolico, in cui ogni brano ha aggiunto una sfumatura diversa al mosaico complessivo. Le suggestioni poetiche di If Love Were What the Rose Is e Days of Beauty, su testi di Swinburne e Emily Brontë, hanno portato in primo piano una riflessione sull’amore e la bellezza effimera, mentre Seal Lullaby, ispirata a un racconto di Kipling, ha saputo restituire un’atmosfera sospesa e intima, evocando immagini di tenerezza e protezione.
Non è mancato lo spazio per la spiritualità, con Avinu Malkenu, preghiera dalla solennità austera, e con Baba Yetu, emozionante chiusura in lingua swahili del concerto, che ha trasformato il “Padre Nostro” in una celebrazione ritmica e corale della fede universale. In questi brani la coralità ha trovato la sua dimensione più profonda, riuscendo a esprimere il senso del sacro in forme differenti ma egualmente coinvolgenti.
Accanto a questi momenti di raccoglimento, il programma ha dato voce anche alla tradizione popolare. Brani come Gaelic Song of the Boatman, Scarborough Fair e The Wellerman hanno evocato storie di mare, di lavoro, di leggende, alternando malinconia e ironia. La qualità delle armonizzazioni e la chiarezza delle voci hanno permesso al pubblico di seguire il racconto musicale senza mai smarrire l’orientamento, anche nei momenti in cui le lingue e le ambientazioni cambiavano rapidamente.
Tra i brani più significativi della serata si è distinto We Are All the Stars, pezzo contemporaneo che celebra l’unicità di ciascuno e la bellezza dell’appartenenza a un insieme. In questa composizione, l’idea di pluralità si è fatta suono, immagine, dichiarazione d’intenti. Non a caso, il coro stesso - con le sue voci diverse per timbro, provenienza, cultura - è apparso in questo momento come un simbolo vivo della comunità che rappresenta.
Il finale ha lasciato spazio alla leggerezza, con l’energia coinvolgente di Mambo Italiano, l’originalità senza parole di Adiemus e il brio rinascimentale di Tourdion, in cui la coralità si è fatta gioco, danza, convivialità. Ma anche in questi momenti più spensierati non è mai venuta meno l’attenzione al suono d’insieme e all’equilibrio tra le sezioni, segno di un lavoro preparatorio serio e di una direzione musicale solida.
"The Sound of Science è molto più di un ensemble vocale", commenta Arnoldo. "È una comunità in cui la ricerca del suono si intreccia con quella del sapere, dove il canto diventa strumento di espressione personale e collettiva. In un centro come Eurac Research, che si fonda sull’incontro tra culture e discipline, questo coro rappresenta in forma musicale una realtà più ampia: quella della conoscenza che si apre al mondo, della scienza che non rinuncia alla bellezza, della diversità che diventa armonia".
Il pubblico ha seguito il concerto con partecipazione e attenzione, premiando con un lungo applauso finale una proposta musicale di qualità, pensata con intelligenza e realizzata con passione. Un’esperienza che ha dimostrato come, anche fuori dai circuiti professionali, la musica possa essere veicolo di contenuti profondi e, allo stesso tempo, occasione di gioia condivisa.











