''I bambini continuano a essere tali anche in una guerra: giocano, si annoiano, fanno domande'', Viola Ardone e il suo ultimo libro: ''In Ucraina infranta un'illusione''
La scrittrice Viola Ardone, ospite di 'Appuntamento a Merano' racconta il suo nuovo romanzo 'Tanta ancora vita' a il Dolomiti: "Quando segui la vicenda di un bambino, la guerra smette di essere una categoria geopolitica e torna a essere quello che è sempre stata, un'interruzione violenta della vita"

BOLZANO. "La guerra in Ucraina ha infranto un'illusione: l'idea che la guerra fosse qualcosa che apparteneva ai libri di storia". È da questa riflessione che prende avvio l'intervista in cui la scrittrice napoletana Viola Ardone racconta a il Dolomiti il suo ultimo romanzo "Tanta ancora vita", che sarà protagonista di un nuovo appuntamento della rassegna "Appuntamento a Merano", in programma lunedì 20 luglio alle 21 al Pavillon des Fleurs.
Il romanzo prende le mosse dall'invasione dell'Ucraina, ma guarda ben oltre il fronte, raccontando come ogni conflitto finisca per attraversare anche le vite di chi sembra lontano dalle bombe.
Dopo il successo della "Trilogia del Novecento", culminata anche con l'adattamento cinematografico de "Il treno dei bambini" diretto da Cristina Comencini, Ardone sceglie di ambientare la sua nuova storia nel presente: protagonista è Kostja, un bambino ucraino di dieci anni che raggiunge Napoli alla ricerca della nonna mentre il padre combatte al fronte. Ad accoglierlo è Vita, una donna segnata da un dolore profondo: ed è proprio dal loro incontro che nasce un racconto di rinascita, accoglienza e compassione.
Nella lunga chiacchierata con al centro il suo romanzo, Ardone racconta come la guerra in Ucraina abbia riportato il conflitto dentro il nostro presente, riflette sul ruolo della narrativa in un tempo in cui il rischio è quello di assuefarsi alle immagini della violenza e spiega perché seguire la vicenda di un bambino possa restituire alla guerra la sua dimensione più autentica: quella di un'interruzione violenta della vita.
Dopo Trilogia del Novecento ha scelto di ambientare Tanta ancora vita nel presente, con una storia che prende avvio dall'invasione dell'Ucraina. Da dove è nata l'urgenza di raccontare l'oggi?
La guerra in Ucraina ha infranto un'illusione che la mia generazione coltivava quasi inconsapevolmente: l'idea che la guerra fosse qualcosa che apparteneva ai libri di storia o ai racconti dei nostri nonni. All'improvviso è tornata a essere una parola del nostro vocabolario quotidiano. Non volevo scrivere un romanzo sulla guerra ma su quello che la guerra fa alle persone quando arriva anche dove non cadono le bombe. Perché nessun conflitto resta confinato entro i propri confini geografici: attraversa le case, modifica il linguaggio, cambia il modo in cui guardiamo un bambino, un vicino, uno straniero. Sentivo il bisogno di raccontare questo presente mentre ancora ci stava interrogando, senza aspettare che diventasse storia.
Al centro del romanzo ci sono Kostja, un bambino ucraino di dieci anni in viaggio verso Napoli, e Vita, una donna segnata da un dolore profondo. Come sono nati questi due personaggi e perché ha sentito che fossero loro i protagonisti giusti per raccontare questa storia?
I bambini continuano a essere bambini anche dentro una guerra: giocano, si annoiano, fanno domande, si innamorano delle piccole cose. E proprio per questo la guerra appare ancora più assurda. Vita, invece, è una donna che ha imparato a sopravvivere al proprio dolore costruendogli attorno un recinto. L'arrivo di Kostja rompe quell'equilibrio immobile. Non volevo una donna che salva un bambino né un bambino che salva una donna. Volevo raccontare due vite ferite che, incontrandosi, scoprono che la cura non coincide con la cancellazione del dolore, ma con la possibilità di continuare a vivere nonostante quel dolore.
Kostja e Vita sembrano appartenere a mondi molto diversi, ma il loro incontro cambia profondamente il percorso di entrambi. Che cosa rappresentano l'uno per l'altra e che cosa le interessava indagare attraverso il loro legame?
Kostja obbliga Vita a uscire dalla grammatica del lutto, che è tutta costruita sul passato. Vita, invece, offre a Kostja qualcosa che nessuna frontiera può garantire: uno spazio in cui sentirsi accolto. Le relazioni sono un esercizio di ospitalità reciproca. Non è solo Vita ad accogliere Kostja. Anche Kostja accoglie la parte di Vita che lei aveva smesso di frequentare.
"Questo fanno i bambini alle persone, le sincronizzano sul tempo dell'amore". È una frase che sembra racchiudere il cuore del libro. Quando è nata? È stata il punto di partenza della storia o il pensiero a cui è arrivata durante la scrittura?
È arrivata scrivendo, come succede spesso con le frasi che poi sembrano riassumere un romanzo. Non le inseguo mai: sono loro, se tutto va bene, a trovare me. Credo che i bambini abbiano un rapporto con il tempo completamente diverso dal nostro. Noi adulti viviamo sempre in anticipo o in ritardo: rimpiangiamo, programmiamo, prevediamo. I bambini abitano il presente con una radicalità che può persino spaventarci. Quando entrano nella nostra vita ci costringono a fare altrettanto. E forse l'amore è proprio questo: condividere lo stesso tempo.
Ha dichiarato che pensavamo di vivere in un tempo sereno, salvo accorgerci che pace e democrazia sono valori da custodire ogni giorno. Attraverso la storia di Kostja quanto le interessava mostrare che la guerra non riguarda soltanto chi la combatte, ma finisce per attraversare anche le vite di chi sembra lontano dal fronte?
Oggi possiamo assistere a un bombardamento in diretta dal telefono. Questa vicinanza, però, rischia di trasformarsi in anestesia. Vedere tutto non significa sentire tutto. La letteratura può rallentare questo meccanismo. Può costringerci a sostare dentro una storia invece di scorrerla con un dito. Quando segui la vicenda di un bambino, la guerra smette di essere una categoria geopolitica e torna a essere quello che è sempre stata: un'interruzione violenta della vita.
Nel romanzo scrive che "ogni figlio nato sulla terra è, in fondo, figlio di tutte e di tutti". In un tempo in cui le guerre rischiano di trasformarsi in notizie da scorrere distrattamente, crede che la narrativa possa ancora restituire un volto e una storia a chi altrimenti rimarrebbe soltanto un numero?
Un numero non piange, non ride, non ha paura. Un personaggio sì. La letteratura non cambia la storia né le persone, ma può cambiare il modo in cui ciascuno di noi guarda l'altro.
Il suo romanzo Il treno dei bambini è diventato anche un film diretto da Cristina Comencini. Che cosa ha significato vedere la sua storia interpretata per il cinema?
Cristina Comencini non ha illustrato il romanzo: lo ha interpretato, è quello che dovrebbe fare ogni adattamento. Il cinema e la letteratura parlano due lingue diverse, quando cercano di imitarsi, di solito si impoveriscono entrambi; quando dialogano, invece, possono arricchirsi a vicenda.
In questi anni ha raccontato il Novecento, l'emancipazione femminile, la fragilità mentale e ora una storia profondamente legata al nostro presente. C'è un tema, un'epoca o una vicenda che sente di non aver ancora raccontato e che le piacerebbe esplorare in un prossimo romanzo?
Non parto mai da un tema, altrimenti scriverei un saggio, parto sempre da una voce, da un personaggio che bussa con ostinazione e mi costringe ad ascoltarlo perché mi racconta in fondo qualcosa di me. Continuo a essere attratta dalle persone che la storia attraversa senza chiedere il permesso, da chi non compare nei manuali, ma tiene in piedi il mondo ogni giorno.














