“Sul corpo segni di bastonate e sono stremati dal viaggio”. Ogni sera Lorena e Gian Andrea curano le ferite dei migranti che arrivano dalla rotta balcanica: “Ridiamo loro dignità”
Curano piedi feriti, ascoltano, offrono vestiti o un pasto caldo. Un aiuto che nel tempo ha permesso di costruire una rete di solidarietà forte che si è fatta conoscere anche al di fuori dei confini regionali arrivando fino a Trento dove ha incontrato l'impegno portato avanti da Paola Meina e dall'Associazione Famiglie Tossicodipendenti

TRIESTE. Arrivano ogni sera. Raggiungono un punto della città che ormai è diventato un luogo di approdo e di confine. In quella che ormai è conosciuta come “piazza del Mondo” a Trieste, trovano aiuto decine di persone in fuga da guerre e violenze dopo viaggi tremendi lungo la rotta balcanica (Qui l'articolo).
Sono giovani, addirittura bambini di 10 anni da soli. Ma anche mamme con figli in braccio o intere famiglie. Ad accogliere tutti, senza strutture ufficiali ma con una presenza costante, ci sono Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, coppia che da anni offre cure, ascolto e aiuto concreto ai migranti in transito.
La loro è una storia fatta di gesti semplici ma allo stesso tempo straordinari. Curano piedi feriti, ascoltano, offrono vestiti o un pasto caldo. Un aiuto che nel tempo ha permesso di costruire una rete di solidarietà forte che si è fatta conoscere anche al di fuori dei confini regionali arrivando fino a Trento dove ha incontrato l'impegno portato avanti da Paola Meina e dall'Associazione Famiglie Tossicodipendenti. Nella sede di Piedicastello non di rado arrivano ragazzi che sono passati dalla piazza del Mondo e che trovato sempre accoglienza e aiuto.
In questa intervista Lorenza e Gian Andrea raccontano come è nato il loro impegno, cosa vedono ogni giorno e perché, in un mondo segnato da crisi e migrazioni, continuare ad esserci è diventato per loro non solo necessario, ma inevitabile.
Gian Andrea e Lorena da anni state portando avanti questo vostro impegno. Quando avete iniziato?
Possiamo dire che ci sono due inizi. Il primo a Pordenone tra il 2014 e il 2015 con la prima rotta balcanica che passava da Serbia, Ungheria e Austria. Non avevamo mai visto persone così al limite della sopravvivenza. Alcuni avevano la febbre alta, la polmonite, infiammazioni di ogni genere. E soprattutto fame. Con un gruppo di amici abbiamo iniziato ad aiutarli e questo è durato fino a quando non ci siamo trasferiti nel 2018 a Trieste.
È stato il momento in cui anche la rotta si è spostata a causa della chiusura dei confini di Austria e Ungheria. Arrivati a Trieste abbiamo iniziato ad andare in Bosnia ad aiutare queste persone. Dal 2018 il secondo inizio. Ci siamo resi conto che a Trieste nella zona del porto vecchio, vicino alla stazione, si aggirano numerosi migranti che erano quelli che non volevano fare domanda di accoglienza in Italia e non dovevano farsi identificare altrimenti sarebbero dovuti rimanere nel Paese. Non avevano nessun tipo di aiuto. Da quel momento abbiamo iniziato ad andare in piazza. Noi, avendo avuto un’esperienza durata anni, abbiamo iniziato ad andare in piazza ad aiutarli.
Sono persone che arrivano da un viaggio terribile, fatto di paura e violenza. In che modo siete riusciti a guadagnare la fiducia di queste persone?
Il gesto di rottura è stato nel momento in cui, prendendo per mano un ragazzo, lo abbiamo fatto sedere su una panchina. Gli abbiamo tolto scarpe e calze e abbiamo iniziato a curargli i piedi martoriati. Questo ha rotto la diffidenza di questo popolo e in molti hanno iniziato ad avvicinarsi. Da qui tutto attorno a noi si è creata una rete di persone che ci ha permesso di avere il necessario per curare questi ragazzi: vestiario, cibo e medicinali. Nel 2019 è nata quella che oggi è conosciuta come la Piazza del Mondo. Negli ultimi tre anni siamo lì tutte le sere dalle 19 in poi.
In quali condizioni trovate i ragazzi? Quali traumi riportano?
Da questo punto di vista c'è stato un mutamento nel corso di questi anni. All'inizio trovavamo un numero maggiore di persone in condizioni molto pesanti. Ferite gravi, quasi tutti avevano problemi ai piedi. Nel corso del tempo abbiamo visto uno “speggioramento”, non direi miglioramento. Questo perché nel corso degli anni si è formato un imponente sistema di collegamento, portato avanti a pagamento o tramite sfruttamento. Così molti ragazzi riescono a fare dei pezzi del loro viaggio con dei mezzi. Macchine, pulmini, sempre in condizioni drammatiche. Qui in piazza, nonostante questi cambiamenti, non mancano i casi gravi. Anche di recente siamo stati costretti a chiamare l'ambulanza. Ci sono persone con problemi cardiologici, malattie infettive, polmoniti e tanto altro. Sul corpo continuano a portare segni di violenza, delle bastonate.
Ma questi mezzi che sono comparsi lungo la rotta negli ultimi anni da chi vengono gestiti?
Sono gestiti in diverse forme. In alcuni casi molto violente, obbligano i migranti a chiamare le famiglie per minacciare e farsi dare dei soldi. La frontiera croata è da tutti descritta come la più violenta.
Sì, purtroppo è così. Chi viene bloccato in frontiera viene fatto tornare indietro. Quasi sempre riportano segni di violenza, i migranti vengono bastonati, vengono loro presi i pochi soldi che hanno e anche i cellulari vengono distrutti.
Questi ragazzi che arrivano da voi nella piazza del Mondo quanti anni hanno? Ci sono anche donne?
Abbiamo visto anche ragazzini di 10 anni da soli. Possono arrivare fino a 35–40 anni. Le donne arrivano ogni tanto, non di frequente. Intercettiamo alcune famiglie curdo-turche con bambini piccoli. Spesso però sembrano far parte di una rete e hanno già delle indicazioni su come muoversi.
Questa piazza dove voi siete presenti ogni sera è cresciuta nel corso degli anni.
Ormai siamo veramente persone che danno fiducia. C'è anche una certa notorietà che ci ha permesso di avvicinare e aiutare più persone. Ci sono tre componenti: i migranti che arrivano, quelli che sono già sul posto di passaggio e quelli che invece sono migranti in accoglienza che vengono ad aiutarci in piazza. Oltre ai transitanti ogni sera mediamente vediamo fino a 30–40 persone. Molti vengono in piazza perché è diventata un luogo di socialità e, oltre a svolgere un ruolo sanitario, di dare cibo e vestiti, offre momenti di socializzazione, gioco e musica. Vengono ogni tanto anche molti studenti e scout. C'è poi anche l'importante aiuto di gruppi organizzati. C'è la rete dei fornelli resistenti che ci permette di coprire circa il 75% dei bisogni alimentari.
Qual è il rapporto con la città di Trieste?
Purtroppo non è buono. È negativo con il comune che ciclicamente minaccia di chiudere la piazza ma alla fine non lo fa perché siamo funzionali. In molte occasioni evitiamo che accadano cose gravi.
È fondamentale che la rete che si è formata attorno a noi continui a crescere e mantenere rapporti intensi. Quello dei migranti è un fenomeno che diventerà sempre più vistoso, il caos che vediamo nel mondo creerà fenomeni migratori enormi per anni. Per questo dobbiamo continuare a creare forme di solidarietà che possano rompere l'individualismo diffuso nelle nostre società. Viviamo in un'epoca terribile.















