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Oltre 200 firme del mondo della cultura alla Pat per chiedere una pianificazione: ''Le conseguenze, altrimenti, potrebbero divenire drammatiche''

Oltre 200 persone hanno deciso di unirsi per lanciare un grido d'allarme (all'interno la lettera in forma integrale) per portare all'attenzione "la preoccupante situazione in cui ci troviamo e in cui normalmente siamo costretti a lavorare: il denominatore comune della condizione lavorativa è il costante stato di instabilità contrattuale, l’assenza di riconoscimento professionale e la mancanza di visione futura"

Di Luca Andreazza - 19 maggio 2020 - 00:05

TRENTO. "L'epidemia Covid-19 e le sue conseguenze sono solo la punta di un problema che riguarda anni di precariato di professionisti laureati e qualificati". Così un gruppo di lavoratori precari del mondo della cultura trentina, mediatori e educatori di Mart, Muse e Fondazione museo storico, ma anche nell'orbita del comparto dello spettacolo impegnati prevalentemente nell'attività di tecnici, che aggiungono: "I nostri rappresentanti politici devono considerare la nostra situazione lavorativa come parte di un sistema culturale da ripensare totalmente, a partire dall’errore delle esternalizzazioni dei servizi educativi dei musei provinciali, e nell’ottica di comprendere e affrontare i cambiamenti che l’emergenza sanitaria impone".

 

Oltre 200 persone hanno deciso di unirsi per lanciare un grido d'allarme (sotto la lettera in forma integrale) per portare all'attenzione "la preoccupante situazione in cui ci troviamo e in cui normalmente siamo costretti a lavorare: il denominatore comune della condizione lavorativa di molti di noi è il costante stato di instabilità contrattuale, l’assenza di riconoscimento professionale e la mancanza di visione futura".

 

Sono 34 lavoratori del Mart e 45 del Muse, altri 35 tra Fondazione museo storico, Castello del BuonconsiglioCentro servizi culturali Santa Chiara, Museo storico italiano della guerra, Museo diocesano tridentinoFondazione museo civico di Rovereto, Biblioteca civica Tartarotti, Teatro Portland, scuola e università, Soprintendenza per i beni culturali, associazioni, festival, teatri liberi professionisti. A questi si aggiungono 108 firmatari sono esplicitamente non precari della cultura trentina ma sostenitori dell’appello. 

 

"La crisi attuale - proseguono i firmatari - non ha fatto che mettere a nudo quanto già era emerso negli ultimi anni. A poco serviranno le labili tutele in atto, insufficienti in molti casi a pagare l’affitto di una stanza. La riduzione delle attività è probabile che venga proiettata all’anno prossimo con conseguenze che potranno divenire drammatiche qualora non venga pianificata in tempo una valida alternativa programmatica".

 

Sono tantissime le incertezze nel comparto. "Le opportunità ci sono, ma vanno indagate e pensate in tempo, partendo proprio da chi per professione si occupa di divulgazione scientifica. Per questo è fondamentale il coinvolgimento degli operatori nell’immediato futuro per poter costruire un nuovo modello di museo. Le preoccupazioni maggiori, infatti, sono per il dopo. Quando sarà necessario riaprire, il sospetto di finire schiacciati da certe logiche di mercato è molto alto. Questo perché negli ultimi anni ci si è ostinati a non riconoscere ai musei un ruolo educativo fondamentale per lo sviluppo di una cittadinanza consapevole e attiva".

 

La richiesta è si inizia a affrontare le criticità. "Non dobbiamo farci trovare impreparati e dobbiamo lavorare tutti nella stessa direzione e crediamo che il primo passaggio da fare sia quello di riconoscere e garantire a tutte le categorie dei lavoratori e professionisti, la propria dignità. Pensare che in musei di pertinenza provinciale si finga di non vedere la situazione gravissima che si sta vivendo a causa della selvaggia esternalizzazione di servizi essenziali riteniamo sia riprovevole".

 

Ci sono già le prime proposte alla Provincia per un concreto e immediato intervento. "L'accesso al bonus una tantum pensato per i lavoratori con partita Iva, allargato anche ai lavoratori intermittenti - - un reddito di emergenza con anticipo o almeno una velocizzazione dei tempi di erogazione, aggiungendo un'estensione del reddito sui 12 mesi al di là dell'emergenza sanitaria; la Naspi, per i lavoratori dello spettacolo, per i giorni 'vuoti' tra una chiamata lavorativa e quella successiva".

 

LA LETTERA IN FORMA INTEGRALE

Siamo lavoratrici e lavoratori intermittenti del mondo della cultura trentina e abbiamo deciso di unirci per far sentire la nostra voce, rimasta da troppi anni inascoltata.

 

Siamo professioniste e professionisti precari che lavorano sia in realtà museali, come Mart, Muse e Fondazione Museo Storico del Trentino, nel ruolo di mediatori in ambito didattico-culturale, sia nell’ambito dello spettacolo, come tecnici durante le messinscene teatrali o le esibizioni live.

 

Scriviamo per lanciare un appello alla comunità trentina e ai nostri rappresentanti politici per sottoporre alla loro attenzione la preoccupante situazione lavorativa in cui ci troviamo e in cui normalmente siamo costretti a lavorare. Si tratta di una condizione che è ulteriormente aggravata dall'emergenza nazionale causata dal Covid-19 e che coinvolge l’intero sistema culturale trentino, museale e del mondo dello spettacolo, che normalmente in questi mesi primaverili vede fiorire le proprie attività, mentre quest'anno è tutto fermo e l'assenza di lavoro comporta, una volta ancora, un danno non solo per le realtà culturali locali e la cittadinanza, ma ancor più per quei lavoratori che ordinariamente garantiscono l'esistenza dei servizi museali e dello spettacolo, e che oggi sono privi di tutele e desidererebbero essere coinvolti in processi decisionali e creativi che dovranno delineare un nuovo futuro.

 

L’emergenza sanitaria, e le sue conseguenze, sono solo la punta di un problema che riguarda anni di precariato di professionisti laureati e qualificati: il denominatore comune della condizione lavorativa di molti di noi è il costante stato di instabilità contrattuale, l’assenza di riconoscimento professionale e la mancanza di visione futura. La condizione attuale di quelli di noi che sono lavoratori intermittenti non rispetta la nostra professionalità e le nostre competenze. 

 

Le realtà in cui lavoriamo sono differenti e sfaccettate, ognuna con specifiche caratteristiche ma che tristemente si accomunano per una inadeguata condizione di noi lavoratori intermittenti, e non solo, che porta a svilire le nostre professionalità, oltre che a depauperare il mondo culturale locale.

 

È il caso del Mart, uno dei musei provinciali, che vede noi mediatori museali lavorare in totale assenza di un monte ore stabilito e di uno stipendio costante, oltre che di tutele minime come la malattia o la maternità/paternità. Nella fattispecie ci troviamo in balìa di un sistema di prenotazioni e organizzazione delle attività museali che favorisce la massima flessibilità, penalizzando la gestione professionale del lavoro nonché la sostenibilità economica di questa tipologia di contratti, che inevitabilmente ci costringe ad avere lavori paralleli per mantenerci, influenzando negativamente anche la progettualità futura riguardante le nostre vite private. Inoltre, da più di tre anni, questo quadro della situazione si è ulteriormente incancrenito con l’esternalizzazione dei servizi educativi, che ha comportato un’ulteriore riduzione dei nostri stipendi e che con quest’anno vede il rinnovo di tale prassi per i prossimi cinque anni, anche con un cospicuo taglio dei fondi da parte della Provincia.

 

Tutte queste preoccupazioni si innestano in un contesto, quello attuale, in cui è assente considerazione e attenzione nonostante le numerose sollecitazioni inviate a più tavoli istituzionali per poter essere inseriti in una qualche forma di ammortizzatore sociale o forma di sostegno al reddito.

 

Il problema della totale mancanza di orari e giornate di lavoro costanti, nonché di tutele, è molto sentito in tutto il comparto della cultura: anche i lavoratori dello spettacolo (siano soci di cooperative, partita iva e così via) di cui nell’ultimo mese si è molto parlato, sono nella nostra stessa situazione. Non possono contare su uno stipendio continuativo e non hanno accesso a tutele.

 

Anche al Muse, il più grande museo provinciale con il Mart, la situazione si è aggravata dopo l’esternalizzazione dei servizi, creando un contesto di estrema precarietà lavorativa. La desolante fotografia dello stato attuale è rimarcata da alcuni dati sconcertanti. In quasi 7 anni siamo arrivati a un centinaio di abbandoni del posto di lavoro, questo perché divenuto inconciliabile con una dignitosa vita sociale e familiare. Infatti negli anni non è stata registrata alcuna paternità tra gli operatori e molte madri si sono trovate costrette ad abbandonare il lavoro. Dati del genere dovrebbero da soli far emergere il totale fallimento delle politiche lavorative ed occupazionali adottate.

 

La crisi attuale, d’altronde, non ha fatto che mettere a nudo quanto già era emerso negli ultimi anni e a poco serviranno le labili tutele in atto, insufficienti in molti casi a pagare l’affitto di una stanza. La riduzione delle attività è probabile che venga proiettata all’anno prossimo con conseguenze che potranno divenire drammatiche qualora non venga pianificata in tempo una valida alternativa programmatica. Le opportunità ci sono, ma vanno indagate e pensate in tempo, partendo proprio da chi per professione si occupa di divulgazione scientifica.

 

Per questo è fondamentale il coinvolgimento degli operatori nell’immediato futuro per poter costruire un nuovo modello di museo. Le preoccupazioni maggiori, infatti, sono per il dopo. Quando sarà necessario riaprire, il sospetto di finire schiacciati da certe logiche di mercato è molto alto. Questo perché negli ultimi anni ci si è ostinati a non riconoscere ai musei un ruolo educativo fondamentale per lo sviluppo di una cittadinanza consapevole ed attiva.

 

Per tutti questi motivi, non dobbiamo farci trovare impreparati e dobbiamo lavorare tutti nella stessa direzione e crediamo che il primo passaggio da fare sia quello di riconoscere e garantire a tutte le categorie dei lavoratori, professionisti sottoscrittori di questa lettera, la propria dignità. Pensare che in musei di pertinenza provinciale si finga di non vedere la situazione gravissima che si sta vivendo a causa della selvaggia esternalizzazione di servizi essenziali riteniamo sia riprovevole. I nostri rappresentanti politici devono considerare la nostra situazione lavorativa come parte di un sistema culturale da ripensare totalmente, a partire dall’errore delle esternalizzazioni dei servizi educativi dei musei provinciali, e nell’ottica di comprendere e affrontare i cambiamenti che l’emergenza sanitaria impone e imporrà.

 

Per chiudere il nostro appello desideriamo avanzare già delle proposte di aiuto concreto immediato, in modo tale che la Provincia possa valutare queste azioni prima possibile, per tutti quei lavoratori assunti con contratto intermittente, a chiamata e collaborazione occasionale si richiede al più presto la possibilità di accedere a forme di sostegno del reddito quali potrebbero essere: il bonus una tantum pensato per i lavoratori con partita iva, allargato anche ai lavoratori intermittenti; un reddito di emergenza con anticipo o almeno una velocizzazione dei tempi di erogazione, aggiungendo un'estensione del reddito sui 12 mesi al di là dell'emergenza sanitaria; la NASpI, per i lavoratori dello spettacolo, per i giorni “buchi” tra una chiamata lavorativa e quella successiva.

 

Inoltre, chiediamo di poter continuare a svolgere il nostro lavoro producendo materiali utili per la didattica a distanza o la fruizione televisiva, lezioni o visite on line agli spazi museali. I musei provinciali in parte lo hanno fatto ma chiediamo che questa attività venga ampliata anche con la collaborazione dei colleghi lavoratori dello spettacolo, le cui competenze sono senz’altro utili per la realizzazione di prodotti multimediali e video-televisivi, e pensare per il prossimo futuro a progetti di interrelazione tra la scuola e i musei del territorio, dove la didattica si possa muovere tra aule e spazi educativi alternativi sperimentando arte, scienza, storia e altre materie. Questo consentirebbe di rendere le nostre istituzioni culturali più adeguate alla contemporaneità e di valorizzare le nostre competenze troppo a lungo svilite dal precariato. Perché questa situazione non è solo frutto della pandemia ma affonda le sue radici nello svilimento della professionalità degli operatori culturali, che ha anche depauperato anno dopo anno il servizio che viene offerto al pubblico.

 

Per questo chiediamo, oltre all’accesso a quelle forme di ammortizzazione sociale da cui molti di noi sono stati ingiustamente esclusi, anche un ripensamento complessivo della gestione dei nostri luoghi di lavoro e di ciò che ci viene chiesto di fare. Occorre uscire dalla logica per cui si costruiscono musei che costano miliardi o si organizzano “grandi eventi” per mettere a lavorarci dentro dei precari sottopagati.

 

Si è detto che dobbiamo cercare di immaginare il mondo del “dopo” e per questo occorre ragionare nell’ottica del servizio alla popolazione, e non del mercato fine a sé stesso o dell’“immagine”. Questo servizio alla popolazione, che deve essere di qualità, lo si può attuare solo implementando le produzioni multimediali e valorizzando chi nelle istituzioni culturali o nello spettacolo lavora ogni giorno.

 

Occorre ripensare radicalmente l’approccio alla cultura attraverso la valorizzazione di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori del settore e quindi dando loro la possibilità di esprimere al meglio le proprie capacità e competenze.

 

L'appello vede 215 firmatari.

Di cui: 34 firmatari lavorano presso Mart, 45 firmatari lavorano presso Muse e 35 firmatari lavorano presso Fondazione Museo Storico del Trentino, Castello del Buonconsiglio, Centro Servizi Culturali Santa Chiara, Museo Storico Italiano della Guerra, Museo Diocesano Tridentino, Fondazione Museo Civico di Rovereto, Biblioteca Civica Tartarotti, Teatro Portland, Scuola e Università, Soprintendenza per i Beni culturali, Associazioni, Festival, Teatri, Liberi professionisti.

 

Di cui: 38 firmatari sono mediatrici/mediatori museali, 28 firmatari sono educatrici/educatori, 10 firmatari sono operatrici/operatori dello spettacolo e 38 firmatari sono tecnici specializzati, progettisti culturali, funzionari, catalogatori, assistenti, bibliotecari, mediatori sociali, docenti. 

 

Sono 108 i firmatari esplicitamente non precari della cultura trentina ma sostenitori dell’appello.

 

 

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