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"Lavorare meno, lavorare tutti", a parità (o quasi) di salario. La proposta di Lorenzo Baratter per contrastare la disoccupazione

Alla presentazione anche il giuslavorista Piergiovanni Alleva che spiega: "La differenza salariale potrebbe essere colmata con strumenti che già esistono nella legislazione, dal welfare aziendale al salario d'ingresso". E la proposta prevede assunzioni a tempo indeterminato.

 

Di Donatello Baldo - 24 giugno 2017 - 11:15

TRENTO. “Se si esce per strada, se si incontrano le persone fuori dai palazzi – esordisce Lorenzo Baratter – il problema che tutti sentono come il più drammatico riguarda il lavoro, l'occupazione, soprattutto per le giovani generazioni”. Un problema a cui il consigliere autonomista cerca di dare risposte con un disegno di legge presentato in questi giorni: “Misure per il riassorbimento della disoccupazione tramite la promozione di contratti di solidarietà espansiva”.

 

Con lui, alla presentazione della proposta, Piergiovanni Alleva, consigliere regionale in Emilia Romagna, giuslavorista e presidente della consulta nazionale della Cgil. La proposta originale è sua, Baratter l'ha mutuata declinandola in chiave trentina. L'obiettivo è quello della riduzione del monte-ore settimanale, da 40 a 32, per facilitare l'ingresso nel mercato del lavoro di più persone, assunte a tempo indeterminato. 

 

Da cinque giornate di lavoro alla settimana si passerebbe a quattro, quindi ogni quattro posti di lavoro se ne potrebbe creare uno nuovo. Il problema però – osserva lo studioso – è quello di garantire la stessa retribuzione anche a chi riduce il monte-ore, perché minor lavoro significa minor salario”. Questo ammanco, nella proposta presentata, andrebbe ad essere riempito da tre strumenti”.

 

“Anzitutto – spiegano gli estensori del ddl – si tratta di intervenire su qualcosa già previsto dalle leggi sul lavoro, i contratti si solidarietà espansiva che sono contratti di secondo livello aziendali, che cioè vanno negoziati in aggiunta ai contratti nazionali e definiti a livello territoriale. Questa proposta rimane in piedi – affermano – solo se si riesce a garantire che una flessione dell'orario per favorire più occupazione non significhi una perdita sostanziale di retribuzione”.

 

Insomma, va bene lavorare meno per agevolare nuove assunzioni, così da avere anche più tempo libero da dedicare alla famiglia o a se stessi, ma allo stipendio pieno non si rinuncia tanto facilmente: lavorare otto ore in meno a settimana, tradotto in soldoni significa un 20% in meno in busta paga. “Ecco perché è necessario trovare gli strumenti compensativi che riducano almeno del 60% questo ammanco”.

 

Vediamo allora gli strumenti di compensazione previsti. “Per primo quello del salario di ingresso dei neoassunti, 'recuperato' e distribuito per riempire il gap salariale. Come secondo strumento l'utilizzo del welfare aziendale, una 'leva' su cui può agire lo stesso datore di lavoro che gli consente un recupero della compensazione ai lavoratori che accettano la riduzione di orario".

 

Un welfare che si può tradurre in beni e servizi (ad esempio un buono spesa da spendere in un supermercato prestabilito che in considerazione della logica dei grandi numeri può permettersi una scontistica molto vantaggiosa). "Terzo strumento una contribuzione regionale, e nel nostro caso provinciale, come scelta politica per la riduzione della disoccupazione giovanile".

 

“Strumenti – spiega Alleva – che andrebbero a ridurre di molto la differenza salariale. A questo punto – afferma – se la riduzione di una giornata settimanale di lavoro significasse una perdita salariale di nemmeno 50 euro, a fronte di uno stipendio pieno di 1.300 euro, sarebbe conveniente. Si avrebbe un minor carico di lavoro, più tempo per la famiglia, per il tempo libero e allo stesso tempo ci sarebbe un aumento dei posti di lavoro”.

 

“La mia proposta – conclude Baratter – è un punto di partenza, utile per l'avvio di una discussione su un tema importantissimo. In estate, tra luglio e Agosto, con lo slogan 'La disoccupazione non va in vacanza', girerò il trentino per illustrare questa mia proposta e per raccogliere attorno ad essa il sostegno dei territori”.

 

Una proposta che attraverserà l'iter legislativo della Commissione consiliare e che sarà discussa anche dalla politica. “Ma sarà mio compito anche incontrare i sindacati e le categorie economiche. Questo strumento – spiega – sarà utile anche per un cambiamento culturale, per capire che il lavoro è un bene comune, uno strumento con cui si possono promuovere azioni di solidarietà sociale”.  

 

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