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Covid, con la crisi aumenta il lavoro in nero e la situazione è destinata a peggiorare

Sono già 450 mila i posti di lavoro persi durante la pandemia e con lo sblocco dei licenziamenti è previsto un peggioramento della situazione. Questo quanto emerge dall'analisi della Cgia di Mestre, che avverte: "Queste attività non solo non pagano i contributi, ma non sottostanno nemmeno alle norme igienico-sanitarie così importanti in questo momento"

Di Mattia Sartori - 05 aprile 2021 - 11:25

TRENTO. Con l’avanzare della crisi economica aumenta la disoccupazione e con essa anche l’esercito dei lavoratori in nero. È un processo che caratterizza tutti i periodi di difficoltà economica e l’emergenza Covid non fa eccezione. Ma se da una parte questo fenomeno permette alle famiglie di mettere il pane in tavola, dall’altro danneggia chi si attiene alle regole e paga i propri contributi, creando concorrenza sleale.

 

Secondo quanto riporta il Cgia di Mestre nell’ultimo anno la pandemia avrebbe già provocato la perdita di 450 mila posti di lavoro. A questi si aggiungono molti parrucchieri, estetiste e addetti del settore alberghiero e della ristorazione, che nelle ultime settimane sono stati costretti a casa dalle chiusure. Il numero totale di lavoratori in nero è difficile da stimare, ma secondo le ultimi indagini Istat sul fenomeno (risalenti al 2018, ben prima della crisi pandemica) si parlerebbe di cifre attorno ai 3,2 milioni, ovvero il 12,9 per cento del totale occupati. La situazione è destinata a peggiorare con il futuro sblocco dei licenziamenti, previsto a fine giugno per chi lavora nelle Pmi e nelle grandi imprese e in autunno per le micro e le piccolissime aziende.

 

Tutta questa forza lavoro però non resta ferma: anche loro hanno bisogno di procurarsi da vivere e quindi si trovano ad optare per lavori irregolari. Un fenomeno che si sta osservando soprattutto nelle regioni più colpite dalla crisi. I camerieri per esempio si stanno improvvisando edili, imbianchini, idraulici, giardinieri o addetti alle pulizie. Accettano qualsiasi compito che permetta loro di tornare a casa con qualche decina di euro al giorno. Inoltre la mancanza di parrucchieri ed estetiste a causa delle chiusure ha creato una grande domanda per queste figure professionali. Una manna dal cielo per gli abusivi che, soprattutto nella settimana di Pasqua, hanno girato nelle case degli italiani realizzando tagli, messe in piega e molti altri tipi di servizi.

 

Questo crea un problema non indifferente. Non solo perché ovviamente questi soggetti non versano i contributi, ma anche perché non sottostanno ai rigidi criteri igienico-sanitari posti in precedenza dal Governo, girando di casa in casa senza lo stesso tipo di controllo che c’era sulle attività ufficiali. Di conseguenza la decisione di chiudere le attività di servizio alla persona in zona rossa potrebbe aver aumentato il rischio di contagio invece che diminuirlo.

 

Emerge inoltre il problema della concorrenza sleale. Il lavoro in nero ovviamente, non dovendo sottoporsi al prelievo previdenziale, a quello assicurativo e a quello fiscale, permette a chi lo pratica di offrire ai propri clienti un prezzo finale molto più contenuto. Questo mina alla base il funzionamento del sistema economico, minacciando la sopravvivenza di tutte le imprese che invece lavorano “alla luce del sole” e versano i propri contributi, magari con immensa difficoltà.  

 

Infine non vanno sottovalutate le condizioni di lavoro degli irregolari. A parte le paghe irrisorie queste persone spesso mancano delle più basilari tutele previste dalla legge in materia di sicurezza sul lavoro e questo porta all’insorgere di più incidenti e malattie professionali.

 

Secondo le stime Istat la situazione peggiore si registra al Sud, dove il tasso di irregolarità oscilla tra il 15,7 per cento (Sardegna) e il 22,1 per cento (Calabria). Le regioni più virtuose sono invece quelle del Nordest, dove si registrano tassi di irregolarità tra il 10 per cento (Trento) e l’8,9 per cento (Bolzano). Inoltre i 3,2 milioni di lavoratori in nero, sempre secondo l’Istat, produrrebbero un valore aggiunto pari a 77,8 miliardi di euro di cui nulla entra nelle casse dello Stato.

 

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