''Io, falegname, e i problemi ad accedere al credito in banca: perché se non si hanno 'santi in paradiso' che garantiscono per te crescere è impossibile''
Lettera di Alex Faggioni, artigiano, padre di famiglia, che sta cercando di acquistare il capannone dove è stato in affitto con la sua attività: ''L'emergenza pandemica ha messo sul lastrico diverse attività e lo Stato, per correre ai ripari, ha dato vita a degli strumenti di garanzia che vanno a coprire gli investimenti aziendali fino all'80%. Sfruttando questa opportunità e facendo uno sforzo economico non banale ho contattato la banca del mio territorio, una Cassa Rurale con la quale collaboro da vent'anni, ma ecco cosa è successo''

TRENTO. Accesso al credito e mobilità sociale, due temi apparentemente distanti ma, come spiega Alex Faggioni, falegname trentino che qualche tempo fa ha cercato di acquistare il capannone dove lavora, in realtà molto più connessi di quanto si possa pensare. Un problema che attanaglia il nostro sistema, non facile da risolvere, ma che senz'altro va affrontato perché non è un caso se l'Italia resta il Paese con minor mobilità sociale tra quelli industrializzati il che si traduce, secondo il World Economic Forum in un mancato aumento del Pil di quasi il 5% in 10 anni se non si migliora la situazione crescendo del 10% nell'indice di mobilità sociale.
Per il Wef uno dei problemi atavici del sistema Italia è la scuola dove ''manca la diversità sociale'' e quindi non viene favorita l'inclusione tra ceti diversi. Ci sono poi le scarse opportunità di lavoro per i giovani, soprattutto, ma anche il tema dell'accesso al credito può essere determinante per far crescere un imprenditore/artigiano che ''si è fatto da sé''. Faggioni, in particolare, spiega come ''l'emergenza pandemica ha messo sul lastrico diverse attività e lo Stato, per correre ai ripari, ha dato vita a degli strumenti di garanzia che vanno a coprire gli investimenti aziendali fino all'80%. Sfruttando questa opportunità e facendo uno sforzo economico non banale ho contattato la banca del mio territorio, una Cassa Rurale con la quale collaboro da vent'anni''.
''Per poter concludere l’operazione - prosegue Faggioni - la banca, una volta concessami da Roma la garanzia statale, ha chiesto che un terzo soggetto andasse a garantire ciò che la garanzia statale non copriva. Ciò che mi ha lasciato basito è però che la banca non si sia accontentata di ricevere a garanzia una firma per il rimanente 20% ma che abbia preteso che l'investimento venisse ulteriormente coperto da una garanzia fideiussoria del 50% sul totale. Ed è proprio qui che il sistema mostra il fianco ostacolando, forse impossibilitando, il principio di mobilità sociale. Se il sistema creditizio prosegue la corsa verso questa direzione nella quale il credito viene concesso solo alle persone che, in virtù di una fortuna della loro vita, possiedono qualcosa da dare in garanzia o fanno parte di una rete parentale in cui qualcuno può permettersi di garantire per loro, il risultato è quello di tagliare fuori da uno strumento fondamentale e determinante persone volenterose disposte a rimboccarsi le maniche per creare con il sudore della propria fronte lavoro per sé e per gli altri''.
''La stessa iniqua questione - prosegue l'artigiano che ha due figli e una moglie - riguarda da vicino chiunque abbia intenzione di acquistare casa. Se il finanziamento viene richiesto da due dipendenti pubblici con contratto a tempo indeterminato, il tasso di interesse, dato il rischio minore per la banca, sarà più vantaggioso. Se la stessa coppia può portare a garanzia solo contratti precari, mansioni artigiane, o lavori a tempo determinato, per le tabelle economiche il rischio è maggiore ed il tasso proposto sarà conseguentemente più alto innescando un meccanismo perverso in cui chi ha di più, o sta meglio, può spuntare condizioni economiche migliori''.
''Tutto questo non è una novità'', prosegue Faggioni che dimostra di essere ben è conscio del fatto che le Banche non sono istituti a scopo prettamente benefico e quindi se ''prestano'' denaro vogliono essere ben sicure di non perderlo, ma pone la questione delle Casse Rurali. ''Ciò che per me rappresenta una novità - spiega - è il venir meno delle banche territoriali quali attori di contenimento di queste dinamiche. Gli accorpamenti degli ultimi anni hanno del tutto eliminato la funzione di questi soggetti trasformando il ruolo che le Casse Rurali hanno esercitato fin dalla loro fondazione portandole sempre di più ad essere banche commerciali che anziché dar credito alle persone in base alla loro storia e alla fiducia che nella comunità queste si erano guadagnate, concedono finanziamenti sulla base di tabelle e parametri matematici. Vale la pena ricordare che i principi fondativi delle Casse Rurali erano basati, a fine ottocento, sul mutualismo di stampo cattolico, non sull’algebra e sulle funzioni. In tutto questo c'è un rischio enorme e la ricaduta di queste dinamiche riguarda tutto il tessuto sociale ed economico delle comunità''.
Il rischio? ''Il primo è quello di avere per le vie dei nostri paesi e delle nostre città una bottega, un'officina o un atelier in meno e un soggetto (infelice) a carico dello Stato in più. Il secondo - conclude il giovane artigiano - è quello che quel ragazzo vada a chiedere i soldi a qualcuno che li ha e che per darglieli non ha bisogno di tante formalità. Poi non lamentiamoci se sul giornale scopriamo che i Casalesi, o chi per loro, si riescono ad accaparrare pezzi della nostra economia''.
Ecco la lettera di Alex Faggioni integrale
Accesso al credito
Da un anno e mezzo l'apertura dei TG, dei giornali, l'argomento più dibattuto nei talk show televisivi, è l'andamento della pandemia e le reazioni dell'opinione pubblica alle direttive emanate dal governo per il suo contrasto. Il dibattito pubblico si è cristallizzato attorno a questo anche se nel frattempo il mondo continua a scorrere ed il processo di erosione dei sistemi che per decenni hanno contribuito a garantire la tenuta sociale continua inesorabile.
La revisione di tutto l'impianto del terzo settore, cui le realtà trentine non sono esenti, procede spedito verso forme di privatizzazione ed accentramento di stampo marcatamente neoliberista. Processi in atto da tempo e denunciati 20 anni fa dai movimenti di protesta di Genova oggi non sono più semplici proiezioni teoriche di prospettiva ma sono piuttosto una realtà concreta che incide sulla vita di tutti noi.
Accanto alla messa in discussione quotidiana dei diritti dei lavoratori portata avanti con parole d'ordine come flessibilità e attraverso una trasformazione nell'ingaggio delle maestranze in forme sempre più liquide e precarie, stiamo vivendo in maniera del tutto inconsapevole all'opinione pubblica, un gravissimo processo di restringimento della possibilità di accedere al credito da parte di artigiani e realtà produttive. Posso testimoniare rispetto a questo un’esperienza diretta che mette a nudo un sistema territoriale che ha dei tratti inquietanti.
Sono un falegname di 40 anni e da 15 anni faccio l'artigiano. Ho iniziato dal nulla la mia attività e negli anni ho consolidato una piccola nicchia produttiva e cambiato svariate sedi di lavoro. Recentemente, allo scadere dell'ennesimo contratto d'affitto, mi sono deciso a fare un passo per acquistare una porzione di capannone. L'emergenza pandemica ha messo sul lastrico diverse attività e lo stato, per correre ai ripari, ha dato vita a degli strumenti di garanzia che vanno a coprire gli investimenti aziendali fino all 80%. Sfruttando questa opportunità e facendo uno sforzo economico non banale ho contattato la banca del mio territorio, una Cassa Rurale con la quale collaboro da vent'anni.
Per poter concludere l’operazione, la banca, una volta concessami da Roma la garanzia statale, ha chiesto che un terzo soggetto andasse a garantire ciò che la garanzia statale non copriva. Ciò che mi ha lasciato basito è però che la banca non si sia accontentata di ricevere a garanzia una firma per il rimanente 20% ma che abbia preteso che l'investimento venisse ulteriormente coperto da una garanzia fideiussoria del 50% sul totale. E' proprio qui che il sistema mostra il fianco ostacolando, forse impossibilitando, il principio di mobilità sociale. Parlo di quel principio che si evince nel primo passaggio della nostra Carta Costituzionale. “L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro”, dice la nostra legge fondamentale. È chiaro però che per dar corpo a questo sacrosanto principio occorre mettere le persone volenterose nelle condizioni di poter avere accesso a tutti gli strumenti di cui hanno bisogno per poter intraprendere il percorso che permetta loro di disarticolare la propria posizione sociale proiettandola verso l'alto.
Se il sistema creditizio prosegue la corsa verso questa direzione nella quale il credito viene concesso solo alle persone che, in virtù di una fortuna della loro vita, possiedono qualcosa da dare in garanzia o fanno parte di una rete parentale in cui qualcuno può permettersi di garantire per loro, il risultato è quello di tagliare fuori da uno strumento fondamentale e determinante persone volenterose disposte a rimboccarsi le maniche per creare con il sudore della propria fronte lavoro per sé e per gli altri.
La stessa iniqua questione riguarda da vicino chiunque abbia intenzione di acquistare casa. Se il finanziamento viene richiesto da due dipendenti pubblici con contratto a tempo indeterminato, il tasso di interesse, dato il rischio minore per la banca, sarà più vantaggioso. Se la stessa coppia può portare a garanzia solo contratti precari, mansioni artigiane, o lavori a tempo determinato, per le tabelle economiche il rischio è maggiore ed il tasso proposto sarà conseguentemente più alto innescando un meccanismo perverso in cui chi ha di più, o sta meglio, può spuntare condizioni economiche migliori. Tutto questo non è una novità. Sono tasselli perversi del sistema economico capitalista.
Ciò che rappresenta invece una novità è il venir meno delle banche territoriali quali attori di contenimento di queste dinamiche. Gli accorpamenti degli ultimi anni hanno del tutto eliminato la funzione di questi soggetti trasformando il ruolo che le Casse Rurali hanno esercitato fin dalla loro fondazione portandole sempre di più ad essere banche commerciali che anziché dar credito alle persone in base alla loro storia e alla fiducia che nella comunità queste si erano guadagnate, concedono finanziamenti sulla base di tabelle e parametri matematici. Vale la pena ricordare che i principi fondativi delle Casse Rurali erano basati, a fine ottocento, sul mutualismo di stampo cattolico, non sull’algebra e sulle funzioni.
In tutto questo c'è un rischio enorme e la ricaduta di queste dinamiche riguarda tutto il tessuto sociale ed economico delle comunità.
Se sul territorio esiste un ragazzo, figlio di famiglia svantaggiata, che vuole affrancarsi dalla sua posizione sociale attraverso il lavoro e vuole aprire una bottega per la rivendita del pane o un'officina per aggiustare biciclette oppure un atelier in cui cucire vestiti dovrà necessariamente sviluppare un progetto e rivolgersi a chi questo progetto lo andrà a sostenere finanziariamente. Se le banche territoriali, che un tempo erano attori fondamentali del terzo settore, non svolgeranno questo ruolo abbiamo due strade. La prima è quella di avere per le vie dei nostri paesi e delle nostre città una bottega, un'officina o un atelier in meno e un soggetto (infelice) a carico dello stato in più.
La seconda è quella che quel ragazzo vada a chiedere i soldi a qualcuno che li ha e che per darglieli non ha bisogno di tante formalità. Poi non lamentiamoci se sul giornale scopriamo che i Casalesi, o chi per loro, si riescono ad accaparrare pezzi della nostra economia.
Alex Faggioni











