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| 03 mag 2025 | 17:31

In Italia sempre più pensionati. Nei prossimi 10 anni 3 milioni di potenziali lavoratori in meno: ''Ci sarà calo Pil e aumenteranno spese sanitarie, previdenziali e assistenziali''

L'analisi della Cgia di Mestre sui dati Istat è di quelle che dovrebbe scuotere il Paese e la politica. I rischi per il sistema produttivo sono enormi. Ad essere più in emergenza l'intero Sud Italia. Al Nord il Veneto perderà più di 230mila persone in età lavorativa. Chi sta meglio (ma si fa per dire) sono Trento e Bolzano

VENEZIA. In 10 anni quasi 3 milioni di potenziali lavoratori in meno, pari a una riduzione della 'forza lavoro' del 7,8%. Dovrebbe essere uno dei primi problemi al centro di ogni agenda politica quello del calo demografico e del fatto che l'Italia è sempre più un Paese di pensionati e sempre meno di cittadini produttivi eppure non è così. A destra e a sinistra si litiga su questioni ideologiche, ci si aggrappa a populismi di contrapposta natura ma dall'identico risultato (tutto resta fermo) e così la nazione invecchia, gli immigrati vengono percepiti solo come una questione di (in)sicurezza e il grande tema che tiene banco sui media è il ridicolo (se non fosse drammatico) balletto delle nostre navi militari che fanno spola con l'Albania portando avanti e indietro poche decine di persone. 

 

Il quadro, però, tracciato dalla Cgia di Mestre è di quelli davvero allarmanti. Le proiezioni demografiche indicano che, entro i prossimi dieci anni, la popolazione in età lavorativa presente in Italia diminuirà di quasi 3 milioni di unità, precisamente 2.908.000 di persone. All’inizio del 2025 questa fascia demografica contava 37,3 milioni di persone; si prevede che la platea nel 2035 scenderà a 34,4 milioni. Tale calo è attribuibile al progressivo invecchiamento della popolazione: con un numero sempre più ridotto di giovani e un consistente gruppo di baby boomer  prossimo all’uscita dal mercato del lavoro per raggiunti limiti d’età, il nostro Paese rischia lo “spopolamento” della coorte anagrafica potenzialmente occupabile. Va sottolineato che tutte le 107 province italiane monitorate in questo studio registreranno entro il prossimo decennio una variazione assoluta negativa, confermando che il fenomeno colpirà indistintamente tutte le aree del Paese. L’analisi è stata realizzata dall’Ufficio studi della Cgia che ha elaborato le previsioni demografiche dell’Istat.

 

''Se si considera il declino demografico insieme all’instabilità geopolitica, alla transizione energetica e a quella digitale - spiega la Cgia - nei prossimi anni le imprese sono destinate a subire dei contraccolpi molto preoccupanti. La difficoltà, ad esempio, nel reperire giovani lavoratori da inserire nelle aziende artigiane, commerciali o industriali è un problema sentito già oggi, figuriamoci tra un decennio. È importante sottolineare che chi spera in un’inversione del trend demografico rischia di rimanere deluso, poiché non esistono misure efficaci in grado di modificare questa tendenza in tempi ragionevolmente brevi. Inoltre, nemmeno il ricorso alla manodopera straniera potrà risolvere completamente la situazione. Di conseguenza, dobbiamo prepararci a un progressivo rallentamento del Pil. Va inoltre considerato che una società con una popolazione sempre più anziana e meno giovane dovrà affrontare un aumento rilevante della spesa previdenziale, sanitaria e assistenziale, con implicazioni molto negative anche sui nostri conti pubblici''.

 

Tutto questo partendo dal rapporto tra numero di lavoratori e di pensionati, che ormai, secondo gli ultimi dati disponibili (di fine 2023), è solo di 1,49. Questo vuol dire che ci sono 149 occupati ogni 100 pensionati, mentre in Germania, altro Paese con altissima età media, sono 179 e in Spagna ancora di più, 204.

 

A livello di territorio tra quelli che al Nord risultano più in sofferenza c'è il Veneto (con un calo di 238.745 unità che in percentuale valgono il 7,8% della potenziale forza lavoro della regione) e più in generale il Sud Italia. Dei 3 milioni di persone in meno che occuperanno la fascia anagrafica tra i 15 e i 64 anni, la metà interesserà le regioni del Sud. Lo scenario più critico investirà la Sardegna che entro il prossimo decennio subirà una riduzione di questa platea di persone del 15,1 per cento (-147.697 persone). Seguono la Basilicata con il -14,8 per cento (-49.685), la Puglia con il -12,7 per cento (-312.807), la Calabria con il -12,1 per cento (-139.450) e il Molise con il -11,9 per cento (-21.323).

 

Per contro, le regioni meno interessate da questo fenomeno saranno il Trentino Alto Adige con il -3,1 per cento (-21.256) la Lombardia con il -2,9 per cento (-189.708) e, infine, l’Emilia Romagna con il -2,8 per cento (-79.007). A livello provinciale, invece, la flessione più importante si verificherà a Nuoro con il -17,9 per cento. Seguono la Sud Sardegna con il -17,7, Caltanissetta con il -17,6, Enna con il -17,5 e Potenza con il -17,3. In valore assoluto la provincia che subirà la perdita più importante è Napoli con -236.677 persone. Tra le province meno interessate dalla contrazione segnaliamo Bologna con il  -1,4 per cento, Prato con il -1,1 e, infine, Parma con il -0,6.  

 

 

Belluno si pone in una posizione intermedia passando da 120.311 persone in età lavorativa, oggi, a 108.356 nel 2035 per un -9,9%Trento è la 92esima provincia su 107 e vedrà un calo da 345.269 persone in età da lavoro, oggi, a 333.286 nel 2035 con un calo del 3,5%. Bolzano fa ancora meglio piazzandosi al 99esimo posto con un calo del 2,7%.  

 

 

Tra le imprese saranno le Pmi le più penalizzate

Da qualche anno in tutto il Paese le imprese denunciano grosse difficoltà nel reperire personale qualificato da inserire nei propri organici. Nei prossimi anni, tuttavia, il Mezzogiorno potrebbe incontrare meno problemi rispetto al Centronord. A differenza di quest’ultimo, infatti, il Sud e le Isole presentano tassi di disoccupazione e inattività significativamente elevati, che potrebbero consentire di colmare almeno parzialmente le lacune occupazionali previste soprattutto nel settore agroalimentare e in quello turistico-ricettivo. È altresì evidente che molte aziende, in particolare quelle di piccole dimensioni, saranno costrette a ridurre gli organici a causa dell’impossibilità di procedere ad assunzioni. Per quanto riguarda le medie e grandi imprese, invece, la problematica potrebbe risultare meno rilevante: grazie alla possibilità di offrire salari superiori alla media, orari flessibili, benefit e pacchetti significativi di welfare aziendale, i giovani presenti sul mercato del lavoro tenderanno a preferire le realtà più strutturate piuttosto che le piccole e micro imprese che solo in piccola parte sono in grado di erogare tali benefici.

 

Ad avvantaggiarsene potrebbero essere solo le banche

Un Paese con una popolazione in progressivo invecchiamento potrebbe affrontare, nei prossimi decenni, significative sfide nel mantenimento dell’equilibrio dei conti pubblici, soprattutto a causa dell’incremento delle spese sanitarie, pensionistiche, farmaceutiche e assistenziali. La CGIA sottolinea che una ridotta presenza di giovani under 30 e un’alta incidenza di over 65 potrebbero determinare ripercussioni negative su settori economici strategici, comportando una contrazione strutturale del Pil. Considerando la minore propensione alla spesa tipica della popolazione anziana rispetto a quella giovanile, una società prevalentemente composta da persone in età avanzata rischia di ridurre il volume d’affari del mercato immobiliare, dei trasporti, della moda e del settore ricettivo (HoReCa). Al contrario, il settore bancario potrebbe essere tra i pochi a beneficiare di alcuni effetti positivi: grazie a una maggiore inclinazione al risparmio rispetto alle altre coorti anagrafiche, la popolazione anziana potrebbe incrementare il valore economico dei propri depositi, favorendo così le istituzioni creditizie…

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