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Trento
07 ottobre | 20:40

Un super dazio al 107% per la pasta italiana, il settore trema: "Decisione strumentale e punitiva, una vessazione grave basata su un calcolo infondato"

Gli Stati Uniti pesano per 671 milioni di euro, circa il 10% del fatturato, e coinvolge tredici imprese tricolori. La proposta sul tavolo è di un super dazio al 107%. Il segretario generale di Pastai Unione Italiana Food: "Ci muoviamo con le istituzioni e il ministero: serve un segnale forte per evitare la chiusura delle esportazioni Oltreoceano"

TRENTO. Gli Stati Uniti pensano a un super dazio sulla pasta italiana: una tassa che potrebbe schizzare al 107%, un valore elevatissimo che agita il settore. "E' una fase delicatissima". A dirlo a il Dolomiti è Luigi Cristiano Laurenza, segretario generale di Pastai Unione Italiana Food. "La pronuncia del Dipartimento di commercio statunitense è strumentale e punitiva. Non ci sono ragioni tecniche per questa misura".

 

Da gennaio 2026 potrebbe scendere una scure sulla pasta, una prospettiva che manda in fibrillazione un'intera filiera. Negli ultimi mesi la catena agroalimentare - il vino in particolare - si è già confrontata con le incertezze legate all'introduzione dei dazi. Una situazione di tensione causata anche dalle politiche confuse di Donald Trump tra annunci, posticipi, marce indietro e reintroduzione delle tasse.

 

Ora nel mirino è finita la pasta. "C'è sorpresa e sbigottimento", dice Laurenza. "La pronuncia ci ha molto colpiti e amareggiati. Le due aziende prese a riferimento hanno fornito puntuali informazioni e completa documentazione, c'è la massima disponibilità per garantire tutti gli approfondimenti del caso. Fissare i dazi in modo così severo è assolutamente grave: una vessazione".

 

L'Italia esporta il 60% della produzione e quello a stelle e strisce è il secondo mercato di riferimento, dopo la Germania e prima di Francia e Regno Unito. Gli Stati Uniti pesano per 671 milioni di euro, circa il 10% del fatturato, e coinvolge tredici imprese tricolori. Per il Pastificio trentino Felicetti si parla per esempio di circa 6 milioni di dollari.

 

"L'Italia ormai è un mercato sostanzialmente saturo e con pochissimi margini di manovra: consumiamo circa 23 chili pro capite all'anno", evidenzia il segretario generale di Pastai Unione Italiana Food. "Si può senz’altro crescere come su altri Paesi extra Unione europea ma la concorrenza è sempre più agguerrita e gli Stati Uniti rappresentano tanto per il settore e sono difficili da sostituire. La pasta è tra i prodotti d'eccellenza del Made in Italy, una produzione porta bandiera. Per questo ci muoviamo con le istituzioni e il ministero: serve un segnale forte per evitare la chiusura delle esportazioni Oltreoceano".

 

Ma come si potrebbe arrivare a un incremento percentuale a tripla cifra? Il Dipartimento del commercio degli Stati Uniti ha avviato l'anno scorso un’indagine sulle presunte pratiche di dumping (una pratica scorretta che vede i produttori vendere la merce al ribasso e sotto il costo di produzione) per superare la concorrenza. Per questo spesso si ricorre a misure correttive, i "dazi antidumping".

 

Il Dipartimento ha preso come riferimento Garofalo e La Molisana (i marchi più venduti - dopo Barilla che però ha linee produttive negli States). Le conclusioni parlano di poca collaborazione e che le informazioni inviate non sono state sufficienti. Ecco la scelta di applicare un dazio antidumping del 91,74%, percentuale che si aggiunge a quella applicata a tutte le merci provenienti dall'Unione europea - il 15% disposto nel luglio scorso. Si arriva così al 106,74%.

 

"Gli Stati Uniti sono un grande produttore e le aziende locali hanno probabilmente esercitato una certa pressione per raggiungere questo obiettivo che escluderebbe le imprese italiane", continua Laurenza. "Il metodo di calcolo è totalmente infondato e le accuse di scarsa collaborazione non sono reali". Le valutazioni sono ancora preliminari e la speranza è che si possa tornare a una distensione. "C'è stato un improvviso cambio di rotta rispetto ai negoziati in corso".

 

Una criticità che si inserisce in un quadro complesso tra il post Covid, i rincari delle materie prime e dell'energia, le guerre. E il settore della pasta italiano si misura con una concorrenza sempre più attrezzata. "Gli scenari sono cambiati velocemente", aggiunge il segretario generale di Pastai Unione Italiana Food. "La competizione è una sfida e molte imprese investono sulle tecnologie equivalenti alle nostre. Gli Stati Uniti sono un competitor importante e concorrenziale, il secondo paese produttore al mondo, ma anche Turchia e Egitto sono in forte crescita".

 

Il settore non è più totalmente o quasi appannaggio dell'Italia e c'è da sgomitare per le imprese del Bel Paese. "Oggi un piatto di pasta su cinque è italiano, ma fino a qualche anno fa il dato si attestava al 25%. Questo significa che la pasta è apprezzata e amata, un prodotto accessibile, sostenibile e che garantisce un equilibrio nutrizionale equilibrato per una dieta sana e bilanciata. Tuttavia dobbiamo rimanere uniti per mantenere la leadership e soprattutto scongiurare dei dazi così punitivi e ingiusti", conclude Laurenza.

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