"Ricordo gli spari di notte a Khartoum durante il golpe: due anni dopo è scoppiata la guerra". Dal Sudan a Trento, un libro per raccontare la tragedia umanitaria
Giulia Raffaelli, editrice di Nuovi Panorami ed ex operatrice umanitaria in Sudan, ha tradotto e pubblicato "Confluenze di paesaggi, anime e popoli" di Marion Abonnenc, che a Khartoum lavorava per l'ambasciata francese ed è stata evacuata allo scoppio del conflitto: "Il suo è un racconto quasi corale, nel quale fa spesso parlare i protagonisti del dramma". Raffaelli era nella capitale nell'ottobre 2021, quando il colpo di Stato piantò i semi della guerra odierna: ecco la sua testimonianza

TRENTO. Dietro alla guerra, dietro a un Paese dilaniato dalla violenza e sempre più diviso, dietro agli interessi delle potenze straniere nell'area e all'inabilità della comunità internazionale di trovare una via d'uscita a quella che le stesse Nazioni Unite hanno definito “la peggior catastrofe umanitaria del pianeta”. Dietro a tutto questo, in Sudan si intrecciano anche le storie di chi, prima e dopo lo scoppio del conflitto tra l'Esercito regolare sudanese (Saf) e le Rapid support forces (Rsf), il 15 aprile 2023, in quel Paese è arrivato per contribuire alla gestione delle molteplici situazioni di crisi umanitaria che da decenni ormai interessano tutta la zona – dal genocidio in Darfur alle tensioni con il Sud Sudan fino all'emergenza rifugiati seguita alla guerra in Tigray.
E da Khartoum, la capitale sudanese, una di quelle storie porta dritto a Trento, alla “rinascita” di una storica casa editrice e a un libro – un memoir per la precisione – che tocca da vicino guerra, testimonianze dirette e impegno umanitario. Il tutto sullo sfondo di una relazione che proprio nell'inferno del conflitto sudanese ha mosso i suoi primi passi. Ma procediamo con ordine.
Una nuova casa editrice: “Partire dalla tradizione per individuare un futuro condiviso e plurale”
Il filo rosso che seguiamo nel ricostruire questa storia è la trentina Giulia Raffaelli, oggi editrice e che per diversi anni – tra il 2020 e il 2022 – ha lavorato in Sudan come operatrice umanitaria dell'Unhcr. Proprio durante la sua attività a Khartoum – legata alla gestione dell'emergenza rifugiati seguita al conflitto nel Tigray, che tra il 2020 e il 2022 ha portato a centinaia di migliaia di vittime nel nord dell'Etiopia – Raffaelli ha conosciuto Marion Abonnenc, impegnata a sua volta in attività umanitarie all'ambasciata francese. Diversi anni dopo, una volta tornate rispettivamente in Italia e in Francia, a riunire le due sarà un volume scritto da Abonnenc per raccontare la sua esperienza (“Confluenze di paesaggi, anime e popoli” il titolo scelto per la versione italiana) e che Raffaelli ha deciso di tradurre e pubblicare, dando vita a una nuova casa editrice: Nuovi Panorami.
“Il nome è legato al progetto editoriale che mio nonno aveva creato qui a Trento: Panorama – spiega Raffaelli a il Dolomiti –. Io avevo iniziato a lavorare con lui, appassionandomi al mondo dell'editoria. E quando sono rientrata dal Sudan, un paio d'anni fa, ho deciso di dare vita a una nuova casa editrice che ne riprendesse, almeno in parte, il nome. Così è nata Nuovi Panorami, la cui identità si lega direttamente a ciò che voglio trasmettere: la necessità di partire dalla tradizione per individuare un futuro condiviso e plurale. Un'idea che riecheggia tra le pagine del libro di Marion, nel quale i lettori possono trovare una piccola finestra aperta su un mondo diverso e lontano, nel quale possiamo però rintracciare tante emozioni e temi condivisi e comuni”.
Il memoir di Marion Abonnenc: “La sua storia poteva essere la mia”
Un mondo che Raffelli e Abbonnenc hanno imparato a conoscere in prima persona: “Io sono rimasta a Khartoum dal 2020 all'ottobre 2022, Marion è arrivata un anno dopo, nel 2021, ed è partita dopo lo scoppio della guerra”. Entrambe hanno vissuto direttamente il colpo di Stato con il quale, il 25 ottobre 2021, i due leader delle fazioni che oggi si scontrano nel Paese – Saf ed Rsf – hanno arrestato e deposto il primo ministro del governo civile di transizione sudanese, Abdalla Hamdok, piantando, di fatto, i semi dello scontro che nemmeno due anni dopo avrebbe fatto precipitare il Paese nel caos.
A differenza di Marion, scrive Raffaelli nel presentare il volume: “Non ero in Sudan allo scoppio della guerra; a salvarmi, la nascita di una figlia, concepita in terra sudanese, confluenza di destini altrimenti inconciliabili. La storia di Marion poteva essere la mia e, in un certo senso, lo è”.
“Sono venuta a conoscenza della pubblicazione del suo libro sui social – continua l'editrice trentina – e subito l'ho contattata per chiedere se potessimo lavorare insieme per tradurlo dal francese e pubblicarlo. Il genere più appropriato per descriverlo è il memoir: tramite la sua attività con l'ambasciata francese, Marion ha toccato con mano prima l'emergenza umanitaria e poi lo scoppio della guerra civile. A questo primo livello narrativo, nel quale si ritrova anche l'evacuazione di emergenza dal Paese verso Gibuti e poi al ritorno in Francia, se ne accompagna un altro, più sentimentale. Marion racconta infatti anche della separazione forzata con l'uomo con il quale aveva iniziato una relazione durante il suo soggiorno in Sudan, un rifugiato siriano arrivato a Khartoum per ricostruirsi una vita. Per certi versi è un racconto quasi corale, nel quale l'autrice fa spesso parlare i protagonisti del dramma che, man mano, ha preso forma dopo l'inizio della guerra".
Tra le testimonianze molte sono di donne, che hanno dovuto affrontare - e continuano a farlo - una campagna di violenza sessuale che sistematicamente ha interessato le zone di conflitto: "Molte hanno raccontato di aver dovuto prendere in mano le armi, per difendersi. Nel caos generale, racconta Marion, le donne sudanesi hanno ben chiaro di poter contare solo su sé stesse per sopravvivere".
Il colpo di Stato: “Facile prevedere che la situazione potesse precipitare. Ancora oggi mi chiedo se la comunità internazionale avrebbe potuto fare di più"
Ben prima dell'inizio delle ostilità però, Raffaelli ha vissuto nella capitale sudanese i prodromi del disastro umanitario al quale la comunità internazionale assiste da ormai tre anni: il colpo di Stato con il quale è stato arrestato il premier del governo civile di transizione.
“E' successo di notte – racconta –. Dal quartiere di Khartoum nel quale abitavamo abbiamo sentito gli spari, le linee di comunicazione sono state bloccate per quasi un mese, internet compreso. All'epoca però esercito regolare e forze di supporto rapido si allearono: fin da subito è stata quindi ristabilita una sorta di calma nella capitale. Per chi conosceva le dinamiche profonde del Paese però, era chiaro che la situazione prima o poi sarebbe precipitata: era un 'quando' più che un 'se'. Allo stesso tempo, la popolazione non è mai stata zittita: dal colpo di Stato all'inizio della guerra i cittadini sono scesi in strada e nelle piazze a protestare ogni settimana. Giovani e adulti, riuniti in comitati di quartiere, hanno manifestato contro i gas lacrimogeni, contro i proiettili di gomma e per chiedere una vera transizione democratica nel Paese. Molti erano tornati in Sudan dopo la caduta del dittatore Omar al-Bashir, nel 2019, per fare parte di questo movimento di ricostruzione e cammino verso la democrazia”.
Poi però, nelle prime fasi della guerra la città si è letteralmente svuotata: “Oggi, dopo la riconquista da parte dell'esercito regolare, si sta ripopolando. Nei primi mesi circa l'80% della popolazione era stata costretta ad andarsene”. Una delle caratteristiche del conflitto in corso, continua Raffaelli, è legata al continuo cambio delle linee di fronte, che rende ancor più difficile la sopravvivenza per la popolazione e la riorganizzazione della vita delle comunità colpite.
“Un ruolo centrale in questo contesto viene rivestito dalle forze civili – dice – in primis dalle Emergency Response Rooms, una struttura di coordinamento formata da reti di volontari e comitati di quartiere che organizzano e distribuiscono aiuti umanitari nelle aree colpite dal conflitto, dalla fornitura di medicinali alla distribuzione di cibo e acqua”.
Oggi le prospettive per una fine del conflitto sono lontane: in Sudan si sta infatti giocando una partita che coinvolge tanto gli attori principali dell'area – Egitto ed Etiopia in particolare – quanto attori regionali e potenze mediorientali che proprio in Sudan combattono una sorta di proxy war per assicurarsi risorse, oro in primis, e influenze nel Corno d'Africa – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, ma anche Arabia Saudita e Russia.
“Finché questi attori non avranno un chiaro incentivo per fermare le violenze – conclude Raffaelli – è difficile immaginare una conclusione della guerra. Le forze occidentali non sono attori principali in questo contesto, l'Unione Europea in particolare sembra non avere gli strumenti per forzare chi ha interessi nel conflitto a spingere per un cessate il fuoco. La comunità internazionale in primis avrebbe forse dovuto fare di più proprio dopo il colpo di Stato, per prepararsi di fronte a uno scenario che molti consideravano inevitabile: oggi le prospettive di pace sono purtroppo minime”.


















