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| 19 ago 2021 | 10:49

Maltempo, il geologo: ''Una pianta che cade fa parte del ciclo: ma un albero ad alto fusto isolato in ambiente urbano e vicino alle case è una scelta giusta a livello di prevenzione?''

Nelle scorse ore molti alberi hanno ceduto per le raffiche di vento per colpire auto parcheggiate, case o finire sulle strade. Poi ci sono frane, smottamenti e colate detritiche. Mirko Demozzi: "Il cambiamento climatico evidente, ma non può essere una scusa per la politica per coprire carenze o prendere decisioni superficiali nella pianificazione territoriale locale e l'interazione con sviluppo urbanistico e infrastrutturale"

TRENTO. "Si deve tenere conto dei cambiamenti climatici, ma ancora di più dell'interazione tra il territorio e lo sviluppo urbanistico e infrastrutturale nato dal Secondo dopoguerra". A dirlo Mirko Demozzipresidente dell'ordine regionale Trentino Alto Adige dei geologi. Riconfermato alla guida dell'ente a seguito dell'ultima tornata elettorale. "E' evidente che gli ultimi eventi abbiano scaricato maggior energia rispetto a quanto siamo abituati ma ci troviamo in un contesto di elevata antropizzazione del territorio che comporta grandi rischi per la popolazione".

Ormai le ondate di maltempo sono sempre più intese. Nelle scorse ore molti alberi hanno ceduto per le raffiche di vento per colpire auto parcheggiate, case o finire sulle strade. Poi ci sono frane, smottamenti e colate detritiche. Ogni volta si deve effettuare la conta dei danni. 

 

"L'antropizzazione è più diffusa e più ampia rispetto al passato - aggiunge il presidente dell'Ordine dei geologi - questo aumenta l'impermeabilità del suolo e la rete di smaltimento delle acque, spesso ormai vecchia, non consente di far defluire la pioggia in modo ottimale. Poi c'è la presenza diffusa di insediamenti e infrastrutture che aumentano drasticamente le possibilità che un evento naturale colpisca direttamente i manufatti antropici. Una pianta che cade fa parte del ciclo della vita, resta da capire piuttosto se un albero ad alto fusto isolato in ambiente urbano e vicino alle abitazioni sia stata la scelta giusta a livello di prevenzione".

 

La spinta all'urbanizzazione si è intensificata nel Secondo dopoguerra, un'espansione rapida dei centri abitati e delle infrastrutture. "E magari nel frattempo si è costruito senza debitamente valutare le regole di compatibilità con l'evoluzione del nostro territorio e quindi senza una visione progettuale a 360 gradi. La natura - evidenzia Demozzi - è in continuo mutamento e non possiamo pretendere che viaggi alla nostra stessa velocità: se per noi 50 anni sono tanti, per l'evoluzione geologica sono pochissimi. E' necessario adattarsi e intervenire con profondo rispetto dell'ambiente. Il cambiamento climatico è globale e naturalmente le riflessioni sono ormai d'obbligo, ma questo non deve diventare una scusa per la politica per coprire carenze o prendere decisioni superficiali nella pianificazione territoriale locale".

 

Ogni perturbazione particolarmente intensa comporta un aumento dell'attenzione, soprattutto sui corsi d'acqua. "Siamo rimasti molto colpiti dall'alluvione avvenuta in Germania e Belgio. Ma questo è il risultato dell'urbanizzazione con scarsa pianificazione e riflessioni adeguate nei confronti della morfologia del territorio - spiega il presidente - si è andati a costruire su antichi letti e anse dei fiumi senza calcolare rischi e pericoli e dei tempi di ritorno degli eventi naturali. Diventa sempre più importante calcolare gli impatti delle espansioni urbane e della cementificazione. Un esempio è la valle dell'Adige: colmata e quindi formata dalle numerose esondazioni del corso d'acqua nel corso dei millenni, il fiume ha accumulato centinaia e centinaia di metri di depositi a seguito di numerose alluvioni ma in assenza di aree urbanizzate e infrastrutturate".

 

Fiume che è stato spostato nel 1858, un'operazione che nei progetti doveva servire a evitare inondazioni e piene nel centro della città. Il tracciato originale è stato così profondamente rettificato. "Non sempre possiamo effettivamente sapere - continua Demozzi - se le rettifiche dei corsi d'acqua siano sempre un miglioramento, se argini e larghezza siano stati calcolati in modo corretto. Se, per esempio, sia stata effettuata negli anni una valutazione dei tempi di ritorno. La capacità di valutare la compatibilità di qualsiasi intervento umano sull'ambiente a lungo termine è fondamentale; se l'uomo non conserva memoria degli eventi troppo lontani, l'evoluzione geomorfologia invece si ripete ciclicamente anche con tempi di ritorno di centinaia di anni".

 

Il Trentino nell'analisi del territorio è all'avanguardia tra ricorso ai satelliti, laser scanner e droni, ma si può fare di più. "Le amministrazioni sono molto attente - aggiunge il geologo - il Trentino e l'Alto Adige dimostrano una grande sensibilità ma serve comunque un passo in avanti. Negli ultimi anni, anche a causa del cambiamento climatico, assistiamo a queste perturbazione intense e violente: il sistema di Protezione civile interviene in presa diretta, mentre i geologi sulla prevenzione. Purtroppo però le relazioni geologiche spesso vengono ancora viste come un aggravio burocratico, ma gli studi geologici e di compatibilità geologica sono ormai vitali, soprattutto in montagna. Anche se all'occhio umano non è visibile nell'immediato, i corsi d'acqua, la pioggia, la neve, il ghiaccio e il vento erodono e modellano continuamente il terreno e modificano spesso in modo impercettibile la morfologia".

 

E per questo l'Ordine dei geologi si batte per proporre integrazioni alla Carta di sintesi della pericolosità in Trentino. "L'attuale carta - dice Demozzi - presenta diversi margini di miglioramento, alcuni anche piuttosto importanti nella parte normativa. Le segnalazioni degli iscritti, dei sindaci e dei cittadini non mancano, però a fronte di diversi incontri con la Provincia non si è mai riusciti a intervenire in modo ottimale e puntuale sul documento. Un'altra idea ambiziosa è quella di proporre una sorta di Agenzia provinciale in grado di lavorare sugli effetti degli interventi umani in rapporto all'evoluzione del territorio del territorio: partire dall'esistente e considerare la magnitudo degli eventi di questi ultimi 20-30 anni per predisporre dei protocolli di azione".

 

C'è da sviluppare una cultura sulla geologia, anche se rispetto al passato la considerazione è migliorata. "Purtroppo i disastri evidenziano l'importanza di questa professione, però la strada è ancora lunga. Le ore di scienze naturali a scuola diventano sempre più marginali e servirebbe invece portare all'attenzione la storia e le criticità del territorio. Le università di geologia in Italia sono invece ancora troppo teoriche: i laureati escono con grandi competenze scientifiche e di ricerca, ma il livello è medio-basso in termini di applicazione. Ovviamente con l'introduzione della laurea magistrale si è migliorato molto, ma il ramo applicativo della geologia va rafforzato, come in effetti è avvenuto da tempo per ingegneri o architetti", conclude Demozzi.

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