"Ho dedicato la mia vita agli orsi, una specie più umana degli umani", il racconto di Angelo Caliari: "Ho avuto oltre 200 incontri, ore di attesa che a me paiono minuti"
Un amore nato per caso, dalla lettura di un libro. Così è partita la "febbre da orso" di Angelo Caliari che dal 1992 va in cerca "di questi straordinari animali, dall'indole pacifica e straordinariamente intelligenti. Il predatore più feroce in natura è l'uomo"

BLEGGIO SUPERIORE. "La febbre da orso esiste". Lo assicura Angelo Caliari, che da oltre 30 anni va alla ricerca "di questo straordinario animale, appostandomi per ore che a me sembrano minuti", rivela l'uomo a Il Dolomiti. Tutto è nato per caso, alla vista di un libro "che mi ha aperto un mondo al quale ho finito per dedicare la mia vita".
"Quando da piccolo andavo in montagna con mio papà, già si sentiva parlare di orsi ma io ci badavo poco: la mia più grande passione era la ricerca di reperti della Prima guerra mondiale - esordisce Caliari -. Un giorno ero andato in biblioteca in cerca di un libro 'austriaco' sugli apparati bellici, che trovai accanto a "Sulle orme dell'orso" del professore Graziano Daldoss - ricorda ancora -. Mi dimenticai di prendere il volume che avrei dovuto prendere, scegliendo piuttosto quello dedicato ai plantigradi, che divorai in pochissimo tempo: è nata così la mia febbre da orso", ironizza.
Un paio di settimane dopo, nel 1992, Angelo era alla ricerca di tracce in val di Tovel, "dove ho trovato le prime tane in assoluto, divenute fulcro delle mie ricerche: ad oggi, dopo oltre 30 anni, posso dire di averne individuate più di 80 e incontrato oltre 200 orsi, dei quali una ventina da vicino, alcuni in pieno giorno mentre altri di notte. Per conoscerli al meglio, ho deciso di dedicarvi anima, corpo e la mia esistenza".
L'esperienza di entrare in una tana (rigorosamente quand'è vuota ndr) è tanto straordinaria quanto unica: "Per me è come diventare, anche se solo per un attimo, un vero e proprio orso, accolto in una cavità naturale predisposta come giaciglio. Non trovo le parole per descrivere cosa significhi - aggiunge emozionato -. La montagna è la mia clinica, un rifugio dove mi sento a casa: al 'chiuso', proprio non ci so stare".
"Ricordo con grande affetto ed emozione anche il mio primo incontro con un orso nella Valle dello Sporeggio: riuscii a vederlo dopo 4 notti di attesa. Ogni sera, mi recavo in un carnaio artificiale che esisteva, purtroppo, all'epoca: dopo 4 lune riuscii nel mio intento. Era da poco passata la mezzanotte del 26 giugno del 1997", ben 5 anni dopo aver letto quel libro che aveva dato il via a una singolare avventura.
"Gli innumerevoli incontri fatti negli anni grazie alle mie ricerche anche per il Parco naturale Adamello Brenta, non hanno fatto altro che confermarmi quanto tutti gli esperti del settore dichiarano: che questo è un animale dall'indole tranquillissima, pacifico ma soprattutto incredibilmente intelligente. Io, li chiamo 'umani col pelo più lungo'. L'unica cosa da fare è comprenderli, capire come vivono ma sopratutto rispettarli: gli orsi, come i lupi e tutti gli animali selvatici evitano l'uomo e, se devo dirla tutta, sono una specie più 'umana' degli umani".
"Il predatore più feroce in natura è l'uomo", commenta Angelo, convinto che la natura vada rispettata e soprattutto "conosciuta e studiata da vicino: così, la paura svanisce. Raccontando i miei incontri ma anche accompagnando alcune persone, massimo due alla volta perché 5 a me sembrano già una 'folla', è stato possibile far sì che molti abbandonassero l'idea che gli orsi siano cattivi o pericolosi: io a 70 anni sono ancora vivo, nonostante i miei 30 anni di 'convivenza' con questi animali".
"Se un orso ti vede, la cosa più probabile che accada è che ti guardi, controlli cosa tu stia facendo e se ne vada oppure che 'soffi' per dirti di stare lontano - prosegue -. Non bisogna mai entrare nella tana quando l'animale è all'interno perché potrebbe sentirsi braccato né tantomeno avvicinarsi ad una femmina con i piccoli o durante le fasi di accoppiamento - avverte -. Se si fanno le cose fatte bene, con tranquillità e la volontà di godersi attimi preziosi, la paura non ha regione d'esistere".
'Collezionare' centinaia di incontri, così come l'esperto originario del Bleggio ha fatto, non è stato tuttavia facile: "Mi apposto per un minimo di 4 o 5 ore, cercando di stare, per quanto possibile, immobile. Il mio record è stato un appostamento di 13 ore, che a me sono sembrate pochi minuti". Momenti che scorrono con rapidità, all'insegna d'una trepidante attesa, con la volontà di tornare a incrociare "sguardi che paiono voler raccontare qualcosa".
Nel corso degli anni "è capitato di incontrare gli stessi esemplari più volte: alcuni li ho visti crescere, tanto che ho provveduto a battezzarli a partire da alcune caratteristiche fisiche particolari". In val d'Algone, Angelo si era imbattuto "in una femmina con 2 cuccioloni: uno agitatissimo mentre l'altro molto tranquillo, un 'tontolone' - riferisce con affetto -. Il primo lo avevo chiamato "Ansia" e il secondo invece, caratterizzato da pelo scuro e folto il "Moro" - sottolinea -. Un altro cucciolo incontrato invece sopra san Lorenzo in Banale lo avevo battezzato "Mozzarella", poiché sotto alla mandibola destra e sinistra aveva due macchie bianche che parevano proprio mozzarelle".
Sebbene le uscite di Caliari si siano nel tempo diradate sempre più "perché comincio ad avere una certa età", il naturalista non smette di approdare nei boschi dalla Paganella alla Val d'Algone "per amore e perché in fondo un po' orso lo sono anche io", conclude.












