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| 26 ago 2024 | 19:13

"Conservavamo il cibo nella neve e non c'erano telefoni", torna nel rifugio che il padre aveva gestito negli anni '80: "Il ricordo più bello? L'abbraccio prima dell'addio"

Da un rudimentale telefono fisso (guasto) ai viveri conservati nella neve, il racconto della gestione di un rifugio negli anni '80: "Quando la struttura si riempiva la gente dormiva nella sala da pranzo. Allora tutto era più spartano. Il ricordo più bello? L'ultimo giorno di gestione io e mio padre mandammo giù l'ultimo carico con la teleferica e chiudemmo il rifugio. Fu spontaneo darci la mano e, altrettanto spontaneamente, metterci a piangere tenendoci abbracciati"

"Conservavamo il cibo nella neve e non c'erano telefoni", torna nel rifugio che il padre aveva gestito negli anni '80

TARVISIO (UDINE). Sono trascorsi 24 anni dall'ultima volta in cui i fratelli Sciarillo avevano messo piede nel rifugio Corsi in quanto figli dell'allora gestore. Oltre un ventennio durante il quale la montagna è cambiata in maniera (davvero) incredibile. 

 

E' a partire da una fotografia (DI COPERTINA) che ritrae lui e il fratello dinanzi alla struttura in quota, scattata qualche giorno fa, che ha inizio il racconto di Gianni Sciarillo, una storia tutta da ascoltare (o meglio ancora da leggere), fatta di ricordi di un tempo che sembra ormai lontanissimo, narrati con un pizzico di nostalgia ma soprattutto di gratitudine per quanto è stato. 

 

"Qualche giorno fa (e dopo oltre 20 anni) io e mio fratello siamo tornati al rifugio Corsi con mio nipote, rifugio gestito da mio padre dall'estate del 1986 fino all'estate del 2000 - racconta Gianni Sciarillo intervistato da Il Dolomiti -. Per problemi di accessibilità durante l'inverno, la struttura era aperta solo in estate, fino a fine settembre o ottobre. Mio papà - prosegue - era guida alpina e istruttore di roccia della Società Alpina delle Giulie, sezione di Trieste del Cai".

 

"Da sempre appassionato di montagna, una volta andato in pensione (era dipendente delle Ferrovie dello Stato) finalmente ebbe l’occasione di realizzare il sogno di gestire un rifugio, il Corsi, che sorge nelle Alpi Giulie a 1.874 metri di quota alle pendici del massiccio dello Jof Fuart. Struttura che mio padre conosceva molto bene, sia perché era ispettore Cai, sia perché in passato con altri soci del Club aveva contribuito ai lavori di ristrutturazione della struttura e alla realizzazione della stazione alta della teleferica adibita al trasporto dei carichi".

 

Un rifugio alpino vero e proprio, raggiungibile soltanto a piedi, prima esperienza in assoluto per Raimondo Sciarillo che, come detto, approdando al Corsi realizzava il sogno di una vita: "Fu un vero e proprio salto nel buio per lui che non aveva mai gestito un rifugio - commenta Gianni -. Il primo anno ovviamente fu il più duro, sia perché noi eravamo senza esperienza, sia perché c'erano numerosi problemi tecnici".

 

Fra i vari, la teleferica, "non utilizzabile a causa di un guasto importante, risolto solo dopo qualche settimana con un macchinario "provvisorio" che sarebbe durato per diversi anni - ricorda -. Quindi il primo periodo la merce si portava sulla schiena. Per arrivare fino alla stazione bassa della teleferica e caricarla con i viveri bisognava percorrere in auto un lungo tratto di strada sterrata molto impervio e problematico, per cui era necessario per forza di cose un fuoristrada che ancora non ci potevamo permettere. In nostro aiuto, però, più di una volta vennero gli alpini, i finanzieri o i forestali, che misero più volte a disposizione i loro mezzi". 

 

Un altro prezioso aiuto arrivò anche "da alcuni valligiani, principalmente mettendo anche loro a disposizione i loro mezzi. Sebbene all'apparenza schive e poco socievoli, quelle persone si rivelarono in realtà generose ed affidabili una volta conquistata la loro fiducia".

 

E prosegue, ricordando il passato: "Ovviamente all'epoca non esistevano cellulari né tanto meno internet, quindi le comunicazioni erano un problema, a maggior ragione per il fatto che anche il rudimentale telefono fisso presente era guasto e fu sostituito solo a metà stagione - fa sapere Sciarillo -. La problematica principale del non poter comunicare in modo affidabile era che gestire le prenotazioni di chi pernottava era complicato, e non di rado ci si trovava con il rifugio strapieno di sabato sera perché magari una cinquantina di escursionisti giunti a valle col pullman dalla Slovenia o dalla Croazia arrivavano senza preavviso. I primi anni infatti capitava spesso che nonostante la notevole capienza del rifugio, più di 60 posti, si fosse costretti a far dormire la gente anche nelle sale da pranzo su cuccette di fortuna".

 

In generale, allora, al Corsi (e in tutti gli altri rifugi) "l'offerta era molto spartana e limitata. Chi pernottava dormiva nelle camerate, su letti a castello. Il menù dei pasti era molto limitato, non perché non si volesse andare incontro ai clienti, ma perché offrire una varietà di piatti troppo ampia sarebbe stato difficile, soprattutto considerando gli scarsi mezzi a disposizione". 

 

La struttura non era (e non è) allacciata alla linea elettrica aerea, "quindi nei primi 10 anni si utilizzava, per l’illuminazione, un generatore a gasolio che di sera veniva spento. Per quanto riguardava la conservazione dei cibi, in tutto quel periodo venne utilizzato un grosso frigo a vasca che riempivamo per tre quarti di neve, andando a prenderla in un ‘vicino’ nevaio con i secchi. Vicino è un eufemismo, l’operazione richiedeva quasi un’ora tra l’andare e il tornare con un paio di secchi pieni di neve", confessa Gianni. 

 

"Come sono cambiati i rifugi? Premetto che posso parlare solamente della mia esperienza personale (terminata nel 2000), e rapportarla alle realtà che ho visto in questi ultimi anni da escursionista. Come per tutti, molto è cambiato con le comunicazioni. Ora immagino quasi tutti i rifugi siano attrezzati con internet, quindi possano usare smartphone e mezzi moderni per comunicare e anche la gestione delle prenotazioni è molto più semplice. E lo stesso vale per allertare i soccorsi o per i pagamenti con il Pos, cosa quest'ultima che all’epoca non esisteva".

 

L'uomo prosegue poi sottolineando che oggi esistono molti mezzi comodi per raggiungere i rifugi (bus navette compresi) e che molte cucine nei rifugi si sono modernizzate, cercando di rispondere sempre più alle esigenze dei clienti: "Una volta ci si godeva una semplice pastasciutta, oggi è diventata una cosa per pochi". 

 

"Tante le possibilità che ci sono oggi ma anche troppe le persone che intraprendono escursioni alle quali non sono adeguatamente preparate. Era una cosa che avevo visto iniziare già molti anni fa: ora si sta andando verso l’estremo".

 

Per quanto riguarda il Corsi, il rifugio è cambiato poco da allora: "Purtroppo dal 2018 non è più gestito ed è in stato di abbandono, in attesa di una ristrutturazione. Poco più in basso da alcuni anni è stata restaurata una storica malga, malga Grantagar. Chi ha nostalgia del Corsi può andare lì a mangiare e a dormire, e vedrà il lontananza il rifugio - sottolinea  -. Mio padre ha lasciato la gestione un po' per limiti di età (aveva 73 anni a fine gestione, ora ne ha 97 ndr) e un po' perché noi figli avevamo trovato lavoro, non potendo più dare una mano come una volta. Fosse stato per lui avrebbe continuato ancora.".

 

"Da parte mia rimane una grande nostalgia di quei posti meravigliosi, se riesco vado almeno una volta ogni estate al rifugio, mentre sono riuscito a riportare su mio fratello recentemente dopo che non vi era più tornato da 24 anni per sue vicissitudini. Perché ho questi posti nel cuore? Perché rappresentano un periodo importante della mia gioventù, che ho avuto la fortuna di trascorrere in un posto meraviglioso facendo un qualcosa di completamente fuori dagli schemi".

 

Il ricordo più bello degli anni rifugio? "Ne ho tanti - conclude Sciarillo - ma quello che mi è rimasto di più è stata la chiusura definitiva della nostra gestione, nel 2000. Eravamo a fine settembre, e da giorni ormai non si vedeva più un escursionista. Io e mio padre eravamo da soli, chiudemmo il rifugio mettendolo in sicurezza, mandammo giù l'ultimo carico con la teleferica, poi ci mettemmo gli zaini in spalla, pronti a scendere a valle. Fu spontaneo darci la mano, e altrettanto spontaneamente ci mettemmo tutti e due a piangere tenendoci abbracciati. Dopo qualche istante ci incamminammo sul sentiero verso casa".

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