"Siamo alla vigilia di un mutamento epocale: il turismo cerca sempre di più esperienze autentiche dopo la sbornia della montagna disneyana", Varotto e L'AltraMontagna
Il nuovo prodotto de il Dolomiti con una rete di collaboratori scelti tra le migliori firme e i più attenti conoscitori del mondo delle terre alte. A dare forza a questa iniziativa editoriale un comitato scientifico composto da personalità legate al mondo della montagna, della ricerca scientifica, delle scienze umane, dell’impegno civile. Ecco Mauro Varotto: "C'è una montagna di serie A a servizio del tempo libero con neve anche quando non c'è. Poi c'è quella che definisco di mezzo che non è perdente"

TRENTO. "Oggi la 'montagna di serie A' è quella turistica, al servizio del divertimento e del tempo libero urbano". A dirlo è Mauro Varotto. Il docente di Geografia culturale all’Università di Padova è tra i componenti di altissimo livello del comitato scientifico de L'AltraMontagna. "E' un’idea molto coloniale di montagna, costretta ad inseguire le mode del momento e i gusti del cittadino".
Una riflessione tra montagna di serie A e un'altra di serie B, quest'ultima declinata al plurale perché ospita e risponde a esigenze diverse, articolate, e che non è figlia del pensiero unico, ma del pensiero complesso.
Con il 2024 è scattato il conto alla rovescia per L'AltraMontagna (qui per mettere per seguire la pagina Facebook e qui per Instagram), un nuovo prodotto interamente dedicato al mondo della montagna con collaboratori sparsi in tutta Italia e un comitato scientifico alle spalle che aiuterà i curatori di questa sezione a sviluppare un'informazione sempre documentata e attenta con un approccio ovviamente sensibile alle tematiche ambientali ma con uno sguardo mai ideologico e ben agganciato alla scienza e ai dati (Qui articolo).
I componenti del comitato scientifico saranno una sorta di presidio culturale permanente. Un gruppo di personalità legate al mondo della montagna, della ricerca scientifica, delle scienze umane, dell’impegno civile che si riconosce in un manifesto di intenti sviluppato in nove macro-obiettivi che il giorno del via vi presenteremo in forma integrale con i nomi di tutti i membri del comitato stesso.
Dopo Marco Albino Ferrari (Qui articolo), oggi è il turno di Mauro Varotto, professore dell'Università di Padova, da 20 anni glaciologo della Marmolada e autore di diverse pubblicazioni tra le quali il libro 'Viaggio nell'Italia dell'Antropocene'', è un altro componente del comitato scientifico.
In Italia, a montagne considerate di serie A, ricche di infrastrutture e servizi ma spesso afflitte da politiche che tendono a lasciare nel territorio cicatrici indelebili, si alternano montagne considerate di serie B, dimenticate da tutto e da tutti assieme ai loro ormai rari abitanti. Queste ultime vengono da molti percepite come dei luoghi di transizione da attraversare il più rapidamente possibile per raggiungere quella che dalle agenzie turistiche viene presentata come la “vera montagna”.
In realtà questi territori di mezzo hanno tanto da offrire, sia in ottica turistica, ma soprattutto perché consentono di immaginare modelli sociali capaci di dialogare con il territorio senza consumarlo.
Allo stato attuale, ci sono le condizioni politiche e culturali per incominciare a pensare a un’AltraMontagna?
Oggi la “montagna di serie A” è quella turistica, al servizio del divertimento e del tempo libero urbano. E' un’idea molto coloniale di montagna, costretta a inseguire le mode del momento e i gusti del cittadino: deve avere neve anche quando non ce n’è, deve avere i panorami mozzafiato, il foliage con le giuste tonalità, tavole imbandite di prodotti tipici di contrabbando (quasi sempre da filiere industriali riverniciate di tradizionalità), la natura incontaminata sinonimo solo di animali selvatici (che però quando diventano troppo selvatici e quindi pericolosi vanno abbattuti).
La “montagna di serie B” è la montagna senza maiuscola, quella che non aderisce agli stereotipi urbani e non è al servizio solo del turista: è una montagna declinata al plurale, perché ospita e risponde ad esigenze diverse, articolate, non è figlia del pensiero unico, ma del pensiero complesso. E ogni pensiero complesso rifugge dalle semplificazioni, allena alla diversità e alle sue sfumature, impone delle mediazioni: più che una retta (orizzontale o verticale) è una “diagonale” che attraversa la realtà con traiettorie oblique.
Ho dato a questo spazio ideale di mediazione il nome di “montagne di mezzo” proprio per suggerire un’idea di montagna nuova, che possa scrollarsi di dosso l’idea di montagna marginale, perdente, che spesso non è condizione oggettiva, ma destino imposto da modelli esogeni, da una congiuntura e da un pensiero economico dominanti.
Questo per dire che le montagne di serie B non devono agognare a diventare montagne di serie A rincorrendo gli attuali modelli di sviluppo turistico concentrato, standardizzato e specializzato ecologicamente insostenibili e culturalmente poveri: devono trovare la loro via, una “terza via” tra l’abbandono e lo sfruttamento.
Credo che negli ultimi anni i segnali in questa direzione si siano moltiplicati: non sono ancora mainstream, certo, ma sono semi destinati nel tempo a germogliare, a crescere, anche grazie a strumenti di comunicazione e riflessione culturale come l’AltraMontagna, che per definizione non potrà mai essere pensiero egemone, semplicemente un’alternativa possibile, e speriamo anche più facilmente praticabile. Se questo pensiero fa breccia nella cultura, può diventare proposta politica.
Spesso si parla di cambio di rotta migratorio, di un’inversione di tendenza originata da un timido ripopolamento di alcune aree delle Alpi e degli Appennini. Si può già considerare un trend, oppure si tratta ancora di realtà sporadiche? E soprattutto, i flussi che salgono verso l’alto riescono a compensare quelli che scendono in pianura?
Credo che siamo alla vigilia di un mutamento epocale per la montagna, che tuttavia va attentamente gestito, come ogni periodo di trasformazione e rivoluzione. In fondo la montagna è stata abitata da millenni. Solo nell’ultimo secolo ha visto un declino demografico che ha concentrato la popolazione nelle città, svuotando i versanti in assoluta e inedita controtendenza con il dato climatico.
Non era mai avvenuto in passato nei periodi “caldi”. Si tratta di una parentesi relativamente breve che a mio avviso è destinata prima o poi a chiudersi: l’homo vivens ha progressivamente ceduto il passo all’homo videns e si è messo al servizio dell’homo ludens, ma il cerchio prima o poi è destinato a chiudersi, riportando l’homo vivens al centro della montagna. Lo richiede la montagna stessa, che per essere abitata e vivibile richiede cura e manutenzione; lo richiede il turismo, che cerca sempre di più esperienze autentiche dopo la sbornia della montagna disneyana; lo richiede il pianeta, con gli allarmi crescenti sulle conseguenze del cambiamento climatico; lo richiedono gli stessi cittadini, che iniziano a dare segnali crescenti di insofferenza per il modello di vita urbano (si vedano in proposito i primi risultati dell’indagine condotta dal progetto Miclimi - Qui info).
Ma tutto questo richiede un percorso di formazione, maturazione, educazione alla montagna che ancora manca, e deve evitare l’effetto catapulta: gente scaraventata in quota per sfuggire magari al caldo estivo o allo stress, ma senza una vera consapevolezza di ciò che significa abitare e vivere la montagna.
Ricordiamoci sempre che la montagna non è mai un vuoto da riempire, ma un pieno da gestire. Il ripopolamento della montagna richiede un accompagnamento, una ri-alfabetizzazione, direi quasi un percorso iniziatico, che apre a nuove relazioni e direzioni dell’abitare, che oggi fanno strada anche con parole nuove come la restanza, i ritornanti, l’abitare politopico o multidwelling, la metromontagna, che fanno della montagna il perno, il baricentro, ma al tempo stesso costruiscono un nuovo patto tra terre alte e terre basse, tra ruralità e urbanità.














