"Orientare la montagna verso nuove dimensioni", lo sguardo di Varotto sul futuro delle terre alte: "Togliere una pista da bob e con quei soldi portare la banda larga”
Il professore universitario Mauro Varotto: "In passato abbiamo avuto varie montagne, tra cui quella turistica dello sci: è stato un episodio bello ma che si sta esaurendo. La soluzione è orientare i territori verso nuove direzioni, evitando l’accanimento terapeutico"

BELLUNO. “Da anni mi occupo di tematiche che riguardano l’abbandono della montagna e del suo patrimonio paesaggistico, anche quello bellunese: un patrimonio che chiede di essere ripensato. Lo stiamo infatti perdendo, nonostante abbiamo la catena montuosa più addomesticata del pianeta: per il futuro dobbiamo perciò pensare a una montagna che recuperi la sua valenza”.
Con queste parole il docente Mauro Varotto ha introdotto l’incontro con Giovanni Manildo, candidato alla guida del Veneto per il centrosinistra, tenutosi ieri, domenica 16 novembre, nella cornice di Palazzo Crepadona a Belluno. Un dialogo attorno al futuro della montagna, tema di cui Varotto è tra i massimi esperti nel nostro Paese.
In un solo discorso ha infatti delineato tutto ciò che molta politica è ormai da troppo tempo incapace di capire. “Prima di tutto – sostiene il docente – dobbiamo chiederci cosa intendiamo con il termine montagna. La legge appena approvata vuole definirla come se ne esistesse una sola, invece la montagna è plurale. Nonostante infatti negli intenti ci sia l'obiettivo di salvaguardare il ritorno al vivere in montagna con una serie di incentivi, nella realtà si rischia di partorire il topolino”. In particolare, secondo Varotto l’idea di rivedere la classificazione delle aree montane in base alla quota è pericolosa perché può creare montagne di serie A (alta quota) e di serie B. “L’abitabilità – spiega - non si trova a 2.500 metri, ma nella montagna bassa, che non è meno montagna. Tolte infatti quelle finte, tipo Roma classificata a suo tempo come comune montano, per tutto il resto della montagna prealpina la difficoltà di vivere in zone impervie c’è a prescindere dalla quota”.
Per lo studioso delle montagne di mezzo - per le quali nel suo libro scrive che si devono coniugare in partenza la “montuosità” fisica e la “montanità” antropologica - capire cosa significa riabitare la montagna è fondamentale, non solo per chi ci vive da sempre. “Ci sono anche i nuovi abitanti – osserva – che la riscoprono perché scappano dal caldo delle città, dal sovraccarico di lavoro, dall’inquinamento o dal traffico. È una montagna diversa da quella di 50 anni fa e ha bisogno di una politica attenta ai bisogni della contemporaneità, che la liberi dagli stereotipi del ‘mondo di Heidi’ che la imprigionano nella retorica della purezza e della tradizione, dettata dai bisogni di chi viene da fuori e non si cura di quelli reali”.
Tornare ad abitare la montagna significa dunque garantire sia i servizi minimi essenziali sia le connessioni: non solo trasferire la residenza, ma creare un luogo basato su un’economia della cura delle persone e del territorio. Insomma, “togliere una pista di bob – commenta Varotto - e con quei soldi portare la banda larga in tutta la provincia di Belluno”.
Quali dunque le attività economiche che si possono pensare per il Bellunese? “Da un lato – risponde – c’è uno zoccolo duro di attività pertinenti al territorio ma abbandonate per vari motivi, tra cui la frammentazione, l’assenza di cooperazione, l’incapacità di creare filiere, la concorrenza esterna. Tale zoccolo va recuperato, a partire dalle dimensioni artigianale, agricola e boschiva. Dall’altro lato l’innovazione: basta che ci sia un’ottima connessione e molti lavori si possono fare anche in montagna. Certamente il lavoro da remoto non risolve i problemi, ma sono molte le aziende che, con condizioni di contesto favorevoli, possono dislocare le loro sedi. E dobbiamo fare attenzione, perché le nuove generazioni sono molto attente alla qualità della vita che la montagna può offrire, ma servono investimenti. Infine, la filiera alimentare: la montagna è stata derubata del suo cibo, di cui oggi c’è una forte richiesta ma non sufficiente offerta. Si finisce così con il sponsorizzare come cibo di montagna quello solo in minima parte tale: spetta perciò alla legislazione tutelare i veri prodotti della montagna”.
“Per molto tempo la montagna è stata svuotata della sua funzione – conclude Varotto – mentre oggi dobbiamo immaginare una montagna poliedrica come antidoto a luoghi che entrano in crisi appena finisce l’unica risorsa cui tutti si appendono. In passato abbiamo avuto tante montagne e quella turistica, quella dello sci, è stato un episodio bello ma che si sta esaurendo: la soluzione è orientare i territori verso nuove direzioni, evitando l’accanimento terapeutico. Un esempio da ripensare completamente è la Marmolada, dove ci sono oggi tubi che salgono sul ghiacciaio per sparare neve accanto a teli che lasciano in giro plastica: fino a che punto questo modello deve restare in piedi? Piuttosto, bisogna accompagnarlo verso altre direzioni da cui progettare un futuro nuovo e diverso”.












