Tentano la salita della Cima Piccola senza guida, lui precipita ma la lei lo 'trattiene' legando la corda attorno a un sasso: il racconto di un soccorso negli anni '20
La storia dell'incredibile soccorso è raccontata da Fabio Bristot: "Il 15 settembre 1924 sulla Cima Piccola di Lavaredo si verifica un grave incidente, vittime della disgrazia due alpinisti, uno dei quali si ritrova a penzoloni, rischiando di precipitare. Per fortuna, l'intervento di due coraggiosi giovani (sebbene non preparati e senza attrezzature) riesce a limitare gli esiti infausti"

CORTINA D'AMPEZZO. È necessario fare un bel po' di passi indietro per scoprire la storia di una vicenda vecchia cent'anni (ma vale la pena farli tutti). A raccontarla è Fabio Bristot, membro della direzione del Corpo nazionale del soccorso alpino e speleologico, che anticipa: "Si tratta di un soccorso poco noto che rappresenta, però, una tappa tanto importante quanto significativa, anche da un punto di vista simbolico, nel percorso che, solo 30 anni più tardi, portò ad istituire ufficialmente il Soccorso alpino a Cortina", premette.
"In questo contesto storico - riporta Bristot - vale dunque la pena menzionare un evento significativo che si lega ad un intervento di soccorso molto particolare per l’epoca, anche se non di certo il primo in base alla documentazione di quel periodo. Un avvenimento tragico che ebbe un seguito rilevante con il conferimento di una pubblica onorificenza agli attori di quel gesto solidale".
Riportiamo di seguito il racconto della vicenda (QUI INVECE L'APPROFONDIMENTO COMPLETO) a partire "dalla relazione inviata alla Prefettura di Belluno, parte degli Archivi della Magnifica Comunità d'Ampezzo":
Il 17 ottobre 1924, con n. di protocollo 3320, il Sindaco della “Magnifica Comunità d’Ampezzo”, de Zanna, trasmette al Prefetto di Belluno, dottor Roberto Tarassi, una proposta per il conferimento di un’onorificenza a “due coraggiosi giovani”, interpreti della missione di soccorso.
IL TESTO DELLA RELAZIONE
Proposta per il conferimento di medaglia al valore civile al signor Apollonio Luigi Longo di Raffaele da Cortina (Alverà), aspirante guida e al signor Ghedina Giuseppe di Giacinto da Cortina (Verocai) alpinista dilettante e sciatore partecipante alle gare olimpioniche, per la seguente motivazione.
Il giorno 15 settembre 1924 avuto avviso dal postino di Sesto che in montagna venivano dati segnali di allarme, e precisamente dalla Cima Piccola di Lavaredo, mentre si trovavano per riposare nel rifugio delle Tre Cime si portarono immediatamente sul luogo.
Si trattava di due escursionisti, certi Amort da Kufstein e certa Leiter di Brunico. Avevano fatto senza guide la salita della Cima Piccola di Lavaredo dal sud ed erano già giunti appiedi dell’ultimo difficilissimo camino Zsigmondy2. L’Amort ne tentò la scalata e, forse per le cattive condizioni della roccia fredda e bagnata, precipitò; e avrebbe tratto seco sicuramente nella morte la sua compagna se questa non avesse avuto la prontezza di spirito di torcere la corda attorno ad un sasso. La qual circostanza fermò l’Amort sull’orlo del precipizio; purtroppo però senza salvarlo dalla morte avvenuta dopo.
L’Apollonio e il Ghedina, con ammirabile ardimento, sprovvisti di ogni necessario, perfino delle scarpe da gatto, indispensabili per salite in montagna, sotto un vento impetuoso ed una neve freddissima, con roccia bagnata, e ignorando completamente la via per effettuare la difficilissima salita, iniziarono l’opera di salvataggio.
Gli stessi, secondo le affermazioni dello stimato signor Zardini Raffaele fotografo in Cortina d’Ampezzo, accorso e presente alla salita, non curanti di nulla si sono portati sempre innanzi senza preoccupazioni del grave pericolo che incorrevano. Unitamente ad un alpinista di Sesto, del quale non si è potuto conoscere il nome, fu prima tentato il salvataggio dell’Amort che versava in pessime condizioni; egli fu calato con ogni precauzione e senza procurargli urti di sorta fino a quando è spirato.
L’Amort dunque è morto fra le braccia dei giovani prima che fosse terminata la discesa della montagna e il cadavere fu opportunamente spostato per non disperare la signorina che ancora attendeva soccorso e che ignorava la triste fine del compagno. Fatto ciò ogni cura fu rivolta per il salvataggio della Leiter che, dopo tanti sforzi e pericoli, sotto difficilissime condizioni atmosferiche, fu tratta in salvo. Di somma importanza è anche che i giovani ignoravano il modo come si effettuasse la calata degli infortunati in montagna; e che, sia l’Amort che la signorina salvata, furono sollevati sempre a braccia e calati lentamente.
Si noti che i due giovani per salvaguardare la signorina dal freddo intensissimo si spogliarono delle loro giacche e cercarono di coprirla nel miglior modo possibile. Altra cosa da tener presente è che i due giovani erano ancora digiuni, in quanto ché appena conosciuta la notizia (ore 12 circa), partirono senza pranzare.
Dopo il salvataggio della signorina, lasciando il cadavere sulla roccia dove fu potuto riprendere alla mattina seguente dalla spedizione di salvataggio di Cortina, unitamente ai giovani di cui sopra, e consegnato ai piedi della montagna alle guide di Sesto che giungevano in quel momento, l’Apollonio e il Ghedina, la signorina Leiter unitamente al signor Zardini e signora che assistirono a tutta l’opera di salvataggio, rientrarono al rifugio alle ore 20 circa esausti di forze. La proposta di conferimento di una riconoscenza al valore civile è reclamata da tutta l’opinione pubblica.
Un testo, quello legato alla proposta di conferimento dell'onorificenza, che "permette di far rivivere un avvenimento successo quasi cento anni fa, dando rilievo al soccorso prestato dai due giovani e dagli altri soccorritori, che si sono contraddistinti forse più per l'eccezionale spirito di solidarietà che per la tecnica, allora ancora modesta e poco affinata", fa notare Bristot. Un fatto che, qualche anno più tardi, avrebbe contribuito a suo modo alla nascita del Soccorso alpino a Cortina: i due giovani ventenni protagonisti del soccorso erano infatti originari della Conca Ampezzana.
"Credo - conclude Bristot - che recuperare queste memorie sepolte e, in parte, sopite dalla frenesia 'moderna', non possa che portare a conoscere in modo più profondo le nostre terre e il nostro territorio, che le nostre genti hanno saputo rendere molto spesso comunità coesa: quantomeno nelle attività di soccorso e di vicendevole aiuto nelle situazioni più drammatiche e tragiche della vita".


















