Alpeggio in crisi tra latte crudo e burocrazia? "Difficile anche trovare lavoratori. Oggi il turista chiede sauna e servizi da città in quota ma le malghe non si devono snaturare"
Dopo i casi di Seu legati al formaggio a latte crudo, la modifica del protocollo e l'arrivo dell'etichettatura il 15% della malghe dichiara di aver rinunciato alla caseificazione e il 50% guarda alla pastorizzazione parziale o totale. Ma non è l'unica difficoltà che affronta il settore. L'intervista a Giacomo Broch, presidente della Federallevatori del Trentino

TRENTO. "L'alpeggio è un grande orgoglio ma è un settore in difficoltà. E' fondamentale per il Trentino, per il turismo e per l'ambiente ma è sempre più complesso affrontare le tante sfide". Queste le parole di Giacomo Broch, presidente della Federallevatori. Il periodo della monticazione è iniziata quasi ovunque, tuttavia i segnali sono di un comparto che annaspa. "E' difficile trovare lavoratori, l'impegno è gravoso e c'è troppo burocrazia".
L'estate significa anche malghe, alpeggi, agricoltura di montagna e caseificazione. Un mondo in continua evoluzione che però soffre di un calo costante. Gli ultimi casi legati al latte crudo, la modifica del protocollo a livello ministeriale e l'arrivo dell'etichettatura comporta un cambiamento sul mercato e, quindi, sulla produzione. Una stima è che, su un campione di 60 malghe da formaggio - circa il 60% del totale in Trentino -, un 15% dichiara di aver interrotto la caseificazione.
Per quanto riguarda il trattamento termico, su 38 malghe, il 50% punta comunque sulla produzione a latte crudo per scelta aziendale e limiti tecnici, il 25% intende introdurre la pastorizzazione e il restante 25% ha scelto di pastorizzare tutto il latte trasformato. "I produttori hanno grande esperienza e preparazione ma non ovunque si può investire nell'innovazione tecnologica: non c'è spazio, non c'è forza o in alcuni casi non c'è l'elettricità. Malgrado l'impegno il rischio zero purtroppo non esiste. E' fondamentale una chiara comunicazione e informazione perché questi formaggi sono identitari e raccontano un territorio. Serve una gestione attenta perché altrimenti si potrebbero appiattire un prodotto e una tradizione".
Nel 1961 il territorio poteva vantare 30 mila stalle con una media di tre vacche per struttura, oggi siamo a 1.300 aziende e 35 capi di media. Un calo a fronte di un aumento della professionalità. "Ci sono laureati e la formazione è costante e continua", aggiunge Broch. "Resta un lavoro complesso e faticoso. Se nei decenni scorsi rappresentava un veicolo di sussistenza, poi c'è stata una trasformazione ma non cambia che la richiesta è di trascorrere 3 mesi molto intensi in quota e ci sono più incombenze burocratiche".
Si è trasformato anche il turismo. L'immaginario piuttosto cristallizzato è di una montagna costellata di animali al pascolo, malghe e baite. Spesso tutto viene dato per scontato. "Una fotografia bucolica ma la realtà è un'altra", evidenzia Broch. "Oggi un turista arriva in quota e talvolta pretende servizi esagerati come la sauna, per esempio, comfort di città oppure che si possa ordinare un pranzo gourmet. L'ospitalità è una nostra caratteristica ma la capacità di adattarsi deve essere in entrambe le direzioni e l'allevatore deve essere attento a non snaturare la proposta, l'offerta o la malga".
Qualche problema è causato dai grandi carnivori ma a incidere c'è anche la burocrazia. "Ci sono tanti vincoli. Non è facile gestire una malga o un pascolo. Il rischio è che l'alpeggio possa scomparire con effetti negativi sull'ambiente e sulla manutenzione di un territorio. Parliamo delle nostre radici e di una cultura. Per questo chiediamo la vicinanza di turisti, residenti e Provincia", conclude Broch.












