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| 27 ago 2025 | 18:59

''Io dinosauro dell'alpinismo in quota con corda, ramponi e piccozza circondato da sneakers, gente lì per abbronzarsi e nuove specie di escursionisti''

Lettera del supermontanaro trentino Paolo Acler sulla sua ultima escursione sul Sasso Nero delle Aurine. Una riflessione in questa estate di overtourism e tragedie in quota con finale che lascia qualche speranza

SASSO NERO. Dinosauri e nuove specie in vetta. Questo il titolo scelto per la sua lettera al giornale da un lettore de il Dolomiti e grande appassionato di montagna qual è Paolo Acler (medico in pensione che, tra le altre cose, si occupa anche di prevenzione e salute in montagna con la Sat essendo nella commissione medica del sodalizio). Ci scrive da ''vecchio'' montanaro ormai travolto nelle sue scalate dalle ''nuove specie'' di alpinisti in vetta, turisti più che escursionisti. Gente in sneakers che scivolano tra le pietraie o in reggiseno per abbronzarsi meglio e che la parola ''imbrago'' nemmeno l'hanno mai sentita, mentre lui e i suoi compagni di escursione erano pronti alla cordata, avevano con loro ramponi e piccozza e le immancabili informazioni ricavate non dai social ma dai libri e dalle guide cartacee. 

 

Ecco il suo contributo: due mondi a confronto, due modi diversi di approcciarsi alla montagna con attenzioni e sensibilità molto diverse. In quest'epoca di overtourism e tragedie quotidiane in montagna un invito alla riflessione. 

 

Il Sasso Nero delle Aurine mi mancava, tra tutte le principali grandi vette della valle salite negli anni in estate o con gli sci. Solo una prenotazione online necessaria per il nuovo rifugio e una telefonata per le condizioni: ''Serve attrezzatura da ghiacciaio?'' ''Mah…noi come rifugio non possiamo consigliare, tanti vanno senza''.

 

Negli anni le condizioni dell’accesso al rifugio sono cambiate, sappiamo di una nuova “ferratina” per superare placche lisce, ma non voglio altre informazioni dai social, che peraltro non frequento. Leggo il mio vecchio “Monti della Valle Aurina” con cui ho sognato nei decenni le salite. A 2700 metri circa leggera salita di un breve relitto di ghiacciaio/nevaio ingombro di detriti. Una ragazza scende leggiadra sorretta per mano, per un equilibrio necessario per non scivolare e cadere su sassi appuntiti. Scende in reggiseno e qualcosa di simile ad un body arrotolato e ben abbassato sotto l’ombelico. Non resisto: ''Imbrago basso?'' chiedo. Sembrano non capire, occhi stupiti all’ombra di ciglione ben curate. ''Cos’é imbrago?'' Spiego, ridono. ''Ah no, è che così prendo il sole, se no non mi abbronzo, ho abbassato adesso''.

 

Dubitiamo siano saliti oltre, ma poi sapremo che erano al rifugio. Dubitiamo anche che abbiano compreso il perché della mia battuta. Per fortuna se no magari mi picchiavano pure (no dai, sembravano rilassati). Il mattino dopo un forte vento freddo ci accompagna nel primo tratto, poi il ghiacciaio immacolato per recente nevicata e uno splendido cielo intenso blu, siamo ancora soli. Una marcata traccia invita verso la cresta est, sembra tranquillo il percorso anche senza ramponi. Però, almeno d’estate, per me è la regola: ghiacciaio=cordata.

 

Ma forse è stata una fatica inutile aver portato corda piccozza ramponi? Troppo invitante allora traversare in piano il ghiacciaio verso la cresta nord ovest, elegante nevosa, come descriveva la mia vecchia guida. Un po’ di emozione e maggiore attenzione sul ghiacciaio non pistato fino a trovare nell’ultimo tratto la traccia austriaca. Soli in vetta. Ma ecco che arriva dalla via “normale” quello in scarpette che scrive sul libro di vetta '45 minuti' per indicare il tempo impiegato dal rifugio alla cima, poi ci affrettiamo a scendere per non condividere la cima con una schiera compatta di ragazzini in avvicinamento. 

 

Incontriamo molti con scarpe sportive basse, poi un ansimante che con brusco gesto ci invita a lasciargli spazio, anche se siamo su traccia non obbligata. Sulla traccia nevosa, quasi da vergognarsi scendere in cordata? Già sciolta in vetta. Decidiamo di “osare” viste le condizioni. Incontriamo però anche su questo tratto una guida con cliente correttamente legata, altri tre dinosauri in cordata, con casco addirittura! Anche più in basso non mancano spunti interessanti di attrezzatura, lisce suole in para che forse 30 anni fa avevano un’ottima aderenza, ma solo sui massi. Traversiamo nello splendido solitario vallone del Lovello Trippbach, risaliamo alla cresta di Riotorbo, poco sotto la vetta Kreutzkofel incontriamo una famigliola con bimbe di meno di 10 anni correttamente attrezzate con scarponcini. Ci fanno sperare.

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