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Trento
30 giugno | 06:00

La viticoltura si sposta in alto: "Ci sono già effetti della crisi climatica". C'è chi in Trentino lavora alle regole: "I produttori devono adattarsi al territorio"

In Trentino si lavora alla regolamentazione del vino di montagna, probabilmente il primo caso in Italia. "Un processo lungimirante che tiene conto di storie e tradizioni di una destinazione per sviluppare il settore in modo sostenibile e consapevole"

TRENTO. La viticoltura è tra i settori che già oggi subisce di più gli effetti della crisi climatica, un comparto che strizza l'occhio alla quota e che già inizia a muoversi: un intervento giocoforza di prospettiva perché produrre vino richiede tempo e pazienza, un patto generazionale perché il pieno sviluppo di una pianta richiede un decennio. Si guarda alle altitudini e si cercano appezzamenti mentre manca una regolamentazione. Proprio in Trentino si lavora a un modello di sviluppo per non lasciare nulla al caso in presenza di interessi e per farsi trovare pronti a ogni evenienza (e ogni investimento).

 

Diversissimi a livello di visione e di struttura, il Trentino e l'Alto Adige possono vantare colossi del settore e la leadership in alcune produzioni, anche una relativa tranquillità geografica con ventaglio di altitudini che mettono un'intera economia al riparo da crisi a breve termine in un settore che inizia a guardarsi intorno. Perché? Gli studi indicano che il 90% delle attuali zone produttrici di vino in pianura e nelle zone costiere in Italia rischia di sparire con l'innalzamento delle temperature.

 

Già zona di produzione, magari di appezzamenti ridotti ma di qualità (e premiata) produzione, l'Altopiano di Brentonico si trova in casa un investimento di Singnorvino che ha deciso di sbarcare a 1.200 metri di quota circa. "E' sempre positivo quando un privato investe sul territorio", commenta Marcello Lunelli, vice presidente di F.lli Ferrari. "Indubbiamente si possono già percepire gli effetti del cambiamento climatico in diverse produzioni e spostare i vigneti più in quota è la soluzione individuata per mantenere la competitività".

 

L'Altopiano è, per caratteristiche del terreno, indicato al TrentoDoc. Certo, una caratterizzazione e una vocazione si può sviluppare di più, senza però andare a snaturare un territorio (ci torneremo anche più avanti) e con la ricerca però di una sostenibilità economica, soprattutto di un'azienda. Facile (mica tanto) acquisire qualche ettaro, complesso raggiungere il risultato.

 

"Ci sono tanti fattori da tenere in considerazione", aggiunge Ferrari. "Intanto bisogna trovare i terreni adatti alla vite e un appezzamento sufficientemente grande. Poi ci vuole tempo per installare, curare e coltivare un vitigno. Se la qualità è una certezza, bisogna considerare che la resa in montagna è più bassa e quindi bisogna trovare anche un equilibrio sul fronte della remunerazione e della redditività. C'è la ricerca di un equilibrio non banale anche per non rischiare di trasformare una determinata zona in monocoltura".

 

Equilibrio è la parola chiave (ci siamo tornati). Sì alla viticoltura ma in punta di piedi e con le esigenze della comunità locale come prioritarie. "Si deve evitare di arrivare e stravolgere un territorio", dice Albino Armaniimprenditore di una famiglia lagarina che opera nel vino dal lontano 1607, con cantine in Veneto, Friuli e vigneti trentini proprio sul versante di fondovalle del Monte Baldo e già presidente del Consorzio Tutela delle Venezie Doc. "Gli impatti devono essere minimizzati: se bisogna sbancare troppo per far spazio alle viti, se ci sono eccessivi movimenti terra o un'agricoltura diventa intensiva per estensione qualche riflessione diventa necessaria: forse in questo caso non è la strada corretta".

 

Si deve privilegiare la salvaguardia della zona. "Penso alla manodopera del posto, ma anche alla capacità di sviluppare un'alleanza con le altre aziende agricole, con la zootecnia e con gli stakeholder del turismo", evidenzia Armani. "La viticoltura deve completare l'offerta, non sostituirsi o diventare un invadente concorrente".

Altre zone in Trentino che possono essere, maggiormente, valorizzate sono la val di Non e la val di Cembra. E le zone possono diventare appetibili anche da fuori provincia. Sicuramente un vantaggio ma il mercato aperto in autogestione rischia di esasperare gli aspetti negativi tra conflittualità (anche dei residenti) e contrasti di visioni, troppo distanti e inconciliabili.

 

Non è un caso che l'amministrazione comunale di Brentonico sia orientata all'attivazione di un tavolo per trovare misure e regolamentazione (Qui articolo), probabilmente il primo caso in Italia. Una regolamentazione innovativa, ma anche protettiva per non essere aggrediti e per non subire investimenti e dinamiche economiche. "Sono convinto che la viticoltura possa essere una vocazione ma servono cura, coerenza, coesione e unità. E' corretto che ci sia un tentativo di fissare dei paletti e dei confini per mantenere le specificità e le peculiarità di una zona. E' importante che il Trentino sviluppi un modello di questo tipo, un processo lungimirante che tiene conto di storie e tradizioni di una destinazione per sviluppare il settore in modo sostenibile e consapevole", conclude Armani.

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