Montagna in crisi tra strutture dismesse (e dimenticate) e sprechi milionari: a Pian dei Fiacconi per Legambiente "l'impianto della vergogna", abbandonato dal 2020
Legambiente ha presentato il nuovo dossier Nevediversa 2025 “Una nuova montagna è possibile?” con il censimento aggiornato degli impianti legati agli sci tra chiusi, semichiusi e quelli che faticano a restare aperti. La copertina di quest’anno, è la bidonvia di Pian dei Fiacconi, sul versante nord della Marmolada, la Regina delle Dolomiti. Chiuso nel 2019, è stato travolto nel dicembre 2020 da una valanga che ha coinvolto anche il vicino rifugio

TRENTO. Nell'area di Pian dei Fiacconi, sul versante nord della Marmolada, si possono vedere ancora i resti della cestovia e del rifugio, distrutto da una valanga nel 2020. E' questa l'immagine principale che porta il nuovo dossier Nevediversa 2025 “Una nuova montagna è possibile?” presentato da Legambiente attraverso il quale, ogni anno, si rendicontano gli impianti dismessi ad alta quota, quelli di cui non si sa più nulla ma anche l’aumento dei bacini di innevamento artificiale per “fabbricare” la neve.
Nella Penisola sono 265 le strutture legate agli sci non più funzionanti, un dato raddoppiato rispetto al 2020 quando ne erano stati censiti 132. Numeri che testimoniano una crisi climatica che anche in montagna lascia sempre più il segno, con nevicate in diminuzione e temperature in aumento, e un turismo invernale che diventa più costoso e in alcuni casi di lusso a discapito del portafoglio e dell’ambiente.
Impianto della vergogna, scelto anche per la copertina del Report Nevediversa di quest’anno, è la bidonvia di Pian dei Fiacconi, sul versante nord della Marmolada, la Regina delle Dolomiti.
L'impianto era stato chiuso nel 2019 e successivamente, nel 2020 era stato travolto da una valanga che ha coinvolto anche il vicino rifugio, luogo in cui il suo gestore, proprio nel 2020 assieme alle associazioni ambientaliste aveva lanciato una petizione volta a far rimuovere tutte le tracce dei vicini impianti in disuso. Ad oggi, però, in quota rimane una struttura abbandonata e sventrata, dal pesante impatto ambientale e paesaggistico in un’area montana che è patrimonio Unesco.
“Una crisi climatica che impone un ripensamento del rapporto con la montagna, in quota e a valle” viene riportato nel report visto che le previsioni per i prossimi anni indicano inverni significativamente più caldi rispetto a oggi, con un conseguente calo delle nevicate.
Sulle Alpi nella fascia tra i 1000 e i 2000 metri, la riduzione dell’innevamento è del 71% e addirittura del 94% sugli Appennini. A quote più elevate, tra i 2000 ei 3000 metri, il deficit si attesta al 43% sulle Alpi e al 78% sugli Appennini, evidenziando una situazione critica soprattutto lungo la dorsale appenninica. Dati che evidenziano le difficoltà a cui vanno incontro gli impianti sciistici che, a causa della crisi climatica, hanno prospettive di sviluppo sempre più incerte.
GLI IMPIANTI IN TRENTINO
Per quanto riguarda il Trentino, il primo impianto citato fra quelli dismessi è la Seggiovia Fedaia - Pian dei Fiacconi che parte da 2150 metri e arriva a 2625 metri costruita negli anni '60. “Ci sono almeno dieci plinti, distribuiti lungo una linea retta che dalla diga del lago Fedaia arriva a Pian dei Fiacconi, per una lunghezza in linea d’aria di circa 1,5 chilometri” viene spiegato.

C'è poi la Cestovia Fedaia - Pian dei Fiacconi Comune Canazei costruita negli anni ‘70 e dismessa nel 2019. “C’era il progetto di costruire una nuova cestovia – viene spiegato nel report - e l’azienda che avrebbe dovuto gestire i lavori si era anche impegnata a smantellare quella vecchia”.
Tutto il progetto, però, si è bloccato nel novembre del 2020, quando una valanga ha distrutto il rifugio Pian dei Fiacconi, vicino a dove sarebbe dovuta arrivare la seggiovia nuova, e da allora sembra che si sia tutto fermato. “Non ci sono più notizie della seggiovia nuova (per la quale non si è mai visto un progetto definito). Il crollo del ghiacciaio della Marmolada probabilmente ha fermato il progetto, ma non si sanno quali siano le intenzioni nascoste” viene spiegato Legambiente.
Lo stesso destino anche per il rifugio Pian dei Fiacconi. Lo scorso anno a parlare era stato il rifugista Guido Trevisan. "Ho posto molte domande, ma dalle istituzioni non è arrivata risposta alcuna" aveva spiegato a Il Dolomiti. Fra gli impianti dismessi viene poi citata la seggiovia Rigolor nel comune di Pergine Valsugana che da una quota di 1518 metri arriva a 1970 metri. “L’attuale seggiovia Rigolor che porta a Cima Panarotta – viene spiegato - è stata costruita nel 2002, quella precedente è stata smantellata solo in parte. Nell’area rimane ancora la stazione di arrivo. Fu acquistata da un privato forse con l’idea di un rifugio, ma non è stato ancora fatto nulla” riporta il report di Nevediversa.
Infine, l'ultimo impianto dismesso, è quello dell'ex cestovia Cima Esi nel comune di Levico Terme costruita negli anni '60. “L’edificio su Cima Esi è l’arrivo della vecchia cestovia che proveniva da Vetriolo, con sovrastante immobile a destinazione magazzino di deposito e garage dei mezzi meccanici per la realizzazione e sistemazione delle piste da sci, acquistato dalla provincia di Trento, tramite la società partecipata Trentino Sviluppo nel 2016” si spiega.
C'è poi il caso Panarotta che per diverse volte si è tentato di far ripartire. In questa skiarea ci sono 18 chilometri di piste tutte ad innevamento programmato. Le piste sono servite da 5 impianti di risalita: 3 seggiovie e due tappeti mobili, tutti collegati tra loro. La società Panarotta S.r.l. che gestisce gli impianti ha deciso di chiudere, dopo due anni di crisi. Dala stagione '22/23 le piste non sono state preparate e il comprensorio è in attesa di nuova gestione e di un nuovo futuro.
La provincia intende investire oltre 6 milioni di euro di fondi pubblici per la costruzione di un nuovo bacino artificiale da 20 mila metri cubi, nuovo impianto di innevamento e lavori di livellamento delle piste.
“Questi investimenti pubblici – viene spiegato nel report di Legambiente - oltre a non garantire alcuna sostenibilità economica del comprensorio, rischiano di devastare ulteriormente la montagna e di esacerbare il conflitto per l’accaparramento dell’acqua. L’alternativa esiste e non è l’attuale stato di abbandono e incuria in cui versa la Panarotta. L’alternativa è la cura della montagna da parte dell’intera comunità”.
Un interessante capitolo del report riguarda poi il cosiddetto “accanimento terapeutico” e cioè scelte progettuali che, nell’era della crisi climatica, secondo gran parte degli esperti non hanno alcuna prospettiva di futuro. I casi di “accanimento” analizzati a livello nazionale riguardano 36 comprensori, per un totale di 218 impianti mentre i “brutti progetti” ammontano a 15, con una netta prevalenza nell’area alpina centro-orientale.
In Trentino abbiamo l'impianto di Bolbeno che, a quota 573 metri è la stazione sciistica più bassa d’Italia. Nonostante questo, la Provincia autonoma di Trento è intervenuta con ingenti lavori di ammodernamento: la pista è stata rifatta e ampliata, l’impianto di innevamento artificiale adeguato, per un investimento complessivo superiore ai 6 milioni di euro. “Tuttavia, considerando che l’impianto è operativo solo per un periodo molto breve, la spesa appare eccessiva, soprattutto in una provincia già ricca di strutture in quota e con numerose alternative per i campi scuola, spesso più vicine ai luoghi di residenza delle scolaresche” spiega Nevediversa.












