Orsi e lupi, le predazioni sono davvero un tema? Lo studio, Fattor: "Ogni anno è lo 0,6%". Gli allevatori: "Non si torna indietro ma prevenzione non sempre possibile"
In 9 anni il lupo ha predato in Trentino più di 2 mila capi tra morti, feriti e dispersi. Ma si può quantificare il danno? E come funziona l'intervento pubblico? La Federazione provinciali allevatori come affronta il tema dei grandi carnivori? Una dettagliata analisi de "I Fogli dell'orso" del Parco naturale Adamello Brenta

TRENTO. In 9 anni, cioè tra il 2013 e il 2022, si sono verificate in Trentino 576 predazioni da lupo per un totale di 2.256 capi compromessi (un dato che include gli animali morti, feriti e dispersi). C'è un progressivo aumento nel corso degli anni nel numero e nelle aree colpite, un trend che naturalmente segue l'espansione della specie sul territorio. La maggior parte di attacchi avviene nel mese di agosto e durante le ore notturne.
E' possibile determinare l’impatto economico della predazione di lupo e orso sul comparto zootecnico? E' possibile individuare nella predazione un fattore decisivo di declino della zootecnia alpina? Da queste domande è partito il lungo approfondimento di Mauro Fattor per il Parco naturale Adamello Brenta. L'ente nella pubblicazione "I Fogli dell'orso" analizza poi con la Federazione provinciale allevatori lo status quo e le contromisure per "salvare" la zootecnica di montagna (Qui il materiale completo e che si può consultare liberamente).
Se i dati sulle predazioni appaiono in linea e, numeri alla mano, in Alto Adige l'ente pubblico copre a monte (ancor prima di ristori) il comparto, gli allevatori appaiono insofferenti rispetto al ritorno dei grandi carnivori.
"La base, come è ovvio, parte da una posizione di totale contrarietà di fronte a questi animali, che vengono vissuti come una nuova presenza, più che come un ritorno, foriero solo di problemi e negatività", dice il presidente Giacomo Broch. "Sono però convinto che negli anni siamo riusciti a far passare un messaggio diverso, partendo da un punto fermo: che indietro non si torna. E che, se dobbiamo imparare a coesistere, il muro contro muro non solo non porta risultati, ma addirittura amplifica le difficoltà e impedisce di trovare delle soluzioni".
L'IMPATTO DEI GRANDI CARNIVORI SULLA ZOOTECNIA
"La domanda, prima di essere un quesito in attesa di risposta, è al tempo stesso anche un dubbio. Se ha senso porre una questione complessa in termini così semplificati e diretti? E la risposta è no", spiega Fattor. "Troppe le variabili in gioco su scala locale, nazionale, europea per poter sperare di approdare a una risposta univoca. Eppure, molto si può dire. Se non altro, proprio per disegnare quel reticolo multifattoriale che determina la griglia interpretativa in cui quesiti di questo tipo – che sono ricorrenti e che planano troppo spesso come verità assolute sui tavoli di discussione – devono essere calati". Un'analisi che prende in considerazione Bruxelles e l'Europa, Roma e l'Italia, oltre naturalmente a Trentino e Alto Adige.
I dati utilizzati per il Trentino si riferiscono a Ispra del 2022, alla Conferenza d’informazione sui Grandi Carnivori del 2024, al Rapporto Grandi Carnivori 2023 curato dal Servizio faunistico della Provincia di Trento, e al lavoro prodotto dal Muse nell’agosto 2023 dal titolo “Predazioni da lupo sul bestiame domestico in provincia di Trento: analisi delle dinamiche e delle strategie di prevenzione".
Emerge che gli ovicaprini rappresentano la tipologia di bestiame più frequentemente coinvolta negli eventi di predazione registrati (64%), seguiti dai bovini (26%), di cui i giovani sotto i 15 mesi costituiscono la classe d’età maggiormente colpita (67% dei bovini predati). In media si tratta di circa 1,2 capi compromessi per evento di predazione per quanto riguarda i bovini e 5,4 capi per evento per gli ovicaprini. Gli animali da allevamento predati dal lupo ogni anno si aggirano intorno allo 0,6% del bestiame complessivo monticato (0,8% per ovicaprini e per equini, 0,1% per i bovini).
"Questi dati sono piuttosto in linea con quanto accade in altri settori delle Alpi e in Europa in generale". Fin qui i danni diretti, cioè la pressione relativa, in termini percentuali, esercitata dalla predazione di lupo e orso ("anche se dei plantigradi - evidenzia Fattor - ci siamo occupati meno per più motivi, tra i quali la difficoltà a trovare dati sovrapponibili tra un contesto e l’altro") sulle consistenze nette di ovicaprini e bovini.
Danni indiretti? "E' tuttavia evidente come la presenza dei grandi carnivori possa provocare dei danni indiretti, influenzando il comportamento del bestiame, aumentando il livello di stress negli animali e modificando le loro abitudini di pascolo. Uno studio condotto in Francia ha dimostrato che le pecore esposte alla presenza di lupi mostrano una diminuzione del 20% dell’attività di alimentazione (Dupont et al., 2024). Allo stesso modo, una ricerca condotta in Svezia ha mostrato come le pecore tendano a spostarsi in aree più sicure e a cambiare i loro modelli di pascolo in risposta alla presenza di lupi (Linnel et al., 2021). Questi comportamenti possono influenzare la produttività degli allevamenti. Naturalmente sono molti gli autori che giustamente sottolineano anche l’impatto psicologico della presenza dei grandi carnivori sugli allevatori, un aspetto importante e non ancora esplorato a fondo ma non quantificabile in termini di impatto economico".
E' invece difficile avere un quadro del sostegno del settore in Trentino tra tempi, tipologia e modalità di interventi. Un esempio può arrivare dall'Alto Adige. Il quadro è più organico e ci si riferisce al lavoro presentato nell’aprile del 2023 dall’Ire, l’Istituto per la ricerca economica della Camera di Commercio di Bolzano, sul futuro delle malghe altoatesine e dal titolo “Il futuro dell’alpicoltura in Alto Adige – Sfide e opportunità dal punto di vista delle aziende alpicole".
"Il dato più eclatante riguarda proprio il sostegno della mano pubblica", prosegue Fattor. "Nel 2021 le aziende alpicole (unità malga-alpeggio) altoatesine hanno realizzato un fatturato di 33,1 milioni di euro. Le sovvenzioni pubbliche ammontano però a 15 milioni di euro, il che significa che il 45,5% della ricchezza generata dal comparto deriva da risorse pubbliche a fondo perduto".
Qui Fattor apre una parentesi: qualcosa di simile accade anche in Francia, dove le sovvenzioni pubbliche nella filiera della carne ovina rappresentano il 52% del fatturato del settore e tra il 90 e il 140% dei risultati d’impresa, cioè l’economia reale in termini di incassi generati dalle singole aziende.
Torniamo alle malghe altoatesine. "Ora, considerato che le malghe monticate in Alto Adige sono 1.500 gestite da 1.400 aziende alpicole, per procedere dobbiamo capire quante di queste aziende si dedicano all’allevamento di ovini, perché è su quelle che si incentrano i danni da lupo. La risposta è 268, cioè il 19,1% del totale. Dunque, facendo una proporzione secca rispetto alla torta dei 15 milioni, il comparto della zootecnia ovina dovrebbe assorbire 2.865.000 euro di fondi pubblici ripartiti, appunto su 268 aziende. Sappiamo inoltre che i capi ovini monticati nel 2022 erano 27.539, il che significa che per ogni capo portato in alpeggio, l’ente pubblico ha investito, nelle sue diverse voci, l’equivalente di 104 euro".
Tanto? Poco? "Prendiamo come riferimento le medie di prezzo dei capi battuti all’asta nel 2022 e nel 2023 in Alto Adige relativi alle tre razze ovine più diffuse: pecora alpina tirolese, pecora tirolese bruno-nera, pecora Jura per il 2022 e pecora alpina tirolese, pecora tirolese bruno-nera e pecora tipo Lamon nel 2023. La media del 2022 è stata di 218 euro (250+174+231) e di 293 euro nel 2023 (326+217+355), il che significa che la media ponderale nei due anni è stata di 255,5 euro per capo. Significa semplicemente che considerato il volume di contribuzione e i prezzi di mercato correnti, si può ragionevolmente dire che ogni capo di pecora portato in alpeggio in Alto Adige, risulta già pagato con denaro pubblico in una percentuale al 40,8% del valore di mercato".
L’altro dato rilevante è che "l’attività zootecnica strettamente intesa (ossia la vendita di carne) genera solo il 25% della ricchezza prodotta dall’unità malga-alpeggio, quasi allo stesso livello della ricchezza generata dal comparto del servizio bar e ristorazione, che genera intorno al 20% del fatturato totale. Dal punto di vista dell’interesse collettivo, un’erogazione così robusta in termini di intervento pubblico, a fronte di una quota relativamente modesta di ricchezza legata alla filiera ovina, trova la propria ragion d’essere solo se il sistema dell’alpeggio abbraccia una visione più ampia della malga e dell’allevatore come fornitori di servizi ecosistemici, come in parte avviene già oggi".
Il tasso di predazione resta proporzionalmente a livelli inferiori al 2%, mentre si attesta sullo 0,11% in Austria e sullo 0,47% in Germania. "Ovviamente, il dato statistico, indubbiamente esiguo, non dà conto dell’impatto locale della predazione che – variando significativamente a seconda del contesto e delle misure di protezione adottate – può essere molto più elevato rispetto alla media. E proprio una realtà estremamente diversificata ci hanno restituito i dati nazionali che evidenziano una forte concentrazione delle perdite a scapito di un numero relativamente limitato di aziende, sia in ambito bovino, sia in ambito ovicaprino".
Restringendo ulteriormente la scala, "anche in Trentino l’incidenza della mortalità da lupo è in linea con quanto accade in altri settori delle Alpi (0,6% del bestiame complessivo monticato) e curiosamente solo un terzo delle malghe attive risulta dotato di almeno un’opera di prevenzione. Sempre nell’ottica di valutare il 'peso' della predazione nel declino della zootecnia alpina, abbiamo scoperto che la pressione predatoria insiste su un comparto reso oggi fragile da motivazioni di natura geopolitica (il prezzo di carburanti e mangimi alle stelle), di mercato (la concorrenza delle carni del sud del mondo) e dal cambiamento dei modelli culturali e degli stili di alimentazione (il crollo del consumo di carne d’agnello). In un contesto così incerto, che sta già facendo i conti anche con le trasformazioni derivanti dai cambiamenti climatici, più che dare risposte appare necessario impostare delle riflessioni legate al senso che l’alpeggio – e i pascoli che ne derivano – riveste a livello di tutela della biodiversità, di valori estetici e ricadute turistiche".
ALLEVAMENTO 2.0
Il sentire del mondo dell'allevamento trentino, come anticipato, è negativo verso orsi e lupi. Tuttavia c'è una consapevolezza che la questione va affrontata perché la presenza degli orsi e dei lupi è accertata. "Noi abbiamo la fortuna di trovarci all’interno di un 'sistema' e quindi dobbiamo imparare a ragionare e interagire con gli altri attori per trovare i giusti equilibri. Non nascondo che molti allevatori vorrebbero tornare al 'punto zero', ma l’approccio della Federazione sta lontano dagli estremismi e usa quello che definirei buon senso".
Detto altrimenti: "Non rifiutiamo la presenza di orsi e lupi ma piuttosto chiediamo di intervenire in modo puntuale e rapido dove si manifestano i problemi, dove ci sono attacchi ripetuti, e dunque sugli esemplari 'problematici'. Questo senza però dover rimettere tutto in discussione ogni volta. Il lupo non deve entrare in stalla, mi pare chiaro: se lo fa, c’è qualcosa che non va e quindi va rimosso: un singolo esemplare per il bene dell’intera popolazione".
Il rischio è che "le malghe rischiano di diventare un pezzo di storia che racconteremo ai nipoti. Non è una questione legata ai grandi carnivori, che sono al massimo uno dei fattori di criticità, se non addirittura una scusa: il problema sta nella mancata redditività. Gli animali in malga perdono peso, partoriscono e entrano in produzione dopo, si disperdono o vengono predati, quindi oggi, con le strutture moderne di cui disponiamo, gli animali stanno meglio in stalla. Provocatoriamente però, o forse paradossalmente, questo è più un problema che tocca il comparto turistico più che il mondo dell’allevamento, perché l’allevatore può riorganizzare la sua attività anche senza andare in malga, mentre il turismo perde un elemento identitario forte. Quindi si sta correndo ai ripari".
In che modo? Si punta sul sistema trentino. "Si è perso tanto tempo, sottovalutando la situazione, ma oggi stiamo facendo un ottimo lavoro da una parte con Trentino Marketing, e dall’altra con con la Fondazione Mach. Questo sia dal punto di vista della formazione che dei controlli sanitari e della formazione legati all’alpeggio. Una sinergia che fa ben sperare ma alla quale mancano ancora dei tasselli. Quali? Se la malga ha diritto di esistere in quanto fornisce servizi ecosistemici, oltre a quelli zootecnici, allora le amministrazioni proprietarie – Comuni, Provincia, e così via – non devono vederla come una fonte di reddito proprio, diretto. Se si è deciso a livello di sistema che tutelare le malghe significa tutelare il paesaggio, allora gli enti pubblici possono e devono soprassedere sui 20/30 mila euro che attualmente chiedono per la concessione d’uso, perché oltretutto ci si muove in un contesto che è molto oneroso per gli allevatori".
Gli strumenti di prevenzione contro lupo e orso: come sono visti e vissuti dagli allevatori e cosa fa la Federazione in questo contesto? "I mezzi di prevenzione non sono visti bene dalla categoria, è inutile negarlo. Noi come Federazione siamo convinti che diano risultati in alcune situazioni, ma siamo ben consci che non esistano soluzioni efficaci in ogni contesto e che alcune realtà siano veramente difficili, direi impossibili, da proteggere".
I mezzi di prevenzione "non possono essere calati dall’alto, né rappresentare l’unico rimedio a disposizione. Nel dettaglio, con gli ovicaprini la difesa può essere semplice, soprattutto se si ragiona in un’ottica di aggregazione, come dicevamo poco fa. Coi bovini, invece, dipende: per esempio nella zona della Tognola, dove porto le mie manze, lo strato di suolo è talmente esiguo che piantare recinzioni è praticamente impossibile, mentre a Passo Rolle la Provincia ci ha finanziato una recinzione fissa, a sette fili, bella ed efficace. Noi ci crediamo e ci investiamo e chiediamo ai nostri associati di fare altrettanto: siamo per un approccio più riflessivo e meno 'di pancia', che deve passare per forza di cose attraverso l’utilizzo dei mezzi di prevenzione. Ma, se il problema non si risolve, perché un lupo continua a fare predazioni, non ci si può fermare lì", conclude Broch.












