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21 febbraio | 11:09

Emilio Comici, a 125 anni dalla sua nascita cosa rimane del più forte e tormentato scalatore della sua generazione? "Non fu solo tra i migliori, ma anche un grande maestro"

Comici si distingue ancora oggi per una caratteristica speciale, che va oltre il semplice gesto alpinistico e rivela il patrimonio umano alla base: la condivisione. Al suo apice Emilio Comici non fu solo tra i migliori sulla piazza, ma anche un grande maestro, oltre che una guida, e tale sarebbe stato per tutta la vita

TRIESTE. A 125 anni dalla nascita, cosa rimane oggi di Emilio Comici? Dopotutto, parliamo di una figura che ha raggiunto il proprio acme alpinistico quasi un secolo fa, che per i canoni della nostra frenetica contemporaneità è un'era geologica, e su un registro di difficoltà ampiamente superato dagli arrampicatori di oggi.

 

Comici nasce infatti a Trieste il 21 febbraio del 1901, e ha vissuto da protagonista l'epopea alpinistica del sesto grado, periodo a tratti controverso, forse vagamente illusorio, legato alle scalate dell'orgoglio nazionalistico ma anche alla “purezza dello stile” di cui scriveva Domenico Rudatis, elemento che visto con gli occhi di oggi sembra quasi rasentare l'utopia, e, appunto, l'illusione.

 

Eppure Comici è l'alpinista delle contraddizioni, sfuggente a qualsiasi etichetta e impossibile da inscatolare in rigide definizioni. Ecco quindi che la domanda ritorna prepotente: cosa resta di Emilio Comici?

 

Rimangono le sue vie, scolpite come farebbe uno scultore sulla pietra vergine, e le pagine un po' sparse che compongono il libro “Alpinismo eroico”, uscito postumo e che ricalca solo una parte del materiale letterario che egli avrebbe voluto produrre, ma che non ha potuto.

 

Poco altro forse. Oggi l’immaginario dell'alpinismo “classico” in Italia è probabilmente retto da alpinisti più recenti, da Bonatti in giù, ma a ben guardare molte di queste sono figure che hanno agito quasi esclusivamente per loro stesse, riuscendo raramente ad entrare profondamente nei riguardi dell’altro.

 

In questo senso Comici si distingue ancora oggi per una caratteristica speciale, che va oltre il semplice gesto alpinistico e rivela il patrimonio umano alla base: la condivisione. Al suo apice Emilio Comici non fu solo tra i migliori sulla piazza, ma anche un grande maestro, oltre che una guida, e tale sarebbe stato per tutta la vita.

 

In “Alpinismo eroico” egli fa riferimento più volte alla gioia che gli procurano l’insegnamento e la condivisione, tanto nell’arrampicamento quanto nello sci, che sembrano conferire alla sua vita una luce in un’esistenza che considerava altrimenti grama.

 

Questo aspetto, per una persona di un secolo fa, non è un dettaglio di poco conto, ma anzi assume dei contorni di avanguardia, la stessa avanguardia che traspare dallo slancio del gesto atletico di Comici in parete, che porta dentro di sé il seme di quella che più avanti sarà la moderna arrampicata sportiva.

 

Non a caso Comici fu tra i fondatori della prima scuola di roccia in Italia, la scuola triestina della Val Rosandra (che esiste ancora oggi come “Scuola Nazionale di Alpinismo Emilio Comici”), nel 1929, una scuola alla quale si dedicò come fosse una missione, per la gioventù della sua Trieste, alimentando la valorizzazione e la frequentazione della valle stessa, oltre che della pratica alpinistica.

 

Se oggi la Val Rosandra è uno dei luoghi simbolo dell’arrampicata in Italia, oltre che meta ideale e abituale per gli escursionisti, lo dobbiamo per una buona parte a Emilio Comici. Inoltre Comici avrebbe esportato la scuola al di fuori del proprio territorio cittadino. D'altronde egli incarnava la scuola.

 

Per fare soltanto un esempio tra i molti, si pensi a quando, nell’estate del ’33, venne invitato in Grigna da Mary Varale (moglie di Vittorio, noto cronista sportivo dell'epoca) a tenere lezioni di alpinismo.

 

Comici portò il sesto grado in Grigna, all’attenzione di un giovane, un certo Riccardo Cassin, che avrebbe riconosciuto in seguito più volte in lui il suo unico vero maestro, e di altri ragazzi che da lì a poco inizieremo a chiamare Ragni, i Ragni di Lecco.  La portata di questo aspetto è sorprendente: cosa sarebbe l’alpinismo senza i Ragni di Lecco? Da Cassin, a Gigi Vitali, Carlo Mauri, e potremmo continuare con altri giganti fino ai giorni nostri.

 

Comici ha vissuto una vita modesta, in cui ha scelto un percorso economicamente quasi misero, trascorso per gran parte lontano dalle luci della ribalta (seppur con acuti sensazionali). Inoltre, nessuno come Comici nella storia dell’alpinismo sembra aver portato addosso in modo così evidente l'incombenza del peso esistenziale. E' il dualismo della figura di Comici descritto già da Giani Stuparich e proseguito con Spiro Dalla Porta Xydias: sorridente e malinconico, buono e gentile ma tormentato e irrequieto, eccetera.

 

Certamente si interrogava sull’importanza delle relazioni, della diffusione e condivisione di conoscenze e valori, e quindi se fosse più piacevole e gratificante dare rispetto ad avere. Infine lui ha dato molto.

 

“Ti sono grato, Comici, per avermi scelto a compagno di cordata nelle tue imprese, considerate follie, che io comprendo ed ammiro per la loro concezione, per il tuo non comune vigore e per l'audacia che pochi hanno e molti t'invidiano”. E' quanto scrive Giordano Bruno Fabjan, anch'egli alpinista triestino, dopo la scalata alla terribile Cima Nord di Riofreddo.

 

Tuttavia, in questa diffusione del sapere alpinistico non va scordato che Comici fu prima di tutto un uomo del suo tempo e, nel succedersi della vita delle persone, non esiste una proprietà commutativa o un effetto domino per cui il pensiero e le azioni di qualcuno scaturiscono in modo lineare su qualcun altro, ma è altrettanto vero che, un po' come il detto secondo cui “tutte le strade portano a Roma”, allora una bella fetta del bagaglio culturale dell’alpinismo italiano, percorso a ritroso, porta a Emilio Comici.

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