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Trento
10 marzo | 06:00

I grandi gruppi vogliono i terreni in quota del Trentino per i vigneti? Petizione per preservare prati e boschi. Ma in Alto Adige come funziona? "C'è la formula agronomica"

A Brentonico si lavora a un protocollo per regolamentare il possibile "assalto" delle viti dopo un grosso investimento di un'azienda del settore. Un modello locale, che la Provincia segue con interesse, ma che potrebbe riguardare molte altre zone del Trentino. In Alto Adige intanto qualcosa c'è già da tempo 

TRENTO. La modifica del piano regolatore per preservare prati e boschi, l'approvazione di un Regolamento entro 6 mesi per disciplinare i nuovi impianti agricoli, un monitoraggio (e un'opposizione) sulle trasformazioni del territorio, informazione (tempestiva e chiara) alla cittadinanza e valutare eventuali ricorsi al Tribunale amministrativo regionale a difesa dell'ambiente. Questi i punti salienti di una petizione che chiede all'amministrazione comunale di mettere dei paletti all'estensione dei vigneti a Brentonico.

 

La viticoltura è tra i settori che già oggi soffre di più gli impatti della crisi climatica, un comparto che strizza l'occhio alla quota e che già inizia a muoversi in questa direzione: si lavora di prospettiva perché produrre vino richiede tempo e pazienza, un patto generazionale in quanto il pieno sviluppo di una pianta richiede un decennio. Si guarda quindi alle altitudini e si cercano appezzamenti.

 

L'Altopiano di Brentonico, per esempio, si trova in casa un investimento del brand Oniverse (Singnorvino) che ha deciso di sbarcare in quota. Un arrivo che crea più di qualche riflessione: la viticoltura è sì già presente in località ma il timore è quello di una vocazione che si trasforma in monocoltura e la perdita di controllo delle dinamiche, anche economiche, sul territorio.

 

Una zona per caratteristiche del terreno indicata per il TrentoDoc e una vocazione può essere rafforzata, senza però snaturare il territorio, e con la ricerca di un equilibrio sostenibile, anche economicamente, per non stravolgere l'Altopiano, non soffocare le piccole (ma di qualità) aziende già presenti sul territorio e che rappresentano un patrimonio da proteggere nei limiti della libertà di impresa e concorrenza. Facile (non tanto) acquisire qualche ettaro, complesso raggiungere il risultato di redditività.

 

"E' sempre positivo quando un privato investe sul territorio", le parole a il Dolomiti di Marcello Lunellivice presidente di F.lli Ferrari. "Indubbiamente si possono già percepire gli effetti del cambiamento climatico in diverse produzioni e spostare i vigneti più in quota è la soluzione individuata per mantenere la competitività. Ci sono però tanti fattori da tenere in considerazione. Intanto bisogna trovare i terreni adatti alla vite e un appezzamento sufficientemente grande. Poi ci vuole tempo per installare, curare e coltivare un vitigno. Se la qualità è una certezza, bisogna considerare che la resa in montagna è più bassa e quindi bisogna trovare anche un equilibrio sul fronte della remunerazione e della redditività. C'è la ricerca di un equilibrio non banale anche per non rischiare di trasformare una determinata zona in monocoltura".


Equilibrio infatti è una parola chiave. Ok viticoltura ma in punta di piedi e con le esigenze della comunità locale considerate come prioritarie. "Si deve evitare di arrivare e stravolgere un territorio", spiega Albino Armaniimprenditore di una famiglia lagarina che opera nel vino dal lontano 1607, con cantine in VenetoFriuli e vigneti trentini proprio sul versante di fondovalle del Monte Baldo e già presidente del Consorzio Tutela delle Venezie Doc. "Gli impatti devono essere minimizzati: se bisogna sbancare troppo per far spazio alle viti, se ci sono eccessivi movimenti terra o un'agricoltura diventa intensiva per estensione qualche riflessione diventa necessaria: forse in questo caso non è la strada corretta" (Qui articolo).

 

C'è un po' di preoccupazione, così è partita l'iniziativa spontanea del "Comitato biodiversità e salute per Brentonico" con una petizione che ha superato le 800 firme. 

 

Già zona di produzione, magari di appezzamenti ridotti ma di qualità (e premiata) produzione, in questa cornice si inserisce l'attivazione di un Tavolo da parte dell'amministrazione comunale di Brentonico, un tentativo di trovare contromisure e arrivare a una regolamentazione (Qui articolo), probabilmente il primo caso così strutturato in Italia.

 

Una regolamentazione innovativa, ma anche protettiva per non essere aggrediti e per non subire investimenti e dinamiche economiche (Qui articolo). "Il percorso di ascolto e di partecipazione del territorio e della popolazione si è concluso in modo positivo e costruttivo", dice Alessio Bertolli, assessore del Comune di Brentonico. "Ora Agenda21 (la realtà incaricata di redigere una sintesi) è in fase di predisposizione di un Documento di indirizzo da presentare al Comune".


Le tempistiche? "Entro fine marzo ci sarà una prima presentazione alla Commissione vigneti - prosegue Bertolli - mentre in aprile il tema verrà affrontato in Consiglio comunale e successivamente ci sarà un momento di restituzione pubblico ai residenti". A quel punto raccolte eventuali altre osservazioni e considerazioni, messo a punto un piano e predisposta la variazione in Prg, potrebbe entrare in gioco la Provincia, che segue l'evoluzione della partita con interesse. Un tema che riguarda Brentonico in senso stretto ma che può essere spunto per mettersi ai ripari in altre aree del Trentino, quali la val di Non, la val di Cembra, la Valsugana e la val Giudicarie che presentano margine di intervento.

 

Un processo quindi che dovrebbe agire lungo più direttrici: la consapevolezza di storie e tradizioni di una zona, senza frenare eventuali possibilità di sviluppo e capacità di adattamento. 

 

Diversissimi a livello di visione e di struttura, il Trentino e l'Alto Adige possono vantare colossi del settore e la leadership in alcune produzioni, anche una relativa tranquillità geografica con ventaglio di altitudini che mettono un'intera economia al riparo da crisi a breve termine in un settore che inizia a guardarsi intorno. PerchéGli studi indicano che il 90% delle attuali zone produttrici di vino in pianura e nelle zone costiere in Italia rischia di sparire con l'innalzamento delle temperature. Ma a Bolzano come funziona e come affrontato un momento delicato per un settore altamente competitivo e che affronta diverse questioni aperte come il calo dei consumi?

 

"L'innalzamento delle temperature porterà a qualche trasformazione e penso più a un cambio di varietà, in particolare nelle zone più calde perché l'impegno in un vigneto di montagna non è banale e significa essere pronti a compromessi: ci sono possibilità inferiori di trovare terreni adatti, i costi sono maggiori e le rese sono più basse", commenta Andreas Kofler, presidente del Consorzio vini dell'Alto Adige. "In alta quota i rischi sono maggiori quali microclimi più sensibili e gelate improvvise che possono mandare a monte un anno di lavoro. L'annata del 2024 è stata, per esempio, quasi impossibile da portare a termine per una serie di problemi tra gli 900 e i 1.200 metri. E' veramente un'agricoltura estremamente delicata".

 

Le temperature variano di 0,6 gradi ogni 100 metri ma si può avere una previsione della resa fino a un certo punto. "L'investimento negli vigneti è di prospettiva e si può delineare un adattamento dei vitigni", aggiunge il presidente del Consorzio vini dell'Alto Adige. "Si può andare in altitudine ma questa è solo una risposta, non l'unica e per questo penso che sia più opportuno ragionare a livello di varietà, più che di altitudine".

 

Già da tempo questa dinamica è stata affrontata in Alto Adige: c’è un vero e proprio regolamento già dal 2016, la "formula agronomica" messa a disposizione da Eurac Research. "Questa formula tiene in considerazione altitudine, esposizione, pendenza e idoneità climatica. Solo i terreni che raggiungono un determinato punteggio minimo di idoneità possono ottenere l’autorizzazione", continua Kofler. "E' un modo per sostenere e accompagnare gli investimenti in modo consapevole degli agricoltori ma anche per delimitare la viticoltura perché rinunciare o ridurre prati, boschi e malghe può essere un problema", conclude Kofler.

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