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''Caro Pd ti scrivo, così ci spieghiamo un po’…''. La lettera di Paolo Ghezzi indirizzata all'assemblea del Partito Democratico

Questa sera la riunione del parlamentino democratico che dovrà decidere sul candidato presidente. Ghezzi chiede al Pd di decidere, di darsi una mossa: "Se non ci fosse stata la tua paralisi, un nome come il mio non sarebbe mai venuto fuori". E chiede ai dem di "saper cogliere il vento del cambiamento"

Di Donatello Baldo - 01 agosto 2018 - 06:01

TRENTO. E' una "Lettera aperta all'assemblea del Partito democratico del Trentino", ed è firmata da Paolo Ghezzi. Ha voluto inviarla all'attenzione dei componenti del parlamentino democratico che stasera dovrà esprimersi sul nodo della presidenza

 

Dopo un tira-e-molla che ha caratterizzato le ultime settimane, dopo la decisione dell'Upt che ieri ha messo alle strette il Pd chiamandolo alle sue responsabilità, dicendo nel contempo che a Rossi si deve preferire il rinnovamento, i democratici sono chiamati a scegliere

 

Un appello alla responsabilità è anche quello di Paolo Ghezzi. Chiede al Pd di decidere, di darsi una mossa: "Se non ci fosse stata la tua paralisi, un nome come il mio – fuori dal palazzo, dai partiti, dai giochi, dagli interessi – non sarebbe mai venuto fuori".

 

Ai democratici chiede anche di saper cogliere 'il vento del cambiamento'. Perché attenzione: "Qualsiasi scelta farai, caro Pd, sappi che il vento farà il suo giro, mai contro l’alleanza democratica autonomista popolare, ma anche lontano da te, se tu resterai chiuso alla freschezza e al colore del vento".

 

Ecco il testo integrale della Lettera aperta:

 

"Caro Pd,

 ti scrive, con affetto, uno che è stato molto vicino a te.

 

Che in te ha creduto, fin dall’inizio: convinto che l’intreccio tra cultura politica post-Dc e post-Pci, insieme al meglio della cultura laica e riformista, potesse portare non a un compromesso storico, ma a una storica svolta democratica nella politica italiana. Hai acceso mille speranze.

 

Da un po’ di tempo, però, anche per me – come per milioni che ti hanno abbandonato nelle urne - è sempre più arduo continuare ad avere fiducia in te. Prima e dopo il 4 marzo 2018, data epocale dell’ondata leghista-populista, ti sei mostrato diviso, rissoso, rancoroso, dedito alla guerra civile interna invece che alle battaglie di civiltà e di democrazia nei confronti degli avversari politici esterni, quelli che portano l’Italia su una china di destra muscolare, aggressiva, tenebrosa.

 

Speravamo in tanti che nel Trentino, isola virtuosa di centrosinistra autonomista, caro Pd, tu potessi mostrare un volto diverso e migliore, rispetto a quel partito lacerato che ci raccontano le cronache politiche nazionali.

 

E invece, in questi mesi, al tavolo della coalizione, ti sei avvitato su te stesso, incapace di decidere con gli alleati, ma anche di dare un segnale forte e univoco a chi ti guarda con il rispetto dovuto al partito di maggioranza. Comprendiamo bene il tuo travaglio ma c’è un limite all’indecisione e al tatticismo. Il limite è la pazienza degli elettori di centrosinistra. Che è esaurita.

 

Sei stato tu, caro Pd, a contribuire alla mia comparsa. Io, che fino a un mese fa ero presidente di Conservatorio, editorialista e piccolo editore, del tutto estraneo alla politica. Se non ci fosse stata la tua paralisi, un nome come il mio – fuori dal palazzo, dai partiti, dai giochi, dagli interessi – non sarebbe mai venuto fuori.

 

Per questo, caro Pd, se io sono un “mostro” che mette paura agli equilibri consolidati attorno all’usato sicuro, la colpa è tua: tu sei il dottor Frankenstein che ha generato l’inedita e spiazzante creatura.

 

Una creatura che ha creato, a sua volta, nuove speranze: al di là delle oltre mille firme di sostegno (che restano sempre una goccia, seppur significativa per trasversalità di storie, appartenenze, profili professionali, ambienti sociali e territoriali di riferimento) centinaia di messaggi di incoraggiamento sono tutti sulla stessa falsariga: eravamo rassegnati a non votare, a non sperare più nulla da questa coalizione, il movimento del cambiamento ci ha invece ridato voglia di partecipare, di contare, di combattere una buona battaglia.

 

Non pretendiamo di dare lezioni a nessuno né di essere gli unici depositari di una politica diversa, ma forse dovresti ascoltare il grido dei mille del cambiamento, un grido liberatorio.

 

Questo “popolo” non è divisivo ma chiede unità per vincere le elezioni, non è elitario perché rappresenta tutta la società trentina, non è velleitario perché ha ancora speranza, non è avulso dai problemi quotidiani perché conosce la fatica del vivere. Ci sono anche intellettuali tra i mille? Qualcuno c’è e non ce ne vergogniamo, ricordando a certi “alleati” di coalizione che l’attacco agli “intellettuali lontani dalla gente” ci riporta a tempi bui.

 

Per questo vedi, caro Pd, il problema non è il mio nome. Ma il vento di cambiamento che ha sollevato, il vento che non puoi sentire se continui a tenere chiuse porte e finestre della tua sede, incapace di guardare oltre i soliti interlocutori al solito tavolo.

 

Il vento di un cambiamento, di qualcosa di nuovo, di “ricco e strano”, certo nella continuità delle cose buone fatte, un programma concreto condiviso e sostenibile, incentrato su tre grandi parole: Autonomia, Innovazione, Solidarietà.

 

Il vento si deve ascoltare, anzi, come suggerisce una voce grande, puoi andare “a vedere il colore del vento”. Quel colore ti dev’essere familiare, caro Pd, perché è il colore della democrazia, della partecipazione, dell’impegno popolare contro il populismo.

 

Per questo, qualsiasi scelta farai, caro Pd, sappi che il vento farà il suo giro, mai contro l’alleanza democratica autonomista popolare, ma anche lontano da te, se tu resterai chiuso alla freschezza e al colore del vento. C’è ancora possibilità di incamminarsi sul sentiero che percorre il nostro elettorato, anche se il tempo si sta facendo ogni ora più breve.

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