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Accordo di pace Israele-Emirati Arabi, Crocco: “Ci sono molti interessi in gioco, primo fra tutti neutralizzare l’Iran”

Israele ed Emirati Arabi Uniti hanno firmato uno storico accordo di pace, con il benestare degli Stati Uniti. Tanti gli attori coinvolti a cominciare dall’Iran che entrambi gli Stati vorrebbero neutralizzare e la Turchia messa all’angolo, passando per il Libano da ricostruire. L’analisi di Raffaele Crocco

Di Tiziano Grottolo - 16 agosto 2020 - 21:57

TRENTO. Lo scorso giovedì, 14 agosto, la notizia dell’accordo siglato da Israele ed Emirati Arabi Uniti ha fatto il giro del mondo alla velocità di un tweet, lo stesso postato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha parlato di “un momento storico”. In effetti la normalizzazione dei rapporti fra Tel Aviv e Abu Dhabi aveva colto di sorpresa molti analisti di geopolitica, gli Emirati Arabi Uniti sono il primo Paese arabo del Golfo Persico a instaurare delle relazioni diplomatiche con Israele.

 

Si tratta di una grande e complessa partita a scacchi – spiega Raffaele Crocco storico giornalista Rai, reporter di guerra e coordinatore del progetto dell’Atlante delle Guerrel’accordo di pace fra Israele ed Emirati Arabi Uniti risponde a diverse esigenze ma soprattutto non è un caso che sia arrivato pochi giorni dopo il disastro in Libano, con il porto di Beirut distrutto”.

 

L’obiettivo principale è sicuramente quello di mettere all’angolo l’Iran, nemico storico di Israele nonché punto di riferimento della galassia sciita, il che lo pone in contrapposizione con gli emiratini che al contrario seguono la corrente sunnita. “Per Israele – sottolinea Crocca – Teheran è l’unico avversario militarmente e culturalmente pericoloso dell’area, in più influenza pesantemente le politiche libanesi finanziando Hezbollah, partito-esercito al governo a Beirut”.

 

Non deve stupire dunque che in nome del nemico comune Tel Aviv e Abu Dhabi siano scesi a patti. L’alleanza comunque è funzionale anche agli interessi statunitensi nell’area: “L’Iran è da sempre il nemico, anche perché alleato della Russia. La presenza di Mosca, anche con i propri militari, nel Vicino Oriente per le vicende siriane preoccupa Washington, che non è più in grado di esercitare un grande appeal. Un’alleanza israeliano-sunnita in chiave anti-Iran a Trump piace molto. Ed è divertente che venga usata la formula ‘accordo di pace’ per ristabilire in realtà un’egemonia di tipo militare”.

 

Da un lato, tramite questo accordo, gli Stati Uniti sentono di avere le spalle coperte con il mondo sunnita ma allo stesso tempo mettono all’angolo la Turchia: “La scelta dei tempi – osserva Crocco – non è casuale: Ankara, con il presidente Erdogan, sta rispolverando i fasti imperiali, portando i militari in Siria e Libia, contendendo gli idrocarburi alla Grecia al largo di Cipro e investendo denari in finanziamenti ai Paesi islamici del Balcani e dell’Asia Centrale. Per perseguire i suoi scopi flirta con la Russia di Putin, sapendo che non potrà durare per conflitto d’interessi”.

 

Come spesso accade quando si stipulano questi accordi c’è qualcuno che rimane con il proverbiale cerino in mano, anche questa volta è toccato ai Palestinesi pagarne le conseguenze. L’ex inviato di guerra parla senza mezzi termini di “moneta di scambio”, nell’accordo per l’appunto è inserita una clausola “pro-palestinese” ma che è destinata rimanere sulla carta: “Di fatto, gli Emirati si fanno garanti della situazione esistente, lontanissima da ogni possibilità di Stato palestinese entro questa generazione. Evidenti le ragioni della rabbia palestinese”, commenta Crocco.

 

Nel frattempo il governo di Abu Dhabi ha inaugurato una grande centrale nucleare: “Gli scopi, dicono gli sceicchi, sono solo commerciali, ma la riconversione militare dell’impianto, sottolineano gli esperti, sarebbe rapidissima. Bene: nessuno ha protestato. Tutto ciò è avvenuto senza che nessuno si allarmasse per la possibile nascita di una nuova potenza nucleare”. Due pesi e due misure verrebbe da dire visto che gli impianti iraniani sono da sempre nel mirino di Stati Uniti e Israele.

 

“Alla luce di queste considerazioni – afferma Crocco – l’esplosione di Beirut, al netto della tragedia per i troppi morti e feriti, è stata quanto mai opportuna per le ciniche potenze dell’area. Il Paese è in ginocchio, senza governo e senza futuro. L’economia praticamente non esiste e gli attori, tutti, sono in crisi”. Lo è perfino Hezbollah, da sempre braccio operativo di Teheran nell’area. “Ora la gara sarà a chi potrà aiutare il Paese a risollevarsi, guadagnandosi la gratitudine e la riconoscenza dei libanesi. Cambierà qualcosa nel Vicino Oriente? Sì, certo, è sicuro. Meno certo è che il cambio sia in meglio. Meno probabile è che davvero venga avviato un meccanismo di pace. Meno sicuro è che i Palestinesi migliorino la loro condizione. Insomma – conclude il coordinatore dell’Atlante delle Guerre – è tutto da scoprire. Esattamente come in una lunga partita a scacchi”.

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