Piano Trump: l'accordo, punti critici e prospettive. Schiavo: "Il tempo gioca a favore degli estremisti, di entrambi i campi, che vogliono boicottare gli sforzi per la pace"
L'analisi del direttore della Scuola di studi internazionali dell'Università di Trento: "Lo abbiamo già visto negli anni '90 con gli accordi di Oslo. La gradualità del processo ha fornito la possibilità a chi non era d'accordo, gli estremisti in pratica di entrambi i campi, per boicottare gli sforzi portati avanti. E anche in questa fase vediamo tensioni di difficile soluzione"

TRENTO. I dettagli non sono ancora stati pienamente definiti, le incognite rimangono molte, la tragedia a Gaza ancora attuale – in particolare per quanto riguarda le forniture di cibo, acqua e medicine – ma la speranza si è accesa ieri, tanto nella Striscia quanto a Tel Aviv, per l'annuncio di un accordo raggiunto la scorsa notte tra Israele e Hamas.
Secondo quanto emerso, l'accettazione della prima fase del piano di pace proposto la scorsa settimana dal presidente americano Donald Trump prevederebbe innanzitutto un cessate il fuoco, la restituzione degli ostaggi israeliani ancora nella Striscia, la liberazioni di circa 2000 prigionieri palestinesi – lo scambio dovrebbe avvenire entro 72 ore dalla ratifica del documento da parte delle autorità israeliane, la riunione è in programma alle 17 ora italiana – e l'ingresso degli aiuti umanitari. Il ritiro delle truppe israeliane dovrebbe poi avvenire verso una linea “concordata” tra le parti all'interno dell'enclave.
Le incognite, come detto, rimangono molte – e i passi più complicati, dalla smilitarizzazione di Hamas alla futura amministrazione politica della Striscia di Gaza, devono ancora essere affrontati – ma al netto dei rischi, ad oggi l'iniziativa diplomatica allestita dal presidente americano rappresenta una vittoria importante per Trump, da tempo impegnato nella costruzione di un immagine di “grande pacificatore” a livello internazionale.
Ma quali sono in particolare i punti critici sui quali hanno lavorato – e stanno lavorando – le delegazioni arrivate in Egitto? Quali le prospettive future per la Striscia? Per fare il punto il Dolomiti ha contattato il direttore della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento, Stefano Schiavo.
L'accordo, i punti critici, le prospettive
“Negli scorsi giorni – dice innanzitutto Schiavo – sono state diverse le situazioni di tensione che, evidentemente, sono state almeno in parte risolte. Innanzitutto si è raggiunto un accordo sugli ostaggi: in particolare, la discussione a Sharm el-Sheik si è concentrata sulla liberazione di Marwan Barghouti, una delle figure più popolari tra i palestinesi e indicato in passato come il più probabile successo di Abbas”. Un passo richiesto da Hamas ma rispetto al quale Israele aveva posto un veto.
“Una lista dei prigionieri palestinesi è stata in ogni caso definita – continua – e da quanto emerso al suo interno si trovano sia prigionieri di lunga data che gazawi arrestati e incarcerati dopo il 7 ottobre”. Oltre a Barghouti, anche i responsabili delle stragi del 7 ottobre e i più importanti esponenti di Hamas non sarebbero comunque nella lista dei cittadini palestinesi che verranno liberati. Prigionieri e ostaggi però, è bene ricordarlo, sono solo uno dei punti critici affrontati per arrivare a un primo accordo di pace.
“Un altro è il ritiro dell'esercito israeliano – dice Schiavo –: fino a dove, con che tempi. Anche su questo punto sembra però esser stato raggiunto un accordo. Per Hamas un aspetto centrale nelle negoziazioni è stato poi rappresentato dalle assicurazioni evidentemente fornite circa un cessate al fuoco permanente: con la liberazione degli ostaggi il gruppo ha infatti perso, per quanto brutale sia parlare in questi termini di esseri umani, la sua unica pedina negoziale. In altre parole, Hamas ha cercato rassicurazioni contro l'eventualità di una ripresa delle azioni militari israeliane dopo la restituzione delle persone rapite il 7 ottobre e ancora presenti nella Striscia”.
Centrale, vista la drammatica situazione attuale a Gaza, è poi la gestione degli aiuti umanitari: secondo le prime informazioni, dopo l'entrata in vigore dell'accordo circa 400 camion di aiuti dovrebbero entrare nella Striscia quotidianamente per i primi cinque giorni. Un numero destinato ad aumentare in seguito.
“Sarà necessario capire – dice il direttore della Scuola di Studi Internazionali di UniTn – se la gestione sarà affidata ancora alla Gaza Humanitarian Foundation, additata in passato come complice nelle uccisioni avvenute vicino ai centri di distribuzione, o se le autorità israeliane permetteranno l'ingresso delle Nazioni Unite, e in particolare dell'Urnwa, nella Striscia. In ogni caso, la sensazione è che da parte del governo israeliano arriverà il via libera rispetto a quanto accordato finora”.
“Israele pensa alla liberazione degli ostaggi, ma per una pace duratura bisogna guardare al medio-lungo periodo”
Nella seconda – e più complicata – fase del piano presentato da Trump si toccano però temi più delicati: la smilitarizzazione di Hamas con la sua successiva esclusione dal governo della Striscia, che dovrebbe essere affidata ad interim a un “Consiglio di pace” internazionale, guidato dallo stesso presidente americano e dall'ex primo ministro inglese Tony Blair.
“Da questo punto di vista – continua Schiavo – e in particolare di fronte alla prospettiva di esclusione completa da ruoli di governo, i vertici di Hamas sono stati tiepidi, per usare un eufemismo, e l'idea di un board internazionale era stata inizialmente rigettata. Se si vuole ragionare di una pace duratura però, l'unica prospettiva possibile è di medio-lungo termine, e qui sta un ulteriore punto di tensione. Per Israele infatti l'interesse principale è invece nel brevissimo periodo e legato alla liberazione degli ostaggi”.
E gli sviluppi successivi avranno inevitabili ricadute politiche, tenendo in considerazione in particolare le dure critiche al piano di pace mosse dagli esponenti dell'ultradestra israeliana – rappresentata al governo dai ministri Smotrich, che non voterà a favore dell'accordo, e Ben-Gvir. “Ricordiamoci che al massimo entro un anno – dice il professore – si andrà al voto in Israele. L'unica strada che porta a una pace duratura è una visione politica che metta al centro la convivenza, fornendo ai palestinesi prospettive chiare per la creazione di uno Stato indipendente, con garanzie di sicurezza sia per Israele che per i palestinesi che vivono in Cisgiordania, minacciati dall'azione dei coloni israeliani”.
Il tempo però, aggiunge Schiavo, gioca dalla parte di chi vuole boicottare gli accordi di pace: “Lo abbiamo già visto negli anni '90 con gli accordi di Oslo. La gradualità del processo ha fornito la possibilità a chi non era d'accordo, gli estremisti in pratica di entrambi i campi, per boicottare gli sforzi portati avanti. E anche in questa fase vediamo tensioni di difficile soluzione”.
La politica israeliana
Come anticipato, i punti ancora da risolvere nel processo di pace sono tantissimi. Al netto però dei risultati effettivi – che si osserveranno nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, con la speranza che il massacro a Gaza sia effettivamente concluso – la maggior parte degli analisti si attendono un cambiamento, a livello politico, per quanto riguarda il governo di Tel Aviv.
“Il sistema politico israeliano – conclude Schiavo – si può definire disfunzionale. Il parlamento, la Knesset, è unicamerale con un sistema proporzionale puro che inevitabilmente porta a coalizioni molto eterogenee, che rischiano sempre di trasformarsi in Armate Brancaleone. Le coalizioni poi si fanno ex-post, rendendo difficile fare previsioni. Di certo c'è che Netanyahu ha dimostrato negli anni di essere pronto ad allearsi con chiunque, con una grande capacità di rimanere al potere, dal punto di vista della realpolitik ovviamente”.
“Ad oggi le forze di opposizione sembrano polverizzate e non ci sono quindi grandi alternative all'orizzonte: centrale sarà capire il peso politico che rivestirà il tema della sicurezza interna rispetto ad un'apertura sul fronte negoziale. Sicuramente in questo momento è difficile immaginare che le opposizioni mettano in campo un'alternativa credibile a questo governo, che è comunque avversato dalla maggior parte della popolazione israeliana. Altrettanto certo è che, visto il sistema politico israeliano, anche i partiti più piccoli possono spesso risultare l'ago della bilancia nelle grandi coalizioni accennate in precedenza: è proprio per questo che movimenti estremisti, come quelli rappresentati da Smotrich e Ben-Gvir, hanno avuto un peso tanto grande e sproporzionato rispetto ai loro effettivi risultati elettorali (poco meno dell'11% alle ultime elezioni ndr)”












