Il Pd trentino sempre più spaccato, Alessandro Fedrigotti si dimette dal coordinamento provinciale e dall’assemblea: “Esperienza non è sinonimo di onnipotenza”
Alessandro Fedrigotti ha rassegnato le dimissioni dal coordinamento provinciale e dall’assemblea del Partito Democratico: “È finito il tempo dell’accettazione a qualsiasi costo, la gestione dell’ultima assemblea è stato il passo che ha superato il limite”

TRENTO. Durante l’ultima assemblea provinciale del Partito Democratico sono state respinte le dimissioni della segretaria Lucia Maestri che quindi continuerà a traghettare i Dem almeno fino congresso. Eppure pare ormai insanabile la frattura che si è creata all’interno del partito. Poco fa per esempio Alessandro Fedrigotti, già candidato sindaco a Ledro, ha rassegnato le sue dimissioni dal coordinamento provinciale e dall’assemblea provinciale del Pd.
“Forse ha sempre fatto comodo la mia mansuetudine – spiega in una lunga lettera – ma oggi è concluso il tempo della mansuetudine: quando si forzano i meccanismi e le modalità di partecipazione alle decisioni; quando si alzano i toni della discussione volutamente perché si ha timore dell’unità ed è più comodo che ci siano le divisioni per ‘coltivare orticelli personali’; quando si conosce la verità delle cose dette e invece si prova a mascherarla con i vestiti più diversi per convenienza; quando a domande precise e reiterate ai tavoli ufficiali, riservati e di dirigenza, si danno risposte vaghe; quando succedono tutte queste cose, deve finire il tempo della mansuetudine”.
Di fatto ci sarebbe chi, fra i colleghi Dem, avrebbe apostrofato Fedrigotti e altri come “nullafacenti” mentre sul tavolo rimangono molte questioni politiche. “È finito anche il tempo dell’accettazione a qualsiasi costo – prosegue Fedrigotti – la gestione dell’ultima assemblea è stato il passo che ha superato il limite. Delega non è sinonimo di libertà incontrollata. Esperienza non è sinonimo di onnipotenza. Giovane non è sinonimo di limpidezza. Democrazia non è sinonimo di compiutezza”.
Di seguito il testo integrale che accompagna le dimissioni di Fedrigotti.
Tentare di descrivere questi quattro anni di attività come Dirigente del Partito Democratico del Trentino significa far emergere diverse parole: impegno, speranza, insoddisfazione, senso di inadeguatezza, falsità, sforzo, unità, ambizione, fallimento. Sono queste, a conti fatti, le stesse emozioni e sentimenti che incontriamo nei meandri della nostra vita quando proviamo a leggere con attenzione la realtà che ci circonda. Sono parole che potrebbero scoraggiarci o, al contrario, aiutarci a rilanciare la nostra “andatura” con il sogno di poter provare a cambiare in meglio il mondo. Ma viverle tutte nell’esperienza di quattro anni del Partito Democratico del Trentino, alla quale venni invitato a partecipare nel 2016 con ben altro approccio, ben altri atteggiamenti e stili rispetto a quelli che oggi dominano la scena, sono parole che mi invitano a “farmi da parte”; non certo per declinare la mia responsabilità, quanto piuttosto per poter serenamente dire che quanto ho vissuto in troppi frangenti, a livello umano più che politico, non è momentaneamente compatibile con la qualità e lo stile di relazioni che mi sono dato in quasi quarant’anni di vita.
Sono stati quattro anni durante i quali mi sono imposto principalmente l’obiettivo dell’ascolto e dell’inclusione: lo è stato fin da quando, nel primo appuntamento di Segreteria, avanzai la proposta di contemplare, visti i risultati del Congresso, la partecipazione di tutte le mozioni al tavolo di lavoro per dare immediatamente compiutezza ad un partito unito. Il compito affidatomi (e non l’ho ritenuto certo un tappare un buco perché “non si sapeva cosa farmi fare”) di mantenere i rapporti con il Coordinamento, lo ho onorato nel migliore dei modi: ha significato per me ascoltare molte critiche e illazioni gratuite nei confronti dei colleghi di coordinamento, senza però riportarle ai diretti interessati per non alimentare le magagne di un partito già sofferente; ha significato per me far ragionare me stesso e gli altri sull’importanza delle partite da giocare, sul valore che ogni persona possiede nonostante i suoi limiti umani, sull’importanza del dare al cittadino la sicurezza, non solo la percezione, di un partito coeso, con molti vagoni pieni di idee ma con una sola locomotiva trainante.
Quattro anni in cui ho scelto di guardare la luna e non il dito; questo l’ho fatto soprattutto con tre colleghi di segreteria, tre amici; una scelta delicata che, sono convinto, ha contribuito in molti casi alla salute del partito. Quattro “nullafacenti” (queste sono le accuse arrivate) si sono sostenuti per non buttare tutto all’aria dopo un solo anno, per capire insieme che ogni volta era necessario puntare all’obiettivo principale, ossia dare vita ad una comunità che, capace di leggere la sua storia passata e presente in una prospettiva futura, potesse dirsi aperta al dialogo, trasparente nei percorsi, pronta al ricambio generazionale, indipendente nelle scelte.
Ho riscontrato troppi “non detti”, troppe decisioni prese fuori dai tavoli deputati, e troppa incongruenza tra le dichiarazioni in ambito ufficiale (coordinamento) e le narrazione conseguenti comunicate all’esterno. Sono stati quattro anni dove, ad ogni incontro collegiale del partito, ho domandato a me stesso se ogni cosa che pensavo e ogni azione che stavo proponendo rispondesse positivamente innanzitutto alla mia coscienza, e mi permettesse di continuare a guardare negli occhi con dignità le persone a me più care nella vita, alle quali ho tolto tempo e disponibilità.
In questi anni ho avuto la conferma che la politica permette di conoscere le persone, il loro stile relazionale e il loro approccio al bene comune: a fronte della mia stessa ingenuità, dell’empatia, dell’autocritica, del servizio disinteressato, ho visto rancore, scherno, adulazione, perbenismo, paura di perdere la propria posizione e il relativo entourage. Sono stati quattro anni durante i quali, in non poche occasioni, ho dato la mia disponibilità ad essere sostituito per far lavorare con maggior profitto, tempo e capacità chi si è sempre detto pronto a mettersi in gioco: ma questa opportunità non ha mai ricevuto risposta. Forse ha sempre fatto comodo la mia mansuetudine. Ma oggi è concluso il tempo della mansuetudine: quando si forzano i meccanismi e le modalità di partecipazione alle decisioni; quando si alzano i toni della discussione volutamente perché si ha timore dell’unità ed è più comodo che ci siano le divisioni per “coltivare orticelli personali”; quando si conosce la verità delle cose dette e invece si prova a mascherarla con i vestiti più diversi per convenienza; quando a domande precise e reiterate ai tavoli ufficiali, riservati e di dirigenza, si danno risposte vaghe; quando succedono tutte queste cose, deve finire il tempo della mansuetudine.
E purtroppo è finito anche il tempo dell’accettazione, a qualsiasi costo. La gestione dell’assemblea dello scorso 17.12.2022 è stato il passo che ha superato il limite.
Le mie dimissioni vogliono essere una parola sussurrata a molti dei componenti il PDT: non sono colleghi di mozione, non sono compagni di accordi (mi ha scandalizzato non vedere alcuna reazione indignata alle condanne di “scambio” denunciate in assemblea), non sono amici di vecchia data, non sono solo giovani; sono semplicemente persone con cui ci siamo confrontati, ascoltati, apprezzati nel tempo; permane da parte mia il desiderio di lavorare insieme a loro.
Personalmente continuerò ad impegnarmi nel partito perché prevalga la posizione di chi ritiene che le regole debbano essere rispettate, di chi è attuatore oltre che sostenitore del principio che i percorsi vadano condivisi, di chi crede nel coinvolgimento di tutti i tesserati, di chi crede in un futuro democratico della politica trentina. Ma ad oggi, fino a febbraio 2023, è per me impossibile poter sedere allo stesso tavolo con regole di ingaggio inaccettabili. Non è nel mio stile.
Delega non è sinonimo di libertà incontrollata. Esperienza non è sinonimo di onnipotenza. Giovane non è sinonimo di limpidezza. Democrazia non è sinonimo di compiutezza.
Nella riconoscenza, nonostante tutto, della possibilità di aver vissuto questa esperienza, rassegno le mie dimissioni dal Coordinamento Provinciale e dall’Assemblea Provinciale e chiedo che vengano lette nelle prossime rispettive adunanze. Queste dimissioni possono essere lette in tanti modi, spero anche come stimolo alla riflessione personale e comune. Augurando a tutti ogni bene per le prossime festività, invio distinti saluti.
Alessandro Fedrigotti














