Sanità in crisi, ''Le scelte di politica sanitaria non annunciano nulla di buono''. L'intervento della Consulta provinciale della salute: ''Riprogettare il comparto''
L'intervento di Renzo Dori, presidente della Consulta provinciale per la salute, per rilanciare la visione di un nuovo approccio "One Health”: "Un concetto che non valga solo per l’uomo, ma anche per gli animali, per la natura, per gli ecosistemi e l’ambiente. La politica non può continuare a rimanere sorda"

TRENTO. "Non bastano piccoli aggiustamenti per fronteggiare le criticità emergenti in sanità". Questo il commento di Renzo Dori, presidente Consulta provinciale per la salute. "Tutti i cittadini devono essere coinvolti in una grande operazione ascolto/confronto su quale sanità vogliamo e su come sia possibile oggi e per il futuro salvaguardarne la sua caratteristica pubblica e universalistica evitando che rischi di trasformarsi (in parte già in atto) in un privilegio per pochi, lasciando indietro le persone più fragili e svantaggiate".
Il presidente della Consulta provinciale per la salute traccia un percorso per cambiare il paradigma, un'azione "necessaria (vitale) partendo da un nuovo e più completo concetto di salute (e non di malattia), rilanciando con forza la prevenzione che da sola potrebbe ridurre del 50% le patologie" (sotto il contributo in forma integrale).
Nonostante le difficoltà causate dall'epidemia Covid e le risorse messe sul tavolo attraverso il Pnrr, c'è il rischio di riproposizione di un metodo ormai superato. "I segnali e le scelte di politica sanitaria recenti - aggiunge Dori - non annunciano da questo punto di vista nulla di buono".
La Consulta rilancia con forza la visione di un nuovo approccio "One Health”. "Un concetto di salute - spiega Dori - che non valga solo per l’uomo, ma anche per gli animali, per la natura, per gli ecosistemi e l’ambiente. La politica non può continuare a rimanere sorda".
Ripensare e riprogettare la sanità.
Nel lontano dicembre 1978 il Parlamento italiano a grandissima maggioranza approvava la legge che istituiva il Servizio sanitario nazionale pubblico e universalistico sulla base dei contenuti dell’articolo 32 della Costituzione. Quella norma rappresentava un cambio radicale nei confronti della tutela e garanzia della salute del cittadino. Assi portanti di quel modello erano e sono l’universalità e l’equità dei trattamenti di cura e delle prestazioni.
Sono passati oltre 40anni da quel provvedimento che progressivamente ha spostato la propria ottica dal tema della salute a quello delle malattie, della cura in un’ottica sempre più sbilanciata sulla centralità dell’ospedale (visione ospedale centrica) a scapito della prevenzione e della medicina territoriale. Negli anni più recenti si è poi passati ad una organizzazione aziendalistica e al conseguente prevalere dell’impostazione economicistica che vedeva la sanità non più come un investimento nello sviluppo del benessere del cittadino, ma come un costo che progressivamente andava compresso, contenuto operando crescenti tagli orizzontali, senza peraltro risolvere in modo serio e definitivo il problema degli sprechi e inefficienze.
Poi, per la prima volta, il sistema sanitario così concepito, è stato “terremotato” dalla pandemia Covid che non solo l’ha messo in seria crisi dal punto di vista organizzativo e strutturale, ma ha fatto emergere con forza i limiti di quel modello e l’urgente necessità di ridisegnarlo. La sanità nell’emergenza Covid viene rifinanziata in modo consistente e si apre la possibilità di poter usufruire di ulteriori finanziamenti attraverso l’Europa (Pnrr).
Nuove risorse a disposizione, ma per fare cosa? Soprattutto e innanzitutto per recuperare una capacità progettuale innovativa del modello sanità pubblica. I segnali e le scelte di politica sanitaria recenti non annunciano da questo punto di vista nulla di buono: si mettono su carta i progetti finanziabili dal Pnrr in una logica burocratica: “presenta i progetti nei tempi richiesti così riceviamo i finanziamenti”.
Nessuno sforzo di elaborazione di un modello di riforma che tali finanziamenti europei richiederebbero, nessuna volontà di adeguare un modello ad una visione diversa rispetto ai temi della salute. Anzi si ritorna al vecchio metodo che le risorse economiche messe a disposizione dai bilanci statali e regionali/provinciali (vedi quello della provincia di Trento) non si discostano di molto dal tasso inflattivo e di fatto non consentono nuovi investimenti necessari se si vuole affrontare seriamente una riforma del settore. Nel frattempo il sistema sanitario si deteriora ulteriormente sia in termini di ritardo nelle prestazioni ordinarie sia per l’emergenza di nuovi bisogni di salute, sia nel depauperamento quantitativo e nella demotivazione dei professionisti e operatori sanitari.
Operare una svolta decisa e un cambio di paradigma oggi non solo è possibile, ma necessario (vitale) partendo da un nuovo e più completo concetto di salute (e non di malattia), rilanciando con forza la prevenzione che da sola potrebbe ridurre del 50% le patologie, attuando un piano coerente di medicina del territorio, di vicinanza con il cittadini, di medicina predittiva, di domiciliarità potenziata e riqualificata, di presa in carico del paziente e di continuità nelle cure, di integrazione dei sistemi sanitari e sociosanitari (Case di Comunità e ospedali di comunità) e di spinta alla transizione digitale.
Tutto questo all’interno di una visione e di un nuovo approccio “One Health”. Oggi con la pandemia, non ancora del tutto superata, con le questioni climatiche e ambientali sempre più impattanti non solo sulla vita quotidiana delle persone, ma ancor più sulla sua salute è necessario pensare ad un concetto di salute che non valga solo per l’uomo, ma anche per gli animali, per la natura, per gli ecosistemi e l’ambiente.
Non dimentichiamoci delle parole pronunciate dal direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Ghebreyesus: “La pandemia ci ricorda il rapporto intimo e delicato tra gli esseri umani e il pianeta. Qualsiasi sforzo per rendere il nostro mondo più sicuro è destinato a fallire a meno che non si affronti l’interfaccia critica tra persone e agenti patogeni e la minaccia esistenziale del cambiamento climatico, che sta rendendo la nostra Terra meno abitabile.”
Ecco perché non bastano piccoli aggiustamenti rispetto alle criticità emergenti in sanità ed ecco perché tutti i cittadini vanno coinvolti in una grande operazione ascolto/confronto su quale sanità vogliamo e su come sia possibile oggi e per il futuro salvaguardarne la sua caratteristica pubblica e universalistica evitando che rischi di trasformarsi (in parte già in atto) in un privilegio per pochi, lasciando indietro le persone più fragili e svantaggiate. La politica non può continuare a rimanere sorda.
Renzo Dori - presidente Consulta provinciale per la salute














