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Covid-19, UniTn: “Aumentate le coppie in cui lavora solo la donna, la speranza è che lo shock rappresenti un'opportunità per migliorare l'uguaglianza di genere in Italia"

Questo il risultato di uno studio realizzato al Dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell'ateneo trentino sui dati Istat: in Italia nel 2020 le chiusure e la cassa integrazione hanno interessato soprattutto uomini. Lo studio è stato pubblicato oggi, 14 ottobre, sull'importante rivista Demographic Research

 

Di F.S. - 14 ottobre 2021 - 12:13

TRENTO. E' un risultato inaspettato quello emerso da uno studio realizzato al Dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell'Università di Trento: nei mesi del primo lockdown, nella primavera quindi del 2020, “si è osservato un aumento delle coppie in cui solo la donna lavorava”. A presentare i risultati Agnese Vitali, professoressa di demografia nell'ateneo trentino.

 

“A differenza di quanto osservato in altri Paesi come gli Stati Uniti – spiega Vitali – in Italia l'occupazione femminile non è diminuita sproporzionalmente rispetto a quella maschile. I dati Istat mostrano che il calo occupazionale tra le donne è stato solo leggermente superiore a quello osservato per gli uomini”. Un dato quasi interamente dovuto, dice l'esperta, al fatto che le donne lavorano più spesso con contratti a tempo determinato mentre “il personale a tempo indeterminato, composto soprattutto da uomini, è stato maggiormente tutelato dal blocco dei licenziamenti e cassa integrazione”.

 

Le ricercatrici hanno deciso di analizzare la situazione però da una prospettiva di coppia, per capire come con l'arrivo del Covid-19 siano cambiate le dinamiche lavorative e le entrate economiche di mamme e papà con figli non ancora indipendenti (under 16). All'interno di una settimana di riferimento, le ricercatrici hanno suddiviso le coppie in base alle ore effettivamente lavorate, distinguendo i casi in cui entrambi i partner hanno svolto un numero simile di ore, quelli in cui ha lavorato di più l'uomo, quelli in più ha lavorato di più la donna e infine quelli in cui nessun genitore ha lavorato.

 

“Usare le ore lavorate invece che lo stato occupazionale è importante – spiega Vitali – perché durante una pandemia essere occupato ma in cassa integrazione implica un minore guadagno rispetto allo stipendio usuale. Quindi abbiamo confrontato i dati del 2020 con quelli del 2019 nei vari trimestri”. Prevedibilmente, i risultati dimostrano come la percentuale di coppie con figli under 16 in cui nessun genitore ha svolto ore di lavoro nella settimana di riferimento sia aumentata drasticamente nel primo, nel secondo e nell'ultimo trimestre del 2020 rispetto al 2019, soprattutto tra i meno istruiti.

 

Dall'analisi però è emerso un risultato inatteso: “Nei mesi del primo lockdown si è osservato un aumento delle coppie in cui solo la donna lavorava” spiega la professoressa di UniTn. Un dato inaspettato perché, dicono le ricercatrici, nel Paese europeo con la più bassa occupazione femminile ci si sarebbe potuti aspettare che la chiusura delle scuole spingesse le mamme a lasciare il lavoro per occuparsi dei figli a casa. “Questi dati suggeriscono che l'occupazione femminile ha contribuito a difendere le famiglie dalle perdite di reddito – conclude Vitali – qualcosa di molto simile era successo durante la recessione del 2008. Il risultato ci dà poi una speranza per il futuro, che lo shock indotto dalla pandemia possa rappresentare un'opportunità per migliorare l'uguaglianza di genere in Italia a partire da politiche pubbliche e strategie industriali mirate ad aumentare la troppo passa occupazione femminile”.

 

Lo studio, intitolato “Re-tradisionalisation? Work patterns of families with children during the pandemic in Italy” e pubblicato oggi, 14 ottobre, sull'importante rivista Demographic Research, vede come prima autrice Elisa Brini (ricercatrice a UniTn al tempo della ricerca e ora all'Università di Oslo) insieme alle professoresse Agnese Vitali (ideatrice del progetto) e Stefani Scherer e la studentessa Mariya Lenko.

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