Dal mansplaining al mobbing: lo studio che svela il meccanismo delle micro-aggressioni degli uomini alle donne sul lavoro
Uno studio dell'Università di Trento rivela come le micro-aggressioni quotidiane possano sfociare in forme più gravi di mobbing, ostacolando la carriera delle donne facendo luce su un meccanismo che rafforza il “soffitto di cristallo”

TRENTO. “Mi ha spiegato un argomento di cui ho esperienza e conoscenza usando un tono saccente e paternalistico”. “Mi ha corretta sul lavoro e la correzione era banale o scorretta”. Questo è il fenomeno del “mansplaining”, e accade quando un uomo spiega a una donna un argomento di cui lei è già esperta, presupponendo però che ne sappia meno, ed è uno degli esempi più comuni di questi comportamenti.
Le micro-aggressioni sul posto di lavoro, sebbene spesso sottovalutate, sono un terreno fertile per l'emergere di comportamenti sempre più gravi e dannosi, come il mobbing e il bullismo di genere. A dimostrarlo è uno studio condotto dall'Università di Trento, che ha messo in luce come episodi di mansplaining, di correzioni non richieste e di svalutazione delle competenze professionali possano, nel tempo, minare la carriera delle donne.
Le 457 donne che hanno partecipato allo studio “Mansplaining e inciviltà sul posto di lavoro, meccanismi di bullismo rivolti alle donne?”, provenienti da tutta Italia, hanno raccontato come queste situazioni inizialmente sottili e quasi impercettibili possano trasformarsi in una vera e propria forma di maltrattamento psicologico sul posto di lavoro.
L'indagine, condotta dalla dottoranda Miren Elizabeth Chenevert del Dipartimento di Scienze cognitive (Dipsco) con la supervisione scientifica della professoressa Michela Vignoli, le donne che hanno vissuto in un primo momento comportamenti di inciviltà sul posto di lavoro successivamente hanno subìto una messa in discussione delle loro competenze fino ad arrivare a vere e proprie forme di bullismo professionale e mobbing.
Le ricercatrici spiegano che, quando si parla di violenza di genere contro le donne, l'attenzione si concentra spesso solo sulle forme più visibili e gravi di abuso. Tuttavia, le micro-aggressioni quotidiane, come commenti sminuenti o correzioni non richieste, sono altrettanto dannose. Questi comportamenti, purtroppo, vengono spesso normalizzati sul posto di lavoro, creando un clima di disuguaglianza che può sfociare in maltrattamenti più gravi, e generano in chi le subisce in un meccanismo psicologico di stress, ansia e insoddisfazione lavorativa, che in molti casi porta al burnout.
Il mobbing di genere, che prende piede quando le micro-aggressioni si intensificano, è direttamente collegato alla svalutazione delle competenze professionali delle donne, portando a un discredito crescente che le rende vulnerabili a ulteriori abusi. "Con il nostro studio – spiega Miren Elizabeth Chenevert – volevamo capire se i maltrattamenti sottili, apparentemente non gravi, che colpiscono le competenze delle vittime, potessero nel tempo avere una escalation. E se questo processo ha conseguenze sulle carriere delle donne, la cui reputazione viene messa in discussione da colleghi e colleghe”.
Lo studio ha esaminato anche altri fenomeni come la “gender competency questioning”, cioè il comportamento adottato da uomini che mettono in discussione le competenze delle donne, e l’esperienza di forme sottili, e al tempo stesso subdole, di maltrattamento sul lavoro, e la voice non recognition, che descrive la mancata valorizzazione delle idee femminili.
Domande come ““Ha proposto la mia idea precedentemente ignorata ed è stato elogiato per essa” o ““Ha ignorato il mio contributo e cercato altre opinioni dai colleghi uomini” , sono emerse come forme sottili di maltrattamento. Questo tipo di comportamento mina la credibilità e la professionalità delle donne, contribuendo a creare un ambiente di lavoro ostile e discriminatorio.
Il metodo di ricerca si è basato su un questionario online, lungo un asse temporale suddiviso in momenti diversi, a distanza di un mese l’uno dall’altro. Le partecipanti erano tutte donne lavoratrici intorno ai 43 anni, chi nel settore privato chi in quello pubblico. Alcune assunte con un contratto da dipendente, altre libere professioniste, altre ancora sono datrici di lavoro, ricercatrici universitarie o allenatrici sportive.
Il risultato ha confermato che i maltrattamenti iniziali, anche se minimizzati dalle vittime stesse, possono facilmente evolversi in forme più gravi di abusi. Inoltre, le donne che hanno vissuto queste esperienze hanno espresso una maggiore intenzione di lasciare il proprio posto di lavoro, dovuto alla perdita di autostima e di fiducia nelle proprie capacità professionali.
La convinzione delle ricercatrici è che utilizzare sistemi di indagine di questo tipo all’interno dei luoghi di lavoro per misurare comportamenti già presenti aiuterebbe a prevenire maltrattamenti e l’aumento di soprusi di genere più gravi.
La ricerca sarà presentata ufficialmente lunedì 24 novembre alle ore 18 presso Palazzo Piomarta a Rovereto.












