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Trento
22 aprile | 12:35

Medicina di genere, l'esperta: "La salute storicamente 'al maschile' ma i sintomi tra uomo e donna non sono sempre uguali: l'infarto è l'esempio emblematico"

In occasione della Giornata nazionale della salute della donna, un approfondimento a 360 gradi sul tema insieme alla dottoressa Nicoletta Orthmann: "Molte malattie interessano solamente il genere femminile e da tempo si sta lavorando per promuovere una maggiore sensibilizzazione su questi temi. Permangono lo stesso pregiudizi culturali che sono fortemente radicati, ma i sintomi tra uomo e donna sono spesso diversi ed è necessario supera il modello clinico tradizionale. Un approccio 'neutro' si traduce in diagnosi e cure mancate, ritardate o inappropriate. L’esempio emblematico è quello dell’infarto”

di Margherita Tomadini

TRENTO. Per molto tempo la medicina ha osservato il corpo umano attraverso una lente unica, spesso maschile, ed oggi la consapevolezza che differenze biologiche, sociali e culturali incidano profondamente su salute e malattia è decisamente cresciuta. E' in questo contesto che si inserisce una concezione di medicina più inclusiva: la medicina di genere, che nasce per colmare un divario per molti versi strutturale, offrendo un approccio più equo e personalizzato. La Giornata nazionale della salute della donna - che si celebra oggi, 22 aprile, e in occasione della quale sono stati organizzati una serie di appuntamenti all'ospedale di Rovereto - è stata istituita proprio per mettere in evidenza quale sia l’importanza della prevenzione e della cura “al femminile”.

 

Un tema spesso trascurato anche nella discussione pubblica, ma che nel concreto presenta invece risvolti importantissimi. Un esempio? La possibile differente sintomatologia legata all'infarto, tipicamente identificata con un dolore che dal petto si irradia al braccio. Come spiega però a il Dolomiti Nicoletta Orthmann, esperta di medicina di genere dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere costituito a Milano nel 2005 (Fondazione Onda Ets), si tratta in questo caso di un quadro sintomatologico "al maschile", mentre nelle donne il dolore insorge più frequentemente in altre sedi (ad esempio stomaco o schiena) ma può anche essere assente, con sintomi più comuni come fiato corto, spossatezza, sudorazione, nausea e vomito

Dall'importanza di sensibilizzare sul tema fino agli scenari di ricerca, ecco le parole dell'esperta.

 

Che cosa si intende con medicina di genere? Quanto è importante parlarne?

 

Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della sanità, la Medicina di genere è studio dell’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socioeconomiche e culturali (definite dal genere) sullo stato di salute e di malattia di ogni persona. Più correttamente dovremmo quindi parlare di Medicina sesso e genere specifica o, secondo una definizione più attuale e inclusiva, di Medicina delle differenze. Si tratta di approccio, di una dimensione della disciplina medica che supera il modello clinico tradizionale declinato al “neutro al maschile”, considerando non solo le differenze genetiche, anatomiche e funzionali ma anche i fattori socioculturali e ambientali che influenzano la salute a tutti i livelli, dall’esposizione ai fattori di rischio all’accesso ai servizi sanitari. Possiamo dire che la Medicina delle differenze è il presupposto essenziale per una medicina personalizzata, contribuendo a ridurre le disuguaglianze nell'accesso alle cure, nella diagnosi e nella ricerca. Integrare questa prospettiva in modo sistematico significa garantire interventi più equi e appropriati per tutti. Nel corso degli anni in Italia – nel solco del “Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di genere” in attuazione della Legge 3/2018 – si è costituta una vera e propria “rete” nazionale per la Medicina di genere che ha favorito la disseminazione di un approccio sesso e genere specifico in sempre più numerose aree specialistiche – non solo cliniche, ma anche chirurgiche e riabilitative – di cui le stesse Società scientifiche di riferimento si sono fatte promotrici attraverso la costituzione di gruppi di lavoro, la realizzazione di progetti di ricerca e la produzione di documenti dedicati. Ad oggi sono state raccolte moltissime evidenze in termini di “differenze”, dalla cardiologia all’oncologia, dall’immuno reumatologia alla neurologia.

 

Quale è quindi il ruolo della Giornata nazionale della salute della donna nella sensibilizzazione su questi temi?

 

La Giornata nazionale è stata istituita nel giugno 2015 e si celebra ogni anno il 22 aprile, data di nascita di Rita Levi-Montalcini, scienziata insignita del Premio Nobel per la Medicina, fervida sostenitrice del valore delle donne nella scienza e nella società. L’appuntamento ha l’obiettivo di richiamare l’attenzione sull’importanza di promuovere la prevenzione la cura “al femminile” nei diversi cicli vitali della donna. Fondazione Onda Ets partecipa alla Giornata, coinvolgendo la rete degli ospedali con il Bollino rosa che per una settimana “aprono le porte” alla popolazione femminile, offrendo servizi gratuiti informativi e clinico-diagnostici: visite, esami strumentali, consulenze telefoniche, colloqui a distanza ed eventi informativi. L’offerta è ampia e multidisciplinare, coinvolgendo numerose aree specialistiche, tra cui cardiologia, ginecologia e ostetricia, endocrinologia, neurologia, oncologia ginecologica e medica, senologia, reumatologia, psichiatria, nutrizione e percorsi dedicati alla violenza sulla donna (i servizi sono consultabili sul sito www.bollinirosa.it pagina dedicata con motore di ricerca indicizzato per regione, provincia e area specialistica). Nel tempo il numero di ospedali partecipanti ha continuato a crescere, offrendo migliaia di servizi: una tendenza che testimonia l’attenzione crescente verso un approccio di genere e la necessità di rendere i servizi più accessibili e orientati ai bisogni delle donne.

 

La ricerca clinica attuale include una rappresentazione equa di entrambi i generi?

 

Storicamente, la ricerca biomedica si è basata su modelli maschili, portando a un "gender gap" che ancora persiste, nonostante la crescente consapevolezza e l’emanazione di normative che richiedono una maggiore inclusione. Tale gap persiste tutt’oggi, in particolare, nelle fasi precoci degli studi nell’ambito delle quali si stabilisce la dose sicura e potenzialmente efficace dei farmaci e dove le donne rappresentano spesso poco più del 20% dei partecipanti. Ciò determina una limitata comprensione del ruolo delle differenze farmacocinetiche e farmacodinamiche (cioè come il corpo assorbe il farmaco e risponde) tra uomini e donne nel determinare la risposta ai trattamenti in termini sia di efficacia terapeutica sia di tolleranza.

 

Quali sono stati i rischi di una medicina che in passato ha preso come modello prevalentemente il corpo maschile? C'è ancora resistenza nel mondo scientifico ad accettare pienamente la medicina di genere?

 

Un approccio clinico neutro si traduce in diagnosi e cure mancate, ritardate o inappropriate. L’esempio emblematico è quello dell’infarto, al quale è stato da sempre associato il quadro sintomatologico al maschile, tipicamente caratterizzato da dolore al petto irradiato al braccio, rischiando così di non riconoscerlo nella donna. Nelle donne, infatti, il dolore insorge più frequentemente in altre sedi (es. stomaco, schiena), ma può anche essere assente e i sintomi più comuni sono fiato corto, spossatezza, sudorazione, nausea e vomito. In questo caso la Medicina di genere ci insegna che la presentazione clinica della medesima patologia non è uguale per tutti: averne consapevolezza può fare la differenza in termini di tempestività e appropriatezza della diagnosi con significativo impatto sugli esiti. La medicina di genere si sta facendo strada, anche grazie all’implementazione nei percorsi formativi e di aggiornamento professionale, ma le sfide aperte sono ancora tante: applicazione nella pratica e nella ricerca clinica, integrazione nello sviluppo e applicazione di nuove tecnologie, inserimento nei percorsi clinico-diagnostici e terapeutico-assistenziali (Pdta), raccolta disaggregata dei dati, utilizzo di indicatori di genere.

 

Quanto pesa ancora lo stigma nel parlare di dolore, ciclo mestruale o salute mentale?

 

Da tempo si sta lavorando per promuovere una maggiore sensibilizzazione su questi temi, ma permangono pregiudizi culturali che sono fortemente radicati. Il peso dello stigma si traduce in mancato o ritardato accesso ai percorsi di diagnosi e cura con conseguente sofferenza, isolamento ma anche peggioramento della patologia. Un esempio su tutti è l’endometriosi, il cui ritardo diagnostico è principalmente associato alla “normalizzazione” del dolore mestruale. Per quanto riguarda la salute mentale, ancora oggi i disturbi psichici sono spesso taciuti, nascosti: il senso di vergogna, il timore di chiedere aiuto, la svalutazione di alcuni sintomi e la loro attribuzione a “momenti della vita” connotati da particolare vulnerabilità e debolezza, impediscono di avere consapevolezza rispetto al problema e quindi di affrontarlo in modo corretto.

 

In che modo gli stereotipi culturali hanno influenzato la diagnosi del dolore nelle donne? Perché il dolore femminile viene spesso minimizzato o attribuito a cause psicologiche? Il concetto di isteria ha influenzato la salute mentale e fisica delle donne?

 

Il 60% delle persone adulte con dolore cronico in Italia è di sesso femminile. Molte delle patologie responsabili di dolore cronico tendono ad avere, infatti, maggiore incidenza nella popolazione femminile: per citarne alcune, emicrania, artrite reumatoide, artrosi e osteoporosi. Ci sono anche diverse malattie che interessano prevalentemente o esclusivamente il genere femminile, quali la fibromialgia e le patologie dolorose di pertinenza ginecologica, come l’endometriosi. Le donne hanno maggiore suscettibilità al dolore e presentano molto più frequentemente degli uomini, multiple condizioni dolorose concomitanti. Dunque, le donne sono più colpite, lo percepiscono come più intenso, ma ricevono diagnosi spesso più tardive e trattamenti meno appropriati. Il dolore femminile viene, infatti, più facilmente minimizzato o interpretato come psicologico ed emotivo e questo comporta un allungamento dei tempi di diagnosi. È un’eredità socioculturale che permea ancora per lo meno in parte il mondo medico, affondando le sue radici nel fatto che in passato e per lungo tempo il dolore femminile senza una causa organica evidente è stato associato ad “isteria” (dal greco hystera, utero). A ciò si aggiunge il fatto che ancora manca una cultura condivisa sul dolore cronico, che lo riconosca come patologia a sé e non come sintomo: questo gap rappresenta uno dei principali ostacoli di accesso ai percorsi dedicati di diagnosi e cura.

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