“I modelli pessimistici, purtroppo, sono quelli più realistici”. La corrente atlantica potrebbe collassare prima del previsto: lo studio
Secondo alcune analisi, il rallentamento della Circolazione meridionale atlantica potrebbe essere molto più rapido del previsto: lo studio

TRENTO. La Circolazione meridionale atlantica, uno dei sistemi più importanti nella regolazione del clima a livello planetario, potrebbe presentare una probabilità di collasso significativamente più alta di quanto pensato in precedenza, un risultato che gli esperti considerano “molto preoccupante” visti i potenziali effetti attesi in particolare per Europa, Africa e Americhe.
A riportarlo, citando un nuovo studio sulla questione pubblicato su Science Advances, è il Guardian, in un pezzo nel quale si sottolinea come sia già noto oggi come il sistema di correnti atlantico – noto come Amoc, dall'inglese Atlantic meridional overturning circulation – sia al suo livello più debole degli ultimi 1600 anni a causa delle conseguenze della crisi climatica.
Negli scorsi anni un gruppo di 44 esperti internazionali aveva già lanciato l'allarme in una lettera aperta, nella quale segnalavano come il rischio di collasso della circolazione oceanica nell'Atlantico fosse “molto sottovalutato”, in particolare a fronte di un cambiamento in grado di avere “effetti devastanti e irreversibili soprattutto per i Paesi nordici, ma anche per altre parti del mondo”.
L'Amoc gioca infatti un ruolo cruciale nella regolazione del clima in Europa e in Nord America: come aveva spiegato l'AltraMontanga, si tratta di un complesso movimento di masse d'acqua che attraversano l'Atlantico settentrionale, trasportando in sostanza calore dai tropici fino alle regioni più settentrionali dell'Europa. L'acqua calda superficiale viaggia dalle latitudine equatoriali fino al Nord Atlantico, dove rilascia parte del proprio calore.
Raffreddandosi, l'acqua si addensa e sprofonda, tornando a sud in profondità per poi risalire in superficie grazie alle correnti oceaniche globali. Questo movimento è responsabile di circa il 20% della Corrente del Golfo e del riscaldamento delle regioni atlantiche europee. Il funzionamento di questa “pompa termica” è ciò che mantiene i climi europei relativamente temperati rispetto ad altre zone del mondo alla stessa latitudine.
Già da alcuni decenni si osservano segnali preoccupanti che l'Amoc sia in fase di rallentamento, un fenomeno che gli esperti attribuiscono, come detto, in gran parte al cambiamento climatico. I modelli predicono infatti che, con l'aumento delle temperature, si assista a una riduzione della salinità delle acque nell'Atlantico settentrionale, causata sia dalla maggiore fusione dei ghiacci della Groenlandia che dall'aumento delle precipitazioni.
Cambiamenti che portano a un'acqua più dolce e meno densa, che fatica ad affondare. Il risultato è un circolo vizioso: la salinità diminuisce, l'Amoc rallenta ulteriormente, e questo processo autoalimentato potrebbe portare il sistema a un punto di non ritorno. Un “tipping point” oltre il quale l'Amoc potrebbe collassare, con conseguenze gravissime.
Proprio qui si inseriscono i risultati del nuovo studio citato dal Guardian: i climatologi utilizzano infatti decine di modelli per valutare le evoluzioni climatiche nel futuro, ma per un sistema complesso come quello delle correnti atlantiche i risultati sono molto variabili. Alcuni, si legge nel pezzo, indicano nessun rallentamento ulteriore entro il 2100, altri suggeriscono una forte decelerazione fino al 65%, anche nel caso in cui le emissioni di combustibili fossili vengano gradualmente ridotte fino allo zero.
Combinando osservazioni reali degli oceani con i modelli per individuare il più affidabile, il nuovo studio - “Observation constraints project a 50% Amoc weakening by the end of this century” - arriverebbe a stimare un rallentamento tra il 43 e il 59% entro la fine del secolo, più forte di circa il 60% rispetto alla media multimodello precedente. Il professor Stefan Rahmstorf, uno dei firmatari della lettera aperta citata in precedenza e tra i maggiori esperti del tema, ha parlato di “notizie seriamente negative”, sottolineando come un rallentamento del genere porterebbe l'Amoc “oltre il punto di non ritorno per uno spegnimento completo”.
Il risultato, ha detto lo stesso Rahmstorf al Guardian: “Dimostra che i modelli 'pessimistici', che prevedono un forte indebolimento dell'Amoc entro il 2100, sono purtroppo i più realistici, concordando meglio con i dati osservati. Sono sempre più preoccupato della possibilità di superare il punto di non ritorno per lo spegnimento dell'Amoc entro la metà del secolo, che è decisamente vicina”.
E i cambiamenti, in caso di collasso, sarebbero drammatici, con effetti visibili anche nei Paesi europei: tra le altre cose si registrerebbe infatti un drastico raffreddamento dell'Europa nord-occidentale, che potrebbe portare a inverni molto più rigidi e lunghi. Le ripercussioni si estenderebbero però ben oltre le temperature: ci sarebbe uno spostamento delle fasce tropicali di precipitazioni verso sud, alterando i sistemi piovosi in tutto il mondo.
Un vero e proprio sconvolgimento climatico che colpirebbe l'agricoltura, la sicurezza alimentare e la biodiversità, generando crisi umanitarie e ambientali su vasta scala. Uno scenario al quale aggiungere l'aumento del livello del mare lungo la costa atlantica di circa mezzo metro.












