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Senso di vuoto e di stanchezza? Dopo un anno di Covid in tantissimi stanno vivendo il ''languishing''. Ecco cos'è: l'analisi del New York Times

Lo psicologo statunitense Adam Grant ha spiegato che quello che stiamo vivendo è un ''senso di stagnazione e di vuoto. Ti senti come se ti stessi confondendo tra i giorni, come se guardassi la tua vita da un finestrino appannato''. E poi prosegue: ''Non hai sintomi di disagi psichici, ma non sei nemmeno il ritratto del benessere mentale. Non funzioni al massimo delle tue capacità. Il ‘languishing’ spegne la tua motivazione e distrugge la tua capacità di concentrarti''. Ecco come affrontarlo

Di Luca Pianesi - 28 aprile 2021 - 13:29

TRENTO. ''There’s a Name for the Blah You’re Feeling: It’s Called Languishing''. Questo il titolo di un articolo del New York Times firmato da Adam Grant, psicologo alla University of Pennsylvania e autore del libro “Think Again: The Power of Knowing What You Don’t Know”. Un articolo che spiega quello che sta succedendo a milioni di persone in tutto il mondo: un senso di stanchezza, qualcuno la confonde con la depressione, altri con la tristezza. Per lo psicologo questo stato dell'essere psico-fisico it's called languishing è chiamato ''languore'' che anche per la lingua italiana la traduzione calza. Per la Treccani, infatti, è uno ''stato di estenuazione e di abbattimento fisico e psichico''.

 

Lo psicologo statunitense spiega che quello che stiamo vivendo è un ''senso di stagnazione e di vuoto. Ti senti come se ti stessi confondendo tra i giorni, come se guardassi la tua vita da un finestrino appannato''. E poi prosegue: ''Non hai sintomi di disagi psichici, ma non sei nemmeno il ritratto del benessere mentale. Non funzioni al massimo delle tue capacità. Il ‘languishing’ spegne la tua motivazione e distrugge la tua capacità di concentrarti''. Grant ricorda lo studio del sociologo Corey Keyes e il suo utilizzo del termine proprio per definire quelle persone che pur non essendo clinicamente ''depresse'' stavano male e non riuscivano a sbloccarsi.

 

Per colpa del Covid, dei problemi legati alla pandemia, della paura della malattia, dell'impossibilità di vedere e frequentare le persone sono sempre di più quelle che stanno ‘languendo’. E i pericoli per lo psicologo sono legati ad una sorta di apatia che provoca inconsapevolezza: “Non riesci a percepire te stesso che scivoli lentamente nella solitudine. Sei indifferente alla tua indifferenza. E quando non riesci a capire che stai soffrendo, non puoi cercare aiuto né fare molto per aiutare te stesso''. Ed è proprio questa la situazione che stanno vivendo tantissime persone in tutto il mondo. ''All’inizio non ho riconosciuto tutti i sintomi che avevamo in comune - spiega nell'articolo Grant -. Amici che mi dicevano di avere problemi a concentrarsi. Colleghi che, anche con il vaccino ormai prossimo, non erano affatto fiduciosi per l’arrivo del 2021. E io che invece di alzarmi dal letto ogni mattina preferivo giocare un’ora a Words with Friends''.

 

Poi, però, spiega lo psicologo, è riuscito a identificare il problema ed è proprio questa uno dei primi passi per cominciare a uscire da questa condizione: dare un nome a questa emozione e capire che è molto più diffusa di quanto immaginiamo. Nell'articolo viene ricordato come in Cina molti avessero raccontato che ritardavano, rispetto a quella che era la vita di prima del Covid, l'orario per andare a letto. Una sorta di tentativo di tornare padroni del proprio tempo, almeno nello spazio domestico diventato per tutti, ovunque, uno degli habitat più frequentati da un anno a questa parte. Una reazione al fatto che il tempo, in questa pandemia, ha acquistato una dimensione totalmente diversa da quella pre-Covid tra incertezze nel presente e nel futuro (quasi impossibile programmare qualcosa perché non si sa cosa potrà accadere anche solo tra pochi giorni tra restrizioni e curve pandemiche che cambiano costantemente) e abitudini stravolte.

 

Come se ne esce? Cercando di reinserirci in un “flow” in un “flusso” che in qualche modo riaccenda le nostre emozioni che ci catturi, che stimoli i nostri sensi. E ciò può essere un progetto lavorativo, o ludico, o una seri tv che ci appassioni tanto da farci uscire da questo stato di ''languore'' e ci strappi al senso di negatività che ci ottunde. E Adam Grant conclude il pezzo lanciando un ultimo avvertimento: rendere questo tempo il meno spezzettato possibile. Con la pandemia, infatti, e lo smartworking, ci siamo tutti abituati a spezzettare la nostra quotidianità, passando dal lavoro a uno spuntino, dai figli e di nuovo al lavoro, poi una corsetta, la pulizia della casa, i messaggi o le telefonate con gli smartphone. Tutto questo favorisce il “languishing”.

 

''Se non hai la depressione - conclude Grant - non vuol dire che tu non stia male. Se non sei in burnout non vuol dire che tu non sia esaurito. Sapendo che molti di noi stanno ‘languendo’, possiamo finalmente iniziare a dare una voce a questa sommessa disperazione''.

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